Dicembre 6, 2019

Prima che mostrassi un esempio per me valido e potente di un mondo orientato al basso, dai toni gravi, dai colori profondi, dalla dizione scabrosa, cioè Gimme Danger, avevo detto qualcosa del Macbeth. Vorrei aggiungere che per rimanere fedele ad un suggerimento di Grotowski sul lavoro teatrale il testo va dunque aperto ad indagini disparate, come quelle dell’antropologia culturale. Ma avevo anche parlato di destino, cioè dell’azione apparentemente necessaria che si apre sul futuro di Macbeth. Allora perché non indagare il dibattito stoico aristotelico sull’heimarmene, cioè su quello che noi chiamiamo destino? Ho qui un trattato di Alessandro di Afrodisia. Se appare troppo lontano da Shakespeare sottolineo che il lavoro teatrale dipende dall’attore, occasionalmente egli stesso regista, e che un attore che non ‘sappia’ è un cattivo attore. Non basta imparare la parte e drammatizzarla sulla base di poche indicazioni del tutto occasionali. Quindi ben venga anche Alessandro di Afrodisia con il suo trattato, a illuminare la difficoltà che se tutte le azioni hanno una causa allora sono necessarie, a illuminare la difficoltà ulteriore che Macbeth conosce il proprio futuro. Una parola su lady Macbeth: è lei che spinge al regicidio, cioè spinge Macbeth ad essere all’altezza della profezia, personaggio per il quale non riesco davvero a pensare attrici, se non Tilda Swinton prestata al cinema.
Dicembre 6, 2019

Vorrei condividere la traduzione completa di un pezzo di Iggy Pop and the Stooges, Raw Power, Gimme Danger: dammi il pericolo, piccola sconosciuta, e mi sentirò a mio agio con te; dammi il pericolo, piccola sconosciuta e sentirò la tua malattia; non c’è niente nei miei sogni, solo memorie terribili; baciami come il vento dell’oceano; ora, se mi amerai, tremerò e canterò, ma se non riesci ad essere la mia padrona farò qualsiasi cosa; niente è rimasto in vita se non un paio di occhi vitrei, suscitami emozioni ancora una volta; sì, ho trovato una piccola sconosciuta, sentiranno la mia mano; ho detto, morire un po’ più tardi, perché no piccola sconosciuta? Sbrigati e senti la mia mano, giuro che la sentirai: pericolo, piccola sconosciuta; pericolo, piccola sconosciuta. Pericolo, pericolo, devi sentire il dolore, piccola sconosciuta. (che Iggy Pop sia nel corso del tempo diventato un fenomeno pop combacia con il lato oscuro che nel ’73 gli fece ideare questa canzone sinceramente disturbante, ma a me non del tutto nuova).
Dicembre 6, 2019

Da quando ho letto Macbeth non riesco a non pensare a quelle pagine. Nel frattempo leggo anche questa frase di Stanislavskij: bisogna sapersi conquistare il diritto di vivere in un’opera. Purtroppo non so a cosa appigliarmi. Evidentemente Macbeth è il mio doppio: egli infatti va consapevole verso l’epilogo del proprio destino. Ed è da qui che potrei cominciare a costruire il personaggio. Allora, tutte le pagine debbono essere lette in questa duplice funzione di circostanza esteriore come circostanza interiore. Evitare errori banali: è vero per esempio che ad un certo punto lady Macbeth appare nuda, ma non in piena luce. in realtà sulla scena ci sono almeno e forse non più di due candele. Oppure, gli a parte non sono tali perché stabiliscano una relazione intima con il pubblico, ma perché sono le parole che gli altri personaggi non vogliono sentire, colpevoli di un destino che non conoscono ma che grava anche su di loro: detto altrimenti, l’a parte è rivolto a loro, è una richiesta di essere ascoltato, perché se Macbeth non può nulla contro il proprio destino è legittimo sperare che qualcuno, prima della sua morte violenta, lo possa fermare. Ho atteso abbastanza per una doppia lettura: vale a dire che questa sarà accompagnata da note.
Dicembre 1, 2019

Doppia recensione: l’ultimo film di Woody Allen e Raw Power degli Stooges. Un giorno di pioggia a New York riporta sullo schermo la città che abbiamo saputo amare fin da quando ci avvicinammo al cinema di Woody Allen. Qui, per non dilungarmi, mi soffermerei su un solo dettaglio. Al regista è stato spesso rimproverato di dipingere solo l’alta borghesia, di cui peraltro fa parte. Insomma, quel mondo che, si vorrebbe dire, sprigiona da Central Park, ma New York è molto altro. La sua maestria sta nel rendere questo sguardo nello stesso tempo abbastanza cinico quanto spontaneo. Egli sa bene cosa si muove in quel mondo. Un povero, perché di questo si tratta, immaginerebbe che in una qualsiasi dimora di un facoltoso rappresentante di quella borghesia si trovi per esempio una jacuzzi, che il pianoforte non serva a niente, che non ci sia nemmeno un libro. Questo in realtà è il sogno qualsiasi di un giocatore di pallone: per quanto ricco, tutto quello che egli suppone della ricchezza è la jacuzzi, al limite lo yacht. Ma, intorno a Central Park, c’è molto altro, vita che scorre, e Woody Allen sceglie come proprio intermediario, nelle veci di un giovane ricco ma scanzonato, una straordinaria e giovane voce maschile. Quella stessa voce deve spiegare a se stresso perché gli piaccia deragliare invece verso il mondo di mezzo, come viene chiamato, (i musei, la musica, la letteratura sono d’obbligo), cioè le partite a poker, i cavalli, eccetera (qualcosa di simile al nostro mondo del biliardo): non da ultimo il piano bar (mi sono commosso sentendo everything happens to me cantata da lui). E, alla fine, trova anche l’amore, che sarà forse precario come i precedenti, ma per un attimo dà senso alla pioggia, per un fine settimana che era sbagliato fin dall’inizio. Come ha detto lui, non potrei mai rimanere senza monossido di carbonio (prima cicatrice di ogni città). Di questo film mi rimane la consolazione che è possibile amare tutte le cose che amo io senza sentirmi ricco, solo normale: ed è ciò che conta. Voto 9. Su Raw Power che dire se non che sono stato concepito nel suo segno? Cioè nel 1973? E allora diciamolo con Iggy Pop: ‘sono un ghepardo che cammina sulla strada con un cuore pieno di napalm, sono il ragazzo dimenticato dal mondo, quello che cerca e distrugge’. Evidentemente il Vietnam. Nella mia libreria c’è un saggio su Ho Chi Minh: all’interno il mio nome e la data (’87). Ma sono stato sempre indeciso. Lottare per l’indipendenza e la rivoluzione nel Vietnam (come dice il sottotitolo) o per la parte avversa? La sventura dei nemici è sentita sempre più dolorosamente e infatti ne escono sconfitti. Inoltre, da Apocalypse Now a Full Metal Jacket gli americani sono più fichi (perfino in Berretti Verdi, che è esilarante). Ho qui terminato la trilogia degli Stooges, non quella fuori tempo degli ultimi album. Si tratta di una trilogia di violenza, come in tutta la cultura anglosassone, che non ha pari nella scrittura di testi per la musica italiana. Un esempio l’ho citato anche ieri. Del disco mi rimarrà soprattutto la produzione: se Fun House era pulito e affilato, qui non si bada al rumore, sporcando fin dove è possibile. Ovviamente senza voto, è uno Stooges.
Novembre 30, 2019

Quando mi sarò dato una sistemata credo che mi farò fare un po’ di tatuaggi, una sorta di racconto musicale della mia vita. Non potrà mancare il logo dei Black Flag, una bandiera nera stilizzata. Oggi pensavo a questa canzone, che in realtà è una cover, sebbene il testo sia stato cambiato: ‘Louie, Louie, dobbiamo andare, ho detto adesso, dobbiamo andare. Lo sai il dolore che è nel mio cuore, mostra che non sono molto brillante. Chi ha bisogno dell’amore quando hai una pistola? Chi ha bisogno dell’amore per divertirsi un po’? Ho detto che adesso dobbiamo andare, Louie. Ho detto adesso, svitata. Adesso dobbiamo andare:, Louie, Louie!’ La prima volta che ho ascoltato questa canzone mi sono detto: oh cazzo, ma questi sono di fuori. Da lì la decisione un giorno di farmi il tatuaggio. Inoltre, il teschio dei Misfits, e l’uomo stilizzato degli Einstürzende Neubauten, più una invenzione su Thelephon dei Palais Schaumburg, più varie altre cose, simboli cristiani eccetera. Ma adesso devo andare…
Novembre 30, 2019

Quando abbiamo dato fondo alla nostra libertà, vedendo che essa non è stata se non ‘un breve episodio di una grande battaglia’, allora ripercorrerla. L’altra sua faccia si mostrerà in ciò che ci ha obbligato, rendendoci meno liberi di quanto pensavamo. In ciò essa dispiega la necessità che guidò il più insignificante dei nostri tentativi di mobilitare una guerra di posizione, talvolta con abbagliante successo. Se non siamo caduti a terra per un colpo di mortaio lo dobbiamo a quella stessa necessità, che ci ha preservato, feriti. Ma parlare ancora di vita sarebbe troppo amaro.
Novembre 26, 2019

(continua)… La secolarizzazione non è un simulacro, al modo in cui il sarcofago lascerebbe indovinare tratti viventi. Essa piuttosto consente di aggirare la riproposizione del problema, la morte di Dio. In questa irrequieta ed inventiva delineazione di un falso problema, altrimenti non lo si potrebbe aggirare affatto, basta poco rispetto ai risultati che si possono ottenere, in un dispiegamento non solo formale della volontà di potenza. Questo al momento attuale è l’occidente, e questa è ancora la modernità, dal cui paradigma non siamo usciti (sirene postmoderne). Confrontare però ancora, per alcuni, l’oscena intimità di Gesù, comporta relativizzare per esempio la musica jazz al rango di idolo. Non solo la musica jazz vale tutto lo studio che le si può dedicare e l’impegno nel suonarla, essa al tempo stesso non può turbare come farebbe Gesù; essa mostra che il problema si può riproporre, da cui l’abbrivio a dedicarsi ancora alla musica perché essa non vuole più risolvere niente, nemmeno la morte di Dio. Warhol si accontentava di una buona registrazione. In fondo era un tipo modesto. Il problema (non un falso problema) sarebbe invece quello di una religione che soffoca, un delirio fin troppo umano che non lascia gioco rispetto alla prossimità variabile di Gesù. Perché alla fine sono io a scegliere. Ecco, è qui che la secolarizzazione si intesse all’individualismo: infatti è nelle possibilità stesse del Vangelo che il Vangelo sia accolto. Più della metà della buona notizia è fatta da chi non l’accoglie, e che a ciò venga dato spazio è la nostra più genuina salvezza. Perché l’individualismo, se non è esso stesso idolo, è ciò che ci consente di dire a Gesù di venirci più vicino, ancora più vicino.
Novembre 26, 2019

Debbo a Schelling, luterano e formato teologicamente, la miglior formulazione non tanto del cristianesimo, quanto della sua secolarizzazione: ‘il cristianesimo non è una dottrina, è una realtà’ (provate a ripetere oggi questa frase, di tutto l’occidente). Ciò che distingue il cristianesimo da tutte le altre religioni è la sua capacità di variare intorno alla perdita di un oggetto, pur continuando, se si vuole, a parlar teologicamente. Eppure, almeno in ambito ebraico accade qualcosa di simile: una barzelletta presenta un padre, facoltoso ebreo di New York, che manda il figlio in una scuola cattolica, la Trinity; dopo qualche giorno il bambino torna a casa e dice al padre di sapere che trinità significa Padre Figlio e Spirito santo. Al che il padre risponde: ‘Jonny, noi abbiamo un solo Dio, e non ci crediamo!’ Certo, se un oggetto viene perduto e minaccia così il soggetto, non si tratta di un oggetto in senso stretto, perché esso dovrebbe poter essere sostituibile. L’oggetto è la possibilità di una sostituzione. Anche così si lascia comprendere la frase di Freud: ‘wo ES war, soll ICH werden’ (dove era l’inconscio, deve diventare l’io). In quali modi dunque giriamo intorno ad un oggetto che è sempre stato lì ma adesso abbiamo voluto perdere in favore del soggetto (aprendoci all’Ersatz)? Appare allora che il cristianesimo, come realtà, è il fatto che Gesù non ha portato il Vangelo, lui era il Vangelo vivente, lui era la notizia (die Nachricht), lui era non l’ambasciatore ma l’evento. Ora quell’evento è stato disarticolato, se ne riconoscono le tracce, è l’evento della sua collisione con la nostra ‘libertà’, parola che l’illuminismo spogliò di valore teologico. Abbiamo scelto, non senza buone ragioni. Ma prendiamo un esempio secolarizzato di realtà (cristiana), non prima di aver notato, per esempio, che l’incredibile produzione musicale dell’occidente è un fatto unico (dalla cosiddetta musica classica, al jazz, al blues, al rock, al pop, ebbene sì, al punk hardcore). E lo facciamo attraverso una frase di Andy Warhol: ‘appena un problema diventa una buona registrazione, non esiste più il problema’. Qui non si deve trattare di una registrazione musicale, ma di tutto ciò che può essere catturato da una registrazione. Se la perdita dell’oggetto, talvolta intimo, produce l’inconsolabile, allora al suo posto deve subentrare la performance mediatica. Warhol non fa che avvalorare la tesi di Schelling secondo cui il cristianesimo è una realtà, finché l’oggetto non minaccia di ritornare (il problema), riproponendo la stessa difesa: ma questa difesa è ricchissima di risultati, è a ben vedere un vaso di Pandora! L’ateismo militante, spesso fastidioso, non prende atto che un ateismo invece sottile nemmeno nomina il problema di Dio, perché al suo posto vige già, è consumata, la sua performance mediatica (tra le altre cose). Inoltre, Gesù potrebbe essere quell’offerta di intimità capace sì di curare la malinconia, ma investendo in un oggetto insostituibile (Gesù, per definizione, non è sostituibile). Ma siamo disposti a giocarci il soggetto per questa intimità? Per un oggetto che non è un vero oggetto? Lascio la domanda aperta: io ho deciso. Come corollario mi limito a far notare il posto che la musica ha presso i protestanti, come le arti figurative presso i cattolici. Ma, detto ciò, non è forse anche vero che alla riproposizione del problema io scrivo, per fuggire l’oscena intimità dell’oggetto?
Novembre 26, 2019

Il rosario è un messaggio in bottiglia: sappiamo che arriverà, non quando.
Novembre 25, 2019

La malinconia è davvero ‘un crepuscolo degli Dei in forma privata’ (debbo la formula, leggermente modificata, a Peter Sloterdijk)? Cosa andrebbe perso, nella malinconia, che un rapporto mitico-terapeutico potrebbe recuperare, come alternativa al linguaggio dell’unico Dio, anzi sostituendogli quello del genio o del demone privato (il Doppelgänger)? La malinconia è sì quel crepuscolo ma, allora, chiediamoci anche cosa è l’eccesso opposto, ossia l’estasi: essa è il genio che spiega l’individuo come il pilota spiega le vele, cioè sapendo sfruttare tutto il vento. Tuttavia, ciò è anche rischioso. In questo doppio uso della parola spiegare si nasconde la doppia natura del demone privato: esso rende giustizia dell’individuo ed insieme lo sospinge, a tal punto che in un crepuscolo degli Dei egli si trova a marcire nel suo io, il quale da solo non può assolutamente niente. Siamo disposti ad abbracciare il linguaggio mitico? Se si allora siamo disposti anche ad abbracciare il dionisiaco. Nel caso contrario ci accontentiamo di una psicologia monoteista che forse non è la più adatta a comprendere la malinconia o il suo opposto (era adatta a comprendere l’accidia però). Ma allora cosa è in fondo l’estasi del melanconico? Non lo si può dire del tutto, purtroppo: essa è una tale malattia dello spirito che solo chi la prova può comprendere senza riuscire a descriverla (suggerisco qui di ascoltare le battute iniziali del Così parlò Zarathustra di Strauss). Peraltro, un frate domenicano una volta mi mise in guardia dicendomi che il convento era pieno di mondo. Ciò mi fece capire che tra quelle mura i frati non vivevano completamente soli, e non si trattava solo di Dio. Demoni, geni? Anime perse di epoche sciamaniche? Può darsi, Dio altrimenti non avrebbe molto da fare: Lucifero viene ‘dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa’, come ci ricorda il libro di Giobbe.
Novembre 24, 2019

Tra le tante battute (alcune fulminanti) sulla sigaretta, aggiungo la mia: non esiste l’ultima sigaretta. L’ultima sigaretta è quella che hai già fumato.
Novembre 24, 2019

Ieri ho visto l’ultimo film di Polanski, L’ufficiale e la spia. Da Il coltello nell’acqua in poi, Polanski ha quasi sempre girato film che sanno turbare e avvincere, con un senso dell’assurdo che gli è peculiare (non a caso qui si utilizzerebbe la parola unheimlich). Non nell’ultimo film, che però, a mio parere, si rifà abbastanza chiaramente a L’inquilino del terzo piano. Se, come svariati critici hanno detto, L’inquilino del terzo piano riguarda la questione ebraica, ossia il fatto che il protagonista, cioè il locatario, sia perseguitato dai vicini pur non facendo niente che motivi questa persecuzione, allora mi ritornano in mente le parole di un altro ebreo, Jakob Taubes, che con amara ironia diceva che purtroppo gli ebrei della diaspora non devono mai dare nell’occhio (e se ne lamentava, lui che era decisamente estroverso). Dreyfus è la vittima perfetta, infatti chi meglio potrebbe incarnare il traditore da dare in pasto al popolo francese (di cui peraltro gli ebrei facevano parte a pieno diritto)? Non mi dilungo sul film, che si fa apprezzare per il taglio filologico a cui mancano forse figure veramente umane, tra cui lo stesso Dreyfus. Piuttosto rinnovo la domanda di Marurice Blanchot: che ne è degli intellettuali? E, ponendo questa domanda, ha ancora senso chiedersi che ne è degli intellettuali se una tale élite, cui spetterebbe un giudizio insieme alto e veritiero, apparentemente si è disfatta? Allora il film di Polanski saprebbe educare, con una precisazione piuttosto cupa: tempo fa una persona mi ha detto di essersi addormentata guardando l’ultimo film di Tarantino: sorpreso, le chiedo se conosceva la storia che aveva ispirato il regista. Effettivamente non la conosceva: allo stesso modo, suppongo che quasi nessuno, tranne la minoranza che va a vedere Polanski (che sembra nutrita solo nei foyer dei cinema), conosca il caso Dreyfus. Quindi, da qui bisogna porre la domanda: che ne sarà degli intellettuali? O si è girato soltanto l’ennesimo film? p.s. Cito Blanchot perché ritengo che se si continua a coltivare la filosofia politica non sia per aggiudicarsi posizioni accademiche ma per gettare sguardi sul reale, a cui appartengono anche i film.
Novembre 22, 2019

E se Dio abitasse il reale in primo luogo come ‘nome’? E se questo ‘nome’, che nomina un nome impronunciabile, non obliterasse una sostanza bensì il gesto di espirare di cui è fatta ogni lingua? Dio è fin da subito prigioniero della parola, come noi. Salire misticamente è parlare con lui, non di lui.
Novembre 21, 2019

Peter Sloterdijk, di cui sto leggendo Sphären, dedica pagine molto accurate alla placenta. Non sembrerebbe che in questo organo si nasconda qualcosa di molto interessante. Infatti non più, oggi, trattando la placenta al più come residuo e rifiuto. Correvano tempi in cui a certe latitudini la placenta veniva sotterrata e, se il neonato era maschio, in quel luogo si piantava un albero di pere, se il neonato era femmina, si piantava un albero di mele. Irradiavano da questo organo simboli che avrebbero accompagnato il neonato come Euridice, la quale sparisce. Dice Sloterdijk: ‘il regalo d’addio di Euridice a Orfeo è lo spazio in cui i sostituti sono possibili’. E infatti, qui ne va di un doppio originario, indissolubilmente legato ad un feto, fintantoché non giunge la separazione e, con il taglio del cordone, il battesimo dell’individuo. Da allora, per ciascuno, si apre un cammino di solitudine. Thomas Macho, di cui posseggo Metafore della morte, ha tenuto, nell’anno accademico 1995/96, un seminario sulle tecniche di solitudine all’università Humboldt. Suppongo che questo seminario andrebbe aggiornato. Comunque, questa la tesi di Sloterdijk, le tecniche di solitudine sono destinate proprio ad essere assorbite da collettività totalitarie. Che tu scriva, che tu fotografi, che tu dipinga, un unico destino è preparato. Paradossalmente, senza che quella solitudine venga scalfita: anzi, essa alimenta una tecnica pronta ad essere maneggiata nel suo contenuto, ad essere resa, come si dice oggi in modo neutro, informazione. A queste tecniche, come spiega Sloterdijk in un altro luogo, è congeniale purtroppo il cogito cartesiano (cogito, penso, ergo sum; da notare che non è una deduzione). Invece, è da qui che si potrebbe muovere, con una traslazione sottile: si pensa a me, dunque sono (an mich wird gedacht, daher bin ich). Oppure, in modo ancora più accurato, cogitor a Deo, ergo sum. Prima di cercare il nostro luogo nelle collettività totalitarie, riconoscere che il nostro bisogno è di essere pensati, poiché, se non siamo pensati, non siamo in nessun modo.
Novembre 20, 2019

Non si dice tacendo perché Ludwig Wittgenstein voleva si tacesse. Si dice invece incidendo una sezione chirurgica, una differenza testuale che ne è lo scarto. Queste sono proposizioni ben formate: la foglia è gialla, il cielo è grigio, il muschio è sul tronco, piove (i tedeschi correttamente dicono: ciò piove). Tuttavia, se dicessi questo, allora avrei fatto meglio a tacere: ‘il senso della sera che cade è percorrere sotto la pioggia sottile un viale ai cui lati gridano, sparpagliando rami e mani urlanti al cielo, foschi tronchi, sui quali s’avanza muschio verde di lucertola, tra foglie bagnate di cui spicca la rossa su tenue ocra, ecco… A mai più, neppure a un domani d’esilio’. Non ho fatto altro, qui, che inventare fumo, che è dei fumi perché lo sostanzia (di cosa è fatto il fumo se non di fumo?). Questa prosa ginnica ha campioni come Léon Bloy, che ho terminato di leggere: un libro antisemita che contiene un canto, una domanda, che non è affatto antisemita. Il saggio di Ceronetti, che qui vuole sporcarsi le mani, chiarisce. Ma chiarisce fintanto che dura il respiro, quello dell’invettiva, che comprende e nega al tempo stesso (soprattutto nega, amore, affinità, relazione). Così non sorprende che tra tanto furore si trovi una frase che ogni mano ha segnato: ‘la storia degli Ebrei sbarra la storia del genere umano come una diga sbarra un fiume: per alzarne il livello’. Per essere all’altezza, Bloy si deve porre al di sopra della Chiesa e della Sinagoga, nello sforzo di comprendere l’età dello Spirito Santo. Quindi sì, la salvezza è dagli ebrei (ma per chi?), ovvero, soprattutto, degli ebrei. Qui la traduzione da seguire è quella consigliata da Ceronetti, ossia la Bibbia di re Giacomo: ‘for salvation is OF the jews’. Per farvi un esempio contrario, la Nuova Riveduta traduce invece (Giovanni 4, 22): ‘perché la salvezza viene dai Giudei’ (traduce come Lutero). Credo che dovrò lavorare molto sui testi biblici, ma quella sezione, taglio in cui sta la differenza, la quale si ripropone incessantemente, tra il detto e il tacere, questo ancora non so, per ogni testo. Poiché sarebbe inutile leggere, sempre, senza pregare mai.
Novembre 18, 2019

Mentre la pioggia continua ad intessere i tetti della mia città (reminiscenza da Verlaine, mediata da Walser, Mikrogramme), e non sono i tetti di Parigi, per quanto anche qui si traduca attentamente, riascolto una vecchia canzone di Serge Gainsbourg, sul quale vorrei dire qualcosa che riesca a rendere la mia passione per la sua scrittura, la sua voce, la sua musica. La canzone è je suis venu te dire que je m’en vais, di cui troverete facilmente una esibizione dal vivo che per me è la migliore. Sono venuto a dirti che me ne vado, perché me ne hai fatte troppe. Non piangere adesso, non cambierà niente, perché sono venuto a dirti che me ne vado. Si può scrivere una canzone di così pochi elementi? Gainsbourg aveva il pregio di trovare la musica da poche righe, di alimentarle per una bella drammatizzazione, di aggiungere il suo non so che a una calma malinconia annebbiata dall’alcool. Inoltre, come ogni persona pulita, odiava il puritanesimo ma anche un eccesso fintamente libertario (oggetto delle accuse più tarde di Houellebecq). Avendo vicino la Bardot e più tardi la Birkin credo che la sua ironia si facesse fin troppo sottile. Tutto bene fino agli anni settanta, poi il sesso si trasforma in un mercato, che si divide in perdenti e capitalisti: persone cioè che non avranno mai speranza di trovare un partner e persone che li accumulano (prima della rivoluzione sessuale, nessuno rimaneva senza moglie o senza marito). Su questo punto credo che la traiettoria di Gainsbourg vada da 69 année érotique a love on the beat. In quest’ultimo caso non rinuncia ad una esibizione in Tv attorniato da ragazze in topless. Raggiunto uno status da tardo impero, in cui nemmeno lui poteva credere, quando tutto il meglio si stava dissolvendo, alla fine anche la Birkin lo lasciò. Per me è un vuoto. Quello che lui ha cantato lo accusa (tutti sono diventati puritani, lui è l’eccentrico alcolizzato, nel ricordo, ma imperdonabile). La musica peraltro non è più un genere che riesca a diventare un movimento sociale o ad essere la società stessa: l’ultimo fu il grunge negli anni ’90. Oggi la musica è superflua. Per questo si ascolta anche Gainsbourg, in particolare quando la pioggia non cessa di intessere i tetti e i suoni rappacificati sono dello stesso giallo lucore di una lampada.
Novembre 17, 2019

In ordine di lettura, sulla mia scrivania, Dagli ebrei la salvezza di Léon Bloy. Questo autore è noto per una espressione che ricorre ogni volta in cui una persona mediamente colta voglia parlare del Messia: chi è il Messia se non ‘un vagabondo dell’Assoluto, del Dolore, dell’Insonnia’? Egli deve venire, o non lo si attenderebbe affatto. Bene attenderlo per sempre o non attenderlo mai. Bene attenderlo per quaranta anni, come Bloy, o non attenderlo affatto (e sia, con i nervi a pezzi). ‘Non sarà probabilmente altro che un riflesso della Gloria in una cloaca’, scrive Bloy. Se la storia è questa cloaca (esiodea, chiosa Ceronetti), tanto maggiore lo stupore. Ora prendiamo Giovanni 19, 30: Gesù, sulla croce, prende l’aceto e dice ‘è compiuto’, quindi china il capo e muore. Lutero traduce ‘es ist vollbracht’. Si è parlato qui di intronizzazione paradossale: Cristo Re muore, ma non prima di aver detto che ‘è compiuto’, ossia che il vangelo vivente è stato portato in ogni sua parte: è tempo di morire. Allo stesso modo, il venturo non può emanare da una perfetta Gloria, essa è la cloaca della storia, sporca, infima, non perché se ne veda la superficie polita, un contrasto che apparirebbe eccitante, drogato, ma perché al contrario non è priva di macchie. Insomma, anche qui abbiamo una venuta, che è un ritorno, a sigillare la storia, a elevarla e infine ad annullarla, che è paradossale. Saremmo tentati di concepire questa storia come un progresso: in realtà quanto più il futuro appare temibile, i cui fantasmi si annunciano ma non sono ancora rivelati, allora una speranza che l’ineluttabile sarà riscattato escatologicamente motiva l’attesa. Non trovo mai questa domanda quando si parla tra di noi, credenti, di varie chiese: perché oggi attendere il Messia? Meglio, avete mai provato il fremito vicino al delirio di una prolungata attesa del Messia, qualcosa che infine avete dovuto scacciare per non diventare pazzi? Lascio questa domanda senza risposta. Mi limito a dire che Bloy, come Huysmans, eccetera, sono convertiti, ed è solo la conversione, che non è una fede accomodante, ma eredita la sofferenza, a  comprendere l’attesa del Messia. Le attese messianiche collettive sono peraltro eventi eccezionali. Che dire degli ebrei lituani che credevano di poter tornare a Gerusalemme a cavallo di nubi dopo aver venduto tutti i beni? Sabbatai Zevi, pur bandito nel 1651 dai rabbini della sua città, si proclamava Messia, manifestando sintomi della sindrome bipolare. Muovendosi tra l’Anatolia e la Grecia, alla fine, dopo due matrimoni non consumati, incontrò una ebrea lituana che aveva fatto voto di non sposare nessuno che non fosse il Messia, anche lei da un passato poco raccomandabile. Zevi finì a Gaza, per farla breve, dove Natan di Gaza, uomo di Dio, gli disse che lui era veramente il Messia. Quindi Zevi trovò anche il suo profeta. Tralascio quanto rimane della storia, se non che Zevi tra la morte e la conversione all’Islam si convertirà, non prima di aver creato un movimento messianico vastissimo all’interno del mondo ebraico. Importante è credere, se anche il Messia scendesse alla stazione degli esuli come nella poesia di Ceronetti: noi non possiamo saperlo, a maggior ragione dobbiamo reputarlo.
Novembre 14, 2019

Dove ci poniamo se non in chi va con il fato, sempre?
Novembre 14, 2019

Quando di un libro si vuole dire una parola che nemmeno l’usura sembra spaventare, ma dovrebbe, allora si ricorre ad affresco. Sarebbe un’ingiustizia, pertanto, dire di Chiamalo sonno, che mi appresto a rileggere, che sia un affresco della diaspora di New York. Chiamalo sonno, avvaliamoci di metafore ottiche, è uno sguardo dilatato, che per essere tale ha bisogno di fissarsi sui dettagli, o il quadro sarebbe sfocato. Ecco la vera inquietudine che percorre il romanzo, tale per cui, di fatto, il suo autore quasi non riuscì più a scrivere, confinando la sua vita in una progressiva precarietà (santa umiltà). Si può concepire un’opera tanto più larga quanto più profondi sono i dettagli? E smettere di scrivere perché quella terapia non la si può variare, impedendo nuova invenzione? Negli anni ’30 la psicoanalisi era ancora giovane, ma qui abbiamo un caso interessante da psicoanalisi, oltre il romanzo, dentro la vita. Per questo Chiamalo sonno si legge ‘bene’, perché tra le righe, nello spazio tra una parola e l’altra, si trova l’inconfessabile, il sogno, la mano ferma ma brutale del super io. Infatti, l’intero romanzo, di 512 pagine, non è altro che un dubbio di paternità che scatena la vita, che la contorce, che la rende cupa e torva. In un quartiere di New York, grande depressione, autore Henry Roth.
Novembre 13, 2019

Piove, semplicemente piove, su ogni mattonella dello spiazzo vuoto e tetro, mentre un sole obliquo si addormenta sulla finestra, pronto ad essere nuovamente inghiottito da quella stessa pioggia che ora riluce appagata nel suo gioco infimo, freddo e fermo. Gioco di ombre, di luci accese qua dentro, che non posso far tacere mentre ripenso che un buon sacerdote mi consiglierebbe il rosario. Già detto questa mattina, e ieri sera, e ieri sera ancora. Chiedere, poiché sarà dato. Ma cosa? Molti dicono: grazie potentissime, ed è vero. Ma la grazia, quando si annuncia, e sarebbe sacrilego dubitarne, è il cuore che tace, mentre il resto sprofonda. Egli ci tira su da sicura morte e, in questa rinascita, sappiamo che è stato dato. Vi è mai capitato di essere così vicini alla morte e alla preghiera? Tutto è stato dato, non qualcosa, tutto in sovrabbondanza, mentre ci lamentiamo per non aver chiesto di più, per aver pregato due briciole. Non possiamo dubitarne: non solo siamo stati ascoltati, siamo stati capiti, come il bambino che ottiene il gioco agognato. Il rosario, che io dico in latino per non pensare alle parole, fumo dei fumi, è litania, penitenza, ma soprattutto quel tragico che abbiamo dovuto mettere in preghiera, per essere simili alla pioggia che cade. Ho un amico valdese che non capisce perché io dica il rosario. Allo stesso modo, che dire del pellegrino russo che ripete incessantemente per tutta la vita ‘Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore’? Che dire del fatto che di tanto in tanto il suo cuore provi una fitta inattesa? Non la si può mai prevedere, potrebbero trascorrere anni, poi all’improvviso… Eppure, siamo persone leggere, fin troppo, quale magrissima consolazione aprire Rimbaud e cercare con lui sul corpo della donna quella bestiolina che viaggia tanto in uno scompartimento ottocentesco. Abbiamo dimenticato tutto. Non è rimasto che niente.