Febbraio 21, 2020

Leggo due notizie che a me appaiono collegate: Zizek riscrive l’Antigone come eroina di un’etica elitaria (diciamo pure liberal). Jane Fonda dice di non comprare più vestiti così da combattere il potere. Zizek è sempre un autore attuale
Febbraio 18, 2020

Parafrasando Foucault, la più efficace tecnologia del sé è antichissima, affondando le radici in quella oralità che diede poi luogo alla scrittura. Oggi viviamo di tecnologie banali, quelle del corpo. L’ingiunzione a parlarne deriva dal fatto che sarebbe muto e neutro, dal momento che non può sorprendere. Oggi una ragazza mi ha sfiorato camminando mentre bevevo un caffè. Istintivamente ho osservato come era vestita e si sarebbe detto che avesse scelto uno stile. Ma se dovessi dire che quegli attimi siano stati decisivi, allora no. Se consideriamo invece la donna liberty ci accorgiamo di un codice, per esempio quello del colore. Dunque, il corpo è diventato muto da quando ha rinunciato ad un codice a favore di uno stile. Ma oggi il corpo diventa tecnologia del sé in tutti gli aspetti, compresi quelli della sessualità. Tuttavia, anche qui si nota la distinzione tra codice e stile. Solo nella musica si dà un caso molto diverso: Miles Davis si lamentò che nessuno mai avrebbe potuto realizzare Bitches Brew, ma anche i Rolling Stones, suonando infinitamente peggio, avevano elaborato qualcosa di più che non uno stile. E infatti anche la loro si chiama arte.
Febbraio 15, 2020

La scrittura è quel metodo che toglie dove si è messo a sufficienza. Si completa inoltre di un fraseggio ampio e tondo, che può a tratti divenire ruvido, mai mancando l’equilibrio. La scrittura è la massima che ha raggiunto la propria spiegazione, mutandosi da paratattica in ipotattica. Ogni frase contiene una massima. Che fare dei dialoghi? Spiccano perché la loro scrittura è diversa, aderisce al presente o sarebbe artefatta. Provarsi nella prosa è l’esercizio più difficile, che contesta alla poesia il primato delle lettere.
Febbraio 13, 2020

Lentamente sto leggendo alcuni libri di Robert Walser, per un solo motivo. La sua scrittura sa tacere, è sobria, soprattutto discreta, amabile e dolce. Le sue deprecabili vicende manicomiali testimoniano che recludere un uomo per stramberia sarebbe stato anche allora un delitto. All’opposto si potrebbe pensare uno scrittore dalla eccezionale padronanza, cioè Faulkner, che tuttavia doveva curare questo eccesso con l’alcol. Il libro di Walser su una fidanzata inesistente è la miglior cosa che leggessi da mesi, ma non riesco a rendere l’ambiente borghese nel quale si muove, le condizioni e le convenzioni, senonché quel testo così strano rasenta l’inno.
Gennaio 29, 2020

Ricordo di aver ascoltato una volta Lee Ranaldo mentre presentava Electric Trim, credo il suo dodicesimo album solista. Alla fine del concerto, che aveva affrontato senza musicisti, si mise a sedere su una poltrona come se fosse in salotto e chiese di porgli delle domande, anche sui Sonic Youth (non è così immodesto da pretendere solo domande sulla sua carriera solista da quando il gruppo si è sciolto). C’era chi ricordava l’anno in cui il gruppo si esibì in città perché era presente. Tante domande su New York (Lee Ranaldo è di Long Island). Avevo voglia di porre una domanda anche io, visto che si dice che la violenza è una invenzione americana. Allora non è meglio vivere in Europa? Questa mattina ho riascoltato tutti e quattro i lati di Electric Trim, che comprai quella notte. Non si tratta di un album rivoluzionario ma è dolce ascoltarlo. La cosa che mi fa più piacere è che chiesi a Lee Ranaldo di dedicarmelo. Purtroppo non si riusciva a trovare un marker, quindi lui scrisse lo stesso sulla copertina e poi io il giorno successivo ripassai con un marker nero la sua grafia. Alla dedica aggiunse il simbolo dell’infinito e ripensandoci c’è qualcosa di mistico nella sua musica. Ricordo una domanda in particolare e la sua riposta: si trattava dei rapporti con gli altri membri della band e lui ammise candidamente anche business relationships. Chissà quanti sono ancora innamorati di Kim Gordon, io l’ho vista anche in Don’t Worry, dove è molto invecchiata, e in un paio di interviste, dove sembra sotto benzodiazepine; comunque sempre affascinante.
Gennaio 27, 2020

Non posso parlare di Tesnota di Belagov come se avessi presente il cinema post-sovietico. Tuttavia vorrei almeno sottolineare una somiglianza con the Tribe, visto anni fa. Anche qui, come in Tesnota, sorprende soprattutto la violenza, che in occidente siamo abituati a concepire come quella eccezione alla sicurezza garantita sempre da uno stato articolato, legittimato e presente, quale evidentemente in epoca post-sovietica si è dissolto. Ma la qualità del film di Belagov va oltre: infatti, disegnando una piccola comunità ebraica della altrettanto piccola diaspora caucasica, la violenza diventa anche quella di una madre che intesse destini, non per il suo bene, ma per il bene della famiglia all’interno della comunità. E tuttavia, la figlia dovrebbe sottomettersi? Il figlio dovrebbe anche lui sottomettersi? Dall’incidente di un rapimento, quello di due fidanzati, la madre trae con forza la necessità di garantire non solo che il figlio torni a casa, ma che si inserisca nuovamente in quell’ordine come se nulla fosse accaduto. E invece, per esempio, i soldi per il riscatto vanno raccolti, e quindi si affaccia per quella madre la necessità del compromesso. La violenza nel frattempo scorre sullo schermo non lasciando alcuno scampo allo spettatore. Ogni rapporto sembra infetto da quella violenza, fino all’esibizione di immagini crude e intollerabili. La protagonista femminile si muove in un mondo maschile che sa a sua volta dominare. Non è un caso che Belagov ci dica quando lei per sua iniziativa e calcolo decida di perdere la verginità. Ma rimane sola, perché infine debbono partire, lasciare quel luogo, e, parafrasandola, non ci sarà più nulla da amare. L’intensità di questa giovane interprete per me è al massimo grado raccolta nei momenti in cui lei si perde, come nella scena del rave, in cui la musica sembra prorompere da lei stessa. Un ricordo personale: quando ancora vivevo all’estero avevo due colleghe ‘russe’ (per me erano russi anche quelli del Kazakhstan). Mi invitarono ad una discoteca russa ma io rinunciai (cioè una sala da ballo dove andavano solo russi). Non me la sentivo di accompagnare due ragazze russe in un posto in cui non avrei capito una parola. Certo, non avevo l’aspetto del magnaccia, ma, mi dicevo, non si sa mai, magari un equivoco, per quanto mi fidassi delle mie due amiche, una gelosia. Invece quei mondi andrebbero percorsi o quanto meno mai rinunciare a quel cinema che, senza abbellimenti e trucchi del mestiere, si fa di volta in volta intenso e definitivo… Raccontando storie, come ieri.
Gennaio 24, 2020

Faccio dunque intervenire una domanda, che non è quella dell’ascolto in quanto agire (banalmente lo è, come non si sa), ma di tutte quelle esperienze le quali, per citare nuovamente il frammento orfico riassunto nel paragrafo precedente, si danno come oblio. L’alternativa è regnare con gli eroi, insieme perché non vi può essere gerarchia al lago della memoria. L’oblio avvicina all’essere che è già e non si fa cercare: è dunque sì un ascolto, ma impregnato della cosa tanto che il soggetto non può più sussistere. Esso, per esempio, è quel suono che a ragione si definisce puro. Ma qui non ne va proprio del tramonto del soggetto trascendentale? Allora perché la tradizione che culmina con Weil ha prediletto il lago della memoria? Il lago della memoria, fuori dal mito, è la padronanza del conoscere. Il cipresso bianco al contrario segnala la padronanza dell’oblio, che nulla conosce ma si trova in mezzo, tra, il reale, annegato nelle sue forme e forma esso stesso. Sembra della consistenza di un punto che ricorda, questo sì, l’uomo, ma non è più un uomo, e senz’altro non può essere quell’eroe. D’ora in avanti mi dedicherò nuovamente alla filosofia almeno per chiarirmi una cosa: agire il minimo rispetto agli altri, pensare ciò che è minimo (come figura dell’oblio), l’essere nei tempi esiodei della tecnica. p.s. Husserl colloca l’essere categoriale nel fenomeno. Si tratta di un passo nella direzione giusta, ma mantiene il soggetto. A me basterebbe traslare altrove il soggetto che appaio, per esempio nell’opera d’arte o nell’osservazione di un alveare, chissà cosa ne penserebbe Lacan.
Gennaio 24, 2020

Con l’ipotesi della chiusura metafisica affermiamo che i concetti di dominio e di comando che hanno informato la fisica aristotelica e la sua lettura della filosofia presocratica, intorno alla ricerca dei principi, delle origini, e delle cause lasciano il posto ad un ascolto diverso. Se il principio infatti domina ciò che gli consegue, rotto l’incantesimo di questo legame produttivo che aveva sorpreso i filosofi quando osservavano le cose, cioè gli oggetti, che erano mosse da altro, cioè dagli uomini, si può tentare di definire l’ascolto come quell’atto improduttivo che lascia tutto così come è (soprattutto gli uomini rispetto ad altri uomini). Detto questo, l’ipotesi della chiusura è anche quella di una tecnica che non pone nuovi valori, pura durata senza scopo, ma sempre più affinata, insomma, la negazione della economia epocale che si reggeva sull’autorità e sulla sua funzione: è infatti ovvio che la tecnica trasforma, è un saper fare, è un principio, ma non come tale si costituisce in epoca, perché come epoca non ha scopo (vi si rifletta un attimo). Si tratta di concetti molto generici, non per questo universali, solo per dire che essi sono quasi traslucidi nella loro eterea consistenza. Manca un agire infatti che insieme al pensare sia ancora in grado di cambiare qualcosa. Se siamo certi di poter pensare a partire da quei concetti, si affaccia l’ipotesi che l’agire sarà genuinamente negativo, cioè aiutare la chiusura metafisica dal suo stato di ipotesi al suo stato di reale. L’ascolto è questo aiuto verso il reale, nel quale noi stessi verremo accolti, perché il reale è già lì. Simone Weil cita un frammento orfico di grande bellezza: ‘troverai presso la dimora dei morti a sinistra una fonte. Vicino ad essa si innalza un bianco cipresso. A quella fonte non andare, non accostarti’… Perché dunque non bere a quella fonte? Ella deve dire ai custodi dell’altra fonte di essere di origine celeste, di essere consumata dalla sete e di voler bere dal lago della memoria per il quale con gli altri eroi si regna. Anche qui quindi torna il motivo del principio, delle origini, delle cause, e forse anche dell’agire. Sembra quasi che dovremmo scegliere l’altra fonte, per non regnare con gli eroi, se vogliamo solo metterci in ascolto (qualcosa che richiama esperienze drogate, vorrei qui ricordare che Ernst Jünger sperimentò lo LSD con il suo creatore, o un disco come Disraeli Gears dei Cream). Ho voluto anticipare il problema dell’agire in Schürmann (cioè la parte finale), volutamente inserendo una fallacia, quella del cambiamento, poiché di tutto si ha bisogno data l’ipotesi della chiusura che non di cambiare qualcosa. Bisogna contentarsi del pensiero riappropriato, per il quale davvero con gli eroi si regna. Allora avremo scelto la fonte giusta, il lago della memoria, senza risparmiarci alternative di frammenti orfici o i Cream, cioè la pura antitesi.
Gennaio 23, 2020

Non voglio lanciarmi in territori che comprendo poco, e mi riferisco in particolare all’antagonismo tra princeps /principium e anarchia. Bisogna comunque affrontare succintamente questo antagonismo dalla parte (fenomenologica) dell’origine, dimenticando per ciò che vale il carattere apparentemente negativo dell’anarchia. Perché dunque il concetto di origine, tale da legittimare il politico, è così problematico dal punto di vista fenomenologico? Cosa significa per esempio che San Paolo, muovendo da una riforma dell’ebraismo, delineò i motivi della prima rivoluzione storica che sia anche riuscita? Schürmann, che sto ancora leggendo, divide il problema in tre parti. Vediamo la prima: il fondamento del politico non è tale per tutte le possibili economie del politico; detto altrimenti, quanto al venire alla presenza, l’origine non è (l’unico) fondamento, o meglio ancora, non è il fondamento universale (impossibilità di concepire l’umanità come un tutto, il politico come onnicomprensivo). Inoltre, dal punto di vista modale, si sarebbe potuto dare banalmente un’altra origine per la stessa economia. Il secondo motivo è che la ricerca del fondamento del politico non può arrestarsi: si può parlare di referenti maggiori e minori, tuttavia, se anche invocassi un principio teocratico (il mondo medioevale si reggeva su un equilibrio quasi teocratico), l’indagine richiederebbe un discorso di legittimità, ed in effetti lo ha sempre richiesto, in ogni situazione data. La creazione pura del politico epocale, e siamo al terzo punto, è un fondare come ‘accadimento senza ascendenti, (ma) alterato dalla pietà dei discendenti’, cioè dalle pratiche retoriche che preservano l’autorità. Ora, di qui a poco l’autore si serve di un termine che rimanda a Badiou ripercorrendo episodi di sospensione dell’ordine come i soviet del 1917, cioè il termine evento. Tuttavia, non ci si può nuovamente calare nel paradosso per cui, in una apparente uniformità evenemenziale si creino delle sacche ontiche pienamente o nuovamente, fondazionalmente, legittimate, e quindi rivelantesi come ingiunzioni particolari a posteriori. Bisogna chiedersi cosa è questo evento, cioè possederne il discorso. La risposta di Heidegger è che, se riduciamo tutto il problema fin qui svolto a quello della libertà, allora si parlerà di libertà del venire alla presenza, e saremo in piena svolta, se questa non segnala più l’umanesimo che conservava il soggetto al centro di ogni chiedere (qui egli attende, ascolta). Pertanto, nell’anarchia si può a ragione ignorare ogni discorso fondante, perché essa è un ritrarsi verso il puro ascolto del destino. Essa non cerca o vuole alcunché, essa non può non operare dal punto di vista che non ha un principio. Data l’ipotesi della chiusura (fine della modernità, per chi l’ha percorsa tutta), ci si metta solo in ascolto dei ‘principi declinanti’. Affronterò in un altro momento la connessione di queste pagine con il problema della tecnica. Due parole sulle bozze per un libertarianesimo cristiano qui accanto: vale ancora, e si tratta di appunti, l’appello ad una forma cristiana di autogoverno, cioè la fiducia, che vedo sempre più come quella grazia dal volto umano che non ci orienta verticalmente ma tra di noi.
Gennaio 22, 2020

Sono trascorsi circa cinque mesi dal primo segnale lanciato verso un pianeta lontano, cui si doveva tutta la cura possibile esemplificata dal detto per cui nulla dies sine linea (in effetti quel frammento non fu occasionale, fu meditato per anni). 120 frammenti non sono ancora sufficienti, sono un piccolo archivio, mi sorprende quanto umorale, dal primo ricordo, che ho restituito all’inglese, alle letture di questi giorni, di oggi stesso. Quel pianeta cerca di comprendere una cosa, soprattutto: se la nostra, la mia percezione del futuro sia cambiata. Negli anni ’70 per esempio si poteva presumere che le cose sarebbero più o meno andate nello stesso modo, non troppo lente. Non si sarebbe immaginata tutta la frenesia con cui oggi parliamo del futuro, e lo agiamo. Ciò lascia supporre che si sia in effetti realizzata la piena evidenza del Gestell. Sono sicuro di aver aperto un canale con quel lontano pianeta. Appena tratteggio qualcosa ed essa si avvia per il cosmo si vuole sapere. Per questo l’esercizio quotidiano è importante, anche se fraintendessi tutto: se infatti fraintendessi tutto, aprirei altre possibilità del vero, inaspettate. A tratti, come nella preghiera, sento vibrare il profondo di quel pianeta, come se fosse anche il mio. E, direbbe Rilke, siamo tesi su due corde, ma rendiamo un solo suono, come accadde nella meditazione prima e insuperata del frammento iniziale, dalla quale mi sono sempre sentito compreso e anticipato.
Gennaio 22, 2020

Ricolloco un punto esplorato ieri succintamente in un nuovo contesto. Terminavo con la domanda della tecnologia chiedendomi se essa non fosse una durata senza un fine (telos, scopo). Ogni altra ipotesi soggettivista e umanista sulla tecnologia sarebbe una comoda menzogna. Riguardiamo Blade Runner e il suo mondo, che sarà presto il nostro (direi di attendere la fine del secolo a partire dalla prospettiva di crescenti accelerazioni). Quel mondo perdura, non si sa come, e il compito di ritirare dei replicanti è solo un pretesto narrativo, per quanto drammatico e poetico, per illustrare questa durata che non ha un fine, uno scopo. Il mondo di Blade Runner, in questo suo perdurare, si preserva identico come il formicaio ideologico che dipinge così bene: neppure l’apertura mondana del discorso finale sulle navi in fiamme, i raggi gamma che balenano nel buio del cosmo, eliminano la claustrofobia umida e piovosa delle strade, percorse incessantemente da un’umanità cibernetica e frantumata. Questo film sarà il più attuale fra poco meno di un secolo di sforzo moderno intorno al superamento della modernità, cioè di sé. Ma, qui il paradosso di una durata che non ha uno scopo, il nuovo mondo non sarà una nuova epoca, non porrà nuovi valori: infatti il soggetto come tale si sarà dissolto, tuttavia il mondo si lascerà pensare nella stessa misura in cui si lascerà conoscere scientificamente per progredire e perfezionarsi. Sarà il tempo in cui il flusso economico consentirà di lasciare ogni cosa al proprio posto, ecco l’umile chiedere del pensiero. Il replicante che ci ha fatto innamorare ha potuto pensare, ha pensato anche la propria morte, quando chiedeva più vita. Ma forse questo non è ancora possibile, non sarà stato possibile in Blade Runner. A meno che noi, un giorno, non si possa essere il cacciatore. Notiamolo bene. Il secondo Blade Runner è un fallimento filmico che ha accentuato il lato poliziesco come in qualsiasi serie del pomeriggio (lo dicevo settimane fa). Il ruolo del cacciatore, invece, è paradossalmente quello di lasciar essere, in primo luogo se stesso, dal momento che è un replicante che vive nella menzogna di non esserlo. Torniamo adesso al pensiero: esso segnala la differenza tra il conoscere operativo della tecnologia e la tecnologia che si lascia pensare. Heidegger poteva ancora dire che il conoscere operativo, fino al momento della sua scrittura, aveva soppresso il pensare. Ma nel pieno dispiegamento della tecnologia, lo si può intuire, o questo peso sarà diventato insostenibile, o inizieremo a lasciare le cose al loro posto, cioè a pensare. Sarà la fine del problema della tecnologia, ossia di quel perdurare che non ha più uno scopo, ha eliminato il soggetto, ha consentito il pensare, cioè il lasciar essere di noi replicanti. La fine del soggetto è tale per cui superandosi si pensa ancora, ma per questo abbiamo bisogno di superare anche la modernità nel puro perdurare delle essenze, quali scopriremo di essere noi stessi. La modernità, per come la concepisco, è ancora (per poco), la primazia del soggetto, con tutti i corollari che ben si conoscono, a partire dal discorso politico, cioè della comunità.
Gennaio 21, 2020

Del testo che sto leggendo mi interessa l’ipotesi della chiusura (Reiner Schürmann, dai principi all’anarchia). Si tratta di un’opera che riguarda Heidegger ma non solo: l’ipotesi della chiusura sostanzialmente afferma due cose: l’anti-umanesimo come tratto della fine della modernità e l’anti-soggettivismo come fine di una teoria dell’azione. ‘Ammesso che si possa sostenere la tesi che, nella cultura odierna, la soggettività stia tramontando, scompare anche la possibilità di costruire un fondamento per l’azione. La decostruzione della filosofia pratica è un elemento del passaggio dai problemi  tardo-moderni della coscienza e dei suoi atti al problema del chiudersi della modernità’. Il testo di Schürmann non può anticipare un dopo, almeno non nella misura in cui, e ciò è impossibile, questo dopo venga ad essere da sé stesso (come sostengono i fautori classici del post-moderno). Dice l’autore: ‘alla domanda, cosa dobbiamo fare?, la risposta è dunque la stessa che alla domanda, come dobbiamo pensare? Amare il flusso e ringraziare le sue confluenze economiche. Non si tratta di una risposta hegeliana, perché in ciò abbiamo ovviamente abbandonato il requisito della rispondenza tra reale e razionale, che Hegel dava per acquisito in ogni flusso, in ogni confluenza. Tuttavia, si dice di riposare, di lasciare. La Gelassenheit produce le economie nel senso che non le ostacola, ma ciò potrebbe soddisfare la pretesa di Hegel che la razionalità trova sempre il suo percorso interno al reale (mi scuso del fatto che ciò suoni come pensiero mitico, piuttosto che profondo). L’anti-umanesimo è la tesi per cui dal problema del conoscere come centrato sulle condizioni del soggetto si è passati al problema del pensare: lo avrebbero fatto Marx, Nietzsche con la tesi dell’eterno ritorno, Heidegger con la svolta. Con quest’ultima Heidegger perviene a concepire in un solo modo azione e pensiero: ‘agire vorrà dire situare una cosa nel luogo che è suo e lasciarvela d’ora in poi’. Lasciarvela per quale motivo? Se con ciò si volesse affermare, in modo assurdo, per abdicare dal pensiero stesso, non si coglierebbe il fatto che questa azione richiede un pensiero che non retrocede, piuttosto impelle. A me questa impellenza sembra ovvia, o non sarebbe necessario rompersi la testa sulla svolta: ci accontenteremmo del post-moderno da cartolina illustrata come denuncia l’autore. Io, che sono un conservatore, cioè aderisco quasi religiosamente all’orizzonte moderno, sono però in grado di cogliere i vagiti di qualcosa di veramente nuovo, ed è questo il caso. Da ciò risulta per esempio la domanda sulla tecnologia: formati a pensarla secondo i fini che essa dovrebbe raggiungere l’abbiamo già pensata? E, se non l’abbiamo ancora pensata, come si pone rispetto all’ipotesi della chiusura? E come si pone rispetto all’anti-umanesimo, che predilige le ipotesi che ‘pensano’ rispetto a quelle che ‘conoscono’? Queste ultime sono ovvie, le prime difficili. Esse dirimono la modernità dalla tecnologia, la quale perdura: la durata è l’unico riferimento della tecnologia. Almeno questo dato sembra consegnato al pensiero, esso infatti non invoca nessun fine. mi chiedo se alla fine del libro ne saprò qualcosa di più: ma, ovviamente, è un paradosso che con la fine del soggetto si possa agire solo in quanto si pensa. Ricorda la vecchia battuta di Kieerkegaard: perché reclamare la libertà di parola quando si ha già la libertà di pensare? Mentre la modernità, compreso Marx, cercava le condizioni del proprio superamento, ci siamo trovati, se l’ipotesi della chiusura è vera, in una durata in cui non si può agire… Ma il testo ha ancora molto da dire, non sono che a metà.
Gennaio 21, 2020

Pare che tutti sognino il proprio funerale, e certamente tutti a quel funerale piangono. Al mio funerale tutti con il pugno alzato e non piange nessuno. Tuttavia mi capita ancora più spesso di sognare o immaginare di cantare, soprattutto Iggy Pop (1970 negli ultimi giorni, ma i titoli variano). Ora stavo ascoltando i Rolling Stones e piangevo mentre cantavo I got the blues. A dire il vero ero un po’ strafatto in questo sogno: i musicisti avevano allestito tutto nel salotto della mia villa, e la protagonista de la ragazza d’autunno visto pochi giorni fa mi sovrastava con la sua altezza mentre cantavo e piangevo per lei. Ho già detto che ero strafatto. Lei portava senz’altro qualcosa di molto costoso, diciamo un Armani, dai colori paglierini come i suoi capelli e le sue sopracciglia (ah, le sopracciglia dell’amata, quale intuito in Shakespeare). Ma devo dire, prima di continuare a raccontare della canzone, come ci eravamo conosciuti. Io ero l’uomo più ricco del mondo e avevo creato un’impresa innovativa per fornire energia verde al mio paese (al continente intero). Un uomo ricco ma solo: così avevo messo un annuncio per trovare l’anima gemella, che avesse almeno un dottorato di ricerca. Viktorija, questo il suo nome, oltre ad essere attrice, aveva conseguito due dottorati, a Mosca, in chimica dei materiali ed in ingegneria meccanica. Senza addebito morale da parte mia, una volta scelta e scelto a mia volta, sarebbe stata dotata di un enorme patrimonio (di dimensioni russe): ora lei era vicino a me, nel suo Armani, in mezzo a un gruppo che eseguiva i Rolling Stones, trovandosi a suo agio, e io non facevo che piangere cantando e guardandola, avvicinando la mano per una carezza. Tutto questo è molto meglio di un funerale in cui tutti sono con il pugno alzato e nessuno piange: io almeno piangevo per un ottimo motivo. Come cantano i Rolling Stones, se non mi credi baby sto soffrendo come un cane cantando questa stupida canzone alle tre del mattino, solo per te, che hai il sole nei capelli… as I stand by your flame I get burned once again…
Gennaio 20, 2020

Scrivo questa nota mentre un gatto, maschio, cerca faticosamente di accoppiarsi con un altro gatto, maschio, sul mio letto. Gioia del risveglio, si direbbe, più o meno. Oggi non è programmato cinema. Quel tale cinema che una volta presentava film nuovi con spettacoli a rotazione ogni tre giorni. Una sorta di mania, ma accurata, di non lasciarti indietro, per quello che altri avevano già visto, talvolta rivisto: eppure non ricordo un solo titolo. Solo di aver intravisto, una sera, la capigliatura rossa di lei: andava senza di me, al cinema, meno spesso. Lo stesso cinema esiste ancora, e non si sa chi sia più l’ombra di qualcosa che invecchia. Dalla finestra, il vento rende argentee le frange di un olivo, un silenzio acquattato, una voglia di aprire Schnürmann perché siamo finalmente arrivati alla svolta dell’anti-umanesimo. Si diceva quando studiavo che fummo spodestati dalla nostra posizione nel cosmo dalla nuova fisica. Ma non era vero: bisognava aspettare Marx, Nietzsche e soprattutto Heidegger. Ora abbiamo un debito da pagare: vivere senza principi, se è possibile.
Gennaio 20, 2020

(continua)… l’audacia logica di immaginare una situazione determinata come paradigmatica, da soli due elementi costitutivi, dell’in sé e del per sé, non è riuscita. Ha isolato, è vero, gli elementi della situazione, ma ha divagato. Si può essere in sé come ragion sufficiente che non esclude la propria possibilità, come non è esclusa l’assenza assoluta di determinazione in quanto data in sé (infatti è a suo modo una determinazione).  E si può essere per sé in quanto si ha come oggetto proprio quel sé, richiedendo quindi un oggetto che sarebbe dato anche per sé. Altrimenti sarebbe per altro. Leggo che la funzione del principio di ragion sufficiente è tipicamente moderna (la nuova filosofia inaugurata convenzionalmente da Cartesio). Leibniz ne fa uso per misurare la consistenza logica dei mondi (sebbene un mondo consistente e dotato della propria volontà di esistere ancora non possa essere). Credo che la negatività si possa sempre pensare sia in sé che per sé: essa è consistente. Se immaginiamo l’insieme vuoto come l’in sé e per sé di tutto ciò che è assolutamente privo di determinazione, che non è in una parola che nulla, se non il concetto che cerca di afferrarlo, non dico niente che sconfessi il principio di ragione. La mancanza di determinatezza infine si può pensare per sé perché è l’ombra logica gettata dalla privazione: sebbene non possa esistere, concettualmente è tautologica. L’assoluta mancanza di determinazione è per sé negatività. Mi scuso per le parole confuse di ieri sullo stesso punto. Queste dovrebbero bastare anche perché, con il sole e un vento gelido e turbolento, la giornata potrebbe rischiarare il pensiero.
Gennaio 19, 2020

Ho quasi terminato poche pagine sulla critica al ‘materialismo democratico’ (si veda la descrizione che ne dà Badiou nelle logiche dei mondi). Poche pagine non perché i problemi siano di facile soluzione, ma perché al contrario sono stati individuati senza offrire una risposta sulla quale il lettore non possa riflettere per sé. Sto adesso lavorando alle note che accompagnano i lineamenti di filosofia del diritto di Hegel. Quest’opera ebbe un’enorme influenza e forse non è vano offrirne stralci con annotazioni che ne presentino il volto attuale. Se mi accorgerò che i rimandi alla logica non sono posseduti con sicurezza abbandonerò momentaneamente il progetto. Sulla mia scrivania un racconto di Tolstoj, sonata a Kreutzer. Aut-aut di Kierkegaard, attesa di Dio di Simone Weil, e infine il libro mai scritto di Foucault, ma terribilmente attuale, le tecnologie del sé. La filosofia critica è quella che a partire da un testo ne produce un successivo che non ne è necessariamente il proseguimento in senso logico. In realtà, esso potrebbe addirittura precedere quel testo, in modo che il successivo e autorale sia una scoperta dell’origine, un epilogo fondazionale. in questo circolo evidente tra l’annotazione e il testo, dove la prima si può anteporre, si posiziona un interprete che non sempre è all’altezza. Per questo motivo, lasciandomi trascinare dalle parole di Agamben, ho acquistato un testo su Heidegger di Reiner Schürmann che promette moltissimo, su un autore che ho sempre difficoltà a leggere. Quando capisco Heidegger, lo capisco così poco da sembrarmi ovvio, quando non lo capisco, da sembrarmi lui incappato in un errore fondamentale ma istruttivo. Vorrei lasciare un esempio di argomentazione hegeliana, tanto per illustrare come si procede in questi giorni. L’argomentazione riguarda la determinatezza. Se anche io penso un soggetto privo assolutamente di determinatezza, questa è a sua volta una determinatezza, sicché non può essere logicamente quel soggetto senza la determinatezza (negatività). Ma sarebbe da chiedere: come si dispone quel soggetto? Che sia in sé privo di determinatezza è stato detto, ma per sé come si pone? Immaginiamo un orizzonte nero sul quale spicchi un punto luminoso (si tratta pur sempre di una metafora): la determinatezza che si concretizza in un orizzonte finito è qui da indagare quanto al per sé, ma non avendo altri elementi per distinguere il soggetto, si dirà che quella determinatezza sarà un momento del per sé tale da distinguerlo dall’in sé della negazione. Torniamo indietro, la negazione, d’altro canto, può essere per sé? Non saprei rispondere né so manipolare a tal punto l’esempio da capire come dal ‘punto luminoso’ si dia il per sé di una situazione affatto nuova. Tuttavia, proprio da qui si potrebbe muovere, ossia insistendo sui passaggi come situazioni del soggetto.
Gennaio 18, 2020

La ragazza d’autunno di Kantemir Belagov è (finalmente) un film dalla sconcertante presenza femminile, sdoppiata in due figure complementari che alla fine della seconda guerra mondiale si ritrovano in una Leningrado umanamente devastata. La prima, infermiera in un ospedale per reduci, dalle frequenti e inibite crisi isteriche, la seconda appena congedata dalle retrovie. Senza indulgere in dettagli che rovinerebbero la visione del film, è opportuno rammentare il dettaglio filmico in sé. Ossia la capacità del regista di seguire un copione inventando dalla scrittura lo sguardo. Per questo le due attrici, di grande bellezza (l’una sarebbe confidenzialmente la giraffa tanto è alta), si prestano a questo sguardo senza timidezze, senza inutili ritrosie, dando un volto al male e al bene di una amicizia sororale che potrebbe produrre un destino infausto sul quale il film vuole terminare: nessuna salvezza viene infatti promessa o accennata. Sorprende anche che di fronte a queste due donne, per le quali il regista sembra pensare al tragico, nessun uomo è all’altezza, nessun uomo sembra capire. Non sembra capire il desiderio oscuro di maternità (come non comprende l’omicidio). Ma non sembra nemmeno capire che separare una donna dal suo doppio femminile è impossibile. Vorremmo seguire queste due donne verso un inevitabile suicidio, ma è solo una nostra supposizione. Leningrado è qui nuda come i loro corpi, come il bagno pubblico dove queste nutrici traggono un po’ di sollievo dall’acqua tiepida: è una città nuda come quella dove è appena passata la guerra. Belagov ci vuole suggerire che amare queste donne non sarà ancora abbastanza, se questo amore non vorrà scusare e apprendere come le due amiche abbiano creato un mondo di dolore del quale siamo responsabili tutti, a partire dal maggiore che dirige l’ospedale, il quale ha conservato un’umanità appena sufficiente a suggerire una fuga che non può risolvere alcunché. Nessuna delle due infatti, si salverebbe mai senza l’altra, e dunque andranno insieme fino in fondo. Qui, il film, tace.
Gennaio 16, 2020

L’assoluto può anche avere la parvenza di una passeggiata invernale: non tanto il tempo uniforme, quanto la vivace esistenza, resa attenta dai colori e dai suoni, accoglie una favilla abbandonata da una stella perché raggiungesse il punto nel quale ci trovavamo (con ciò non voglio dire, oggi, di averne fatto esperienza). In ciò consiste tutta la differenza tra Hegel e Kierkegaard: il tempo si può pensare, anche in profondità, ma l’assoluto vi dimora solo come ombra, l’esistenza può affermare un assenso, tanto più vitale quanto non solo il pensiero, ma la volontà, ne viene modificata. In ciò è vero: si può accogliere l’assoluto nel tempo senza credere, pensando ciò che gli compete, si può accogliere infine l’assoluto nell’esistenza in quanto lo si vuole e lo si attende. Un libro di Simone Weil si intitola appunto ‘Attesa di Dio’. Ma cosa sarebbe questa, senza ciò che chiamiamo Grazia?
Gennaio 9, 2020

Ci sono pensieri che valgono un’eternità meditabile, in un monastero o nel sanatorio di cui scrive Thomas Mann. Consiglio di limitarsi a poche frasi concise e di meditare solo su quelle, eternamente. Leggendo ne ho trovato proprio ora un esempio degno: ‘la pensée ne s’autorise que du vide qui la sépare des réalités’. Il pensiero si autorizza soltanto del vuoto che lo separa dalle realtà. Si tratta di una frase che riguarda il pensiero e dunque un pensiero che deve meditare se stesso (e la propria legittimità a partire dal vuoto). Quale è il luogo del vuoto? Tra le realtà, e tale che il pensiero ne viene separato. Quindi sembra che un altro termine, l’essere, fondi la possibilità del pensiero insieme alla sua negazione: realtà non è un termine scientificamente elegante, ma per esprimere una vena parmenidea ci siamo quasi. Essere, non essere o vuoto, pensiero. Ora, sappiamo tutti fin da piccoli che esiste l’insieme vuoto, sappiamo anche che è sempre identico a se stesso. Il non essere è il minimo indistinto, tanto è vero che non ha elementi, ma come potrebbe d’altro canto l’essere distinguersi se già non lo nominiamo con il plurale di realtà? L’essere dovrebbe essere uno: anche Leibniz ci ha riflettuto a fondo. Ora mi ritiro da qualche parte, per sempre (ma ovviamente sto scherzando, basterebbe leggere Lacan), a studiare tutta la filosofia tramandata a partire da quell’unica proposizione. Quando l’eternità sarà trascorsa e avrò ripercorso quella storia, allora mi soffermerò a meditare su un’altra proposizione: ‘nessun colpo di dadi nel significante vi abolirà mai l’azzardo’…
Gennaio 5, 2020

Quando fu girato Blade Runner, e a partire dall’opera letteraria che lo aveva ispirato, è curioso notare che quel mondo viveva in un indistinto politico, ma realizzava le sole tecnologie del sé che possono non solo cambiare un individuo, ma crearne uno del tutto nuovo. Blade Runner rappresenta finalmente un’utopia antidemocratica, il luogo massimo dell’indistinzione: da questo punto di vista quel mondo è auspicabile, essendo la democrazia nient’altro che l’ultima maschera che dobbiamo gettare per osservare l’osceno in tutta la sua evidenza. Il secondo Blade Runner è invece un fallimento (amici pure esperti di cinema non se ne sono accorti) perché quell’indistinto non solo è assente, ma molto più peso ha la tensione poliziesca, come in una qualsiasi serie del pomeriggio (vorrebbe confortare tutti i peggiori istinti di vendetta). Tuttavia Blade Runner è anarco-capitalista per il modo in cui intreccia gli eventi alla Tyrell Corporation: è questa ad operare nell’ambito delle tecnologie del sé, con indubbio successo. Si tratta di un film complesso, inutilmente rovinato dal sequel. In questo ambito, si pensi anche al futuro di Akira: insomma, sembra che nessuno creda fermamente nel futuro della democrazia, se ci cibiamo di questo cinema.