Gennaio 23, 2020

Non voglio lanciarmi in territori che comprendo poco, e mi riferisco in particolare all’antagonismo tra princeps /principium e anarchia. Bisogna comunque affrontare succintamente questo antagonismo dalla parte (fenomenologica) dell’origine, dimenticando per ciò che vale il carattere apparentemente negativo dell’anarchia. Perché dunque il concetto di origine, tale da legittimare il politico, è così problematico dal punto di vista fenomenologico? Cosa significa per esempio che San Paolo, muovendo da una riforma dell’ebraismo, delineò i motivi della prima rivoluzione storica che sia anche riuscita? Schürmann, che sto ancora leggendo, divide il problema in tre parti. Vediamo la prima: il fondamento del politico non è tale per tutte le possibili economie del politico; detto altrimenti, quanto al venire alla presenza, l’origine non è (l’unico) fondamento, o meglio ancora, non è il fondamento universale (impossibilità di concepire l’umanità come un tutto, il politico come onnicomprensivo). Inoltre, dal punto di vista modale, si sarebbe potuto dare banalmente un’altra origine per la stessa economia. Il secondo motivo è che la ricerca del fondamento del politico non può arrestarsi: si può parlare di referenti maggiori e minori, tuttavia, se anche invocassi un principio teocratico (il mondo medioevale si reggeva su un equilibrio quasi teocratico), l’indagine richiederebbe un discorso di legittimità, ed in effetti lo ha sempre richiesto, in ogni situazione data. La creazione pura del politico epocale, e siamo al terzo punto, è un fondare come ‘accadimento senza ascendenti, (ma) alterato dalla pietà dei discendenti’, cioè dalle pratiche retoriche che preservano l’autorità. Ora, di qui a poco l’autore si serve di un termine che rimanda a Badiou ripercorrendo episodi di sospensione dell’ordine come i soviet del 1917, cioè il termine evento. Tuttavia, non ci si può nuovamente calare nel paradosso per cui, in una apparente uniformità evenemenziale si creino delle sacche ontiche pienamente o nuovamente, fondazionalmente, legittimate, e quindi rivelantesi come ingiunzioni particolari a posteriori. Bisogna chiedersi cosa è questo evento, cioè possederne il discorso. La risposta di Heidegger è che, se riduciamo tutto il problema fin qui svolto a quello della libertà, allora si parlerà di libertà del venire alla presenza, e saremo in piena svolta, se questa non segnala più l’umanesimo che conservava il soggetto al centro di ogni chiedere (qui egli attende, ascolta). Pertanto, nell’anarchia si può a ragione ignorare ogni discorso fondante, perché essa è un ritrarsi verso il puro ascolto del destino. Essa non cerca o vuole alcunché, essa non può non operare dal punto di vista che non ha un principio. Data l’ipotesi della chiusura (fine della modernità, per chi l’ha percorsa tutta), ci si metta solo in ascolto dei ‘principi declinanti’. Affronterò in un altro momento la connessione di queste pagine con il problema della tecnica. Due parole sulle bozze per un libertarianesimo cristiano qui accanto: vale ancora, e si tratta di appunti, l’appello ad una forma cristiana di autogoverno, cioè la fiducia, che vedo sempre più come quella grazia dal volto umano che non ci orienta verticalmente ma tra di noi.
Gennaio 22, 2020

Sono trascorsi circa cinque mesi dal primo segnale lanciato verso un pianeta lontano, cui si doveva tutta la cura possibile esemplificata dal detto per cui nulla dies sine linea (in effetti quel frammento non fu occasionale, fu meditato per anni). 120 frammenti non sono ancora sufficienti, sono un piccolo archivio, mi sorprende quanto umorale, dal primo ricordo, che ho restituito all’inglese, alle letture di questi giorni, di oggi stesso. Quel pianeta cerca di comprendere una cosa, soprattutto: se la nostra, la mia percezione del futuro sia cambiata. Negli anni ’70 per esempio si poteva presumere che le cose sarebbero più o meno andate nello stesso modo, non troppo lente. Non si sarebbe immaginata tutta la frenesia con cui oggi parliamo del futuro, e lo agiamo. Ciò lascia supporre che si sia in effetti realizzata la piena evidenza del Gestell. Sono sicuro di aver aperto un canale con quel lontano pianeta. Appena tratteggio qualcosa ed essa si avvia per il cosmo si vuole sapere. Per questo l’esercizio quotidiano è importante, anche se fraintendessi tutto: se infatti fraintendessi tutto, aprirei altre possibilità del vero, inaspettate. A tratti, come nella preghiera, sento vibrare il profondo di quel pianeta, come se fosse anche il mio. E, direbbe Rilke, siamo tesi su due corde, ma rendiamo un solo suono, come accadde nella meditazione prima e insuperata del frammento iniziale, dalla quale mi sono sempre sentito compreso e anticipato.
Gennaio 22, 2020

Ricolloco un punto esplorato ieri succintamente in un nuovo contesto. Terminavo con la domanda della tecnologia chiedendomi se essa non fosse una durata senza un fine (telos, scopo). Ogni altra ipotesi soggettivista e umanista sulla tecnologia sarebbe una comoda menzogna. Riguardiamo Blade Runner e il suo mondo, che sarà presto il nostro (direi di attendere la fine del secolo a partire dalla prospettiva di crescenti accelerazioni). Quel mondo perdura, non si sa come, e il compito di ritirare dei replicanti è solo un pretesto narrativo, per quanto drammatico e poetico, per illustrare questa durata che non ha un fine, uno scopo. Il mondo di Blade Runner, in questo suo perdurare, si preserva identico come il formicaio ideologico che dipinge così bene: neppure l’apertura mondana del discorso finale sulle navi in fiamme, i raggi gamma che balenano nel buio del cosmo, eliminano la claustrofobia umida e piovosa delle strade, percorse incessantemente da un’umanità cibernetica e frantumata. Questo film sarà il più attuale fra poco meno di un secolo di sforzo moderno intorno al superamento della modernità, cioè di sé. Ma, qui il paradosso di una durata che non ha uno scopo, il nuovo mondo non sarà una nuova epoca, non porrà nuovi valori: infatti il soggetto come tale si sarà dissolto, tuttavia il mondo si lascerà pensare nella stessa misura in cui si lascerà conoscere scientificamente per progredire e perfezionarsi. Sarà il tempo in cui il flusso economico consentirà di lasciare ogni cosa al proprio posto, ecco l’umile chiedere del pensiero. Il replicante che ci ha fatto innamorare ha potuto pensare, ha pensato anche la propria morte, quando chiedeva più vita. Ma forse questo non è ancora possibile, non sarà stato possibile in Blade Runner. A meno che noi, un giorno, non si possa essere il cacciatore. Notiamolo bene. Il secondo Blade Runner è un fallimento filmico che ha accentuato il lato poliziesco come in qualsiasi serie del pomeriggio (lo dicevo settimane fa). Il ruolo del cacciatore, invece, è paradossalmente quello di lasciar essere, in primo luogo se stesso, dal momento che è un replicante che vive nella menzogna di non esserlo. Torniamo adesso al pensiero: esso segnala la differenza tra il conoscere operativo della tecnologia e la tecnologia che si lascia pensare. Heidegger poteva ancora dire che il conoscere operativo, fino al momento della sua scrittura, aveva soppresso il pensare. Ma nel pieno dispiegamento della tecnologia, lo si può intuire, o questo peso sarà diventato insostenibile, o inizieremo a lasciare le cose al loro posto, cioè a pensare. Sarà la fine del problema della tecnologia, ossia di quel perdurare che non ha più uno scopo, ha eliminato il soggetto, ha consentito il pensare, cioè il lasciar essere di noi replicanti. La fine del soggetto è tale per cui superandosi si pensa ancora, ma per questo abbiamo bisogno di superare anche la modernità nel puro perdurare delle essenze, quali scopriremo di essere noi stessi. La modernità, per come la concepisco, è ancora (per poco), la primazia del soggetto, con tutti i corollari che ben si conoscono, a partire dal discorso politico, cioè della comunità.
Gennaio 21, 2020

Del testo che sto leggendo mi interessa l’ipotesi della chiusura (Reiner Schürmann, dai principi all’anarchia). Si tratta di un’opera che riguarda Heidegger ma non solo: l’ipotesi della chiusura sostanzialmente afferma due cose: l’anti-umanesimo come tratto della fine della modernità e l’anti-soggettivismo come fine di una teoria dell’azione. ‘Ammesso che si possa sostenere la tesi che, nella cultura odierna, la soggettività stia tramontando, scompare anche la possibilità di costruire un fondamento per l’azione. La decostruzione della filosofia pratica è un elemento del passaggio dai problemi  tardo-moderni della coscienza e dei suoi atti al problema del chiudersi della modernità’. Il testo di Schürmann non può anticipare un dopo, almeno non nella misura in cui, e ciò è impossibile, questo dopo venga ad essere da sé stesso (come sostengono i fautori classici del post-moderno). Dice l’autore: ‘alla domanda, cosa dobbiamo fare?, la risposta è dunque la stessa che alla domanda, come dobbiamo pensare? Amare il flusso e ringraziare le sue confluenze economiche. Non si tratta di una risposta hegeliana, perché in ciò abbiamo ovviamente abbandonato il requisito della rispondenza tra reale e razionale, che Hegel dava per acquisito in ogni flusso, in ogni confluenza. Tuttavia, si dice di riposare, di lasciare. La Gelassenheit produce le economie nel senso che non le ostacola, ma ciò potrebbe soddisfare la pretesa di Hegel che la razionalità trova sempre il suo percorso interno al reale (mi scuso del fatto che ciò suoni come pensiero mitico, piuttosto che profondo). L’anti-umanesimo è la tesi per cui dal problema del conoscere come centrato sulle condizioni del soggetto si è passati al problema del pensare: lo avrebbero fatto Marx, Nietzsche con la tesi dell’eterno ritorno, Heidegger con la svolta. Con quest’ultima Heidegger perviene a concepire in un solo modo azione e pensiero: ‘agire vorrà dire situare una cosa nel luogo che è suo e lasciarvela d’ora in poi’. Lasciarvela per quale motivo? Se con ciò si volesse affermare, in modo assurdo, per abdicare dal pensiero stesso, non si coglierebbe il fatto che questa azione richiede un pensiero che non retrocede, piuttosto impelle. A me questa impellenza sembra ovvia, o non sarebbe necessario rompersi la testa sulla svolta: ci accontenteremmo del post-moderno da cartolina illustrata come denuncia l’autore. Io, che sono un conservatore, cioè aderisco quasi religiosamente all’orizzonte moderno, sono però in grado di cogliere i vagiti di qualcosa di veramente nuovo, ed è questo il caso. Da ciò risulta per esempio la domanda sulla tecnologia: formati a pensarla secondo i fini che essa dovrebbe raggiungere l’abbiamo già pensata? E, se non l’abbiamo ancora pensata, come si pone rispetto all’ipotesi della chiusura? E come si pone rispetto all’anti-umanesimo, che predilige le ipotesi che ‘pensano’ rispetto a quelle che ‘conoscono’? Queste ultime sono ovvie, le prime difficili. Esse dirimono la modernità dalla tecnologia, la quale perdura: la durata è l’unico riferimento della tecnologia. Almeno questo dato sembra consegnato al pensiero, esso infatti non invoca nessun fine. mi chiedo se alla fine del libro ne saprò qualcosa di più: ma, ovviamente, è un paradosso che con la fine del soggetto si possa agire solo in quanto si pensa. Ricorda la vecchia battuta di Kieerkegaard: perché reclamare la libertà di parola quando si ha già la libertà di pensare? Mentre la modernità, compreso Marx, cercava le condizioni del proprio superamento, ci siamo trovati, se l’ipotesi della chiusura è vera, in una durata in cui non si può agire… Ma il testo ha ancora molto da dire, non sono che a metà.
Gennaio 21, 2020

Pare che tutti sognino il proprio funerale, e certamente tutti a quel funerale piangono. Al mio funerale tutti con il pugno alzato e non piange nessuno. Tuttavia mi capita ancora più spesso di sognare o immaginare di cantare, soprattutto Iggy Pop (1970 negli ultimi giorni, ma i titoli variano). Ora stavo ascoltando i Rolling Stones e piangevo mentre cantavo I got the blues. A dire il vero ero un po’ strafatto in questo sogno: i musicisti avevano allestito tutto nel salotto della mia villa, e la protagonista de la ragazza d’autunno visto pochi giorni fa mi sovrastava con la sua altezza mentre cantavo e piangevo per lei. Ho già detto che ero strafatto. Lei portava senz’altro qualcosa di molto costoso, diciamo un Armani, dai colori paglierini come i suoi capelli e le sue sopracciglia (ah, le sopracciglia dell’amata, quale intuito in Shakespeare). Ma devo dire, prima di continuare a raccontare della canzone, come ci eravamo conosciuti. Io ero l’uomo più ricco del mondo e avevo creato un’impresa innovativa per fornire energia verde al mio paese (al continente intero). Un uomo ricco ma solo: così avevo messo un annuncio per trovare l’anima gemella, che avesse almeno un dottorato di ricerca. Viktorija, questo il suo nome, oltre ad essere attrice, aveva conseguito due dottorati, a Mosca, in chimica dei materiali ed in ingegneria meccanica. Senza addebito morale da parte mia, una volta scelta e scelto a mia volta, sarebbe stata dotata di un enorme patrimonio (di dimensioni russe): ora lei era vicino a me, nel suo Armani, in mezzo a un gruppo che eseguiva i Rolling Stones, trovandosi a suo agio, e io non facevo che piangere cantando e guardandola, avvicinando la mano per una carezza. Tutto questo è molto meglio di un funerale in cui tutti sono con il pugno alzato e nessuno piange: io almeno piangevo per un ottimo motivo. Come cantano i Rolling Stones, se non mi credi baby sto soffrendo come un cane cantando questa stupida canzone alle tre del mattino, solo per te, che hai il sole nei capelli… as I stand by your flame I get burned once again…
Gennaio 20, 2020

Scrivo questa nota mentre un gatto, maschio, cerca faticosamente di accoppiarsi con un altro gatto, maschio, sul mio letto. Gioia del risveglio, si direbbe, più o meno. Oggi non è programmato cinema. Quel tale cinema che una volta presentava film nuovi con spettacoli a rotazione ogni tre giorni. Una sorta di mania, ma accurata, di non lasciarti indietro, per quello che altri avevano già visto, talvolta rivisto: eppure non ricordo un solo titolo. Solo di aver intravisto, una sera, la capigliatura rossa di lei: andava senza di me, al cinema, meno spesso. Lo stesso cinema esiste ancora, e non si sa chi sia più l’ombra di qualcosa che invecchia. Dalla finestra, il vento rende argentee le frange di un olivo, un silenzio acquattato, una voglia di aprire Schnürmann perché siamo finalmente arrivati alla svolta dell’anti-umanesimo. Si diceva quando studiavo che fummo spodestati dalla nostra posizione nel cosmo dalla nuova fisica. Ma non era vero: bisognava aspettare Marx, Nietzsche e soprattutto Heidegger. Ora abbiamo un debito da pagare: vivere senza principi, se è possibile.
Gennaio 20, 2020

(continua)… l’audacia logica di immaginare una situazione determinata come paradigmatica, da soli due elementi costitutivi, dell’in sé e del per sé, non è riuscita. Ha isolato, è vero, gli elementi della situazione, ma ha divagato. Si può essere in sé come ragion sufficiente che non esclude la propria possibilità, come non è esclusa l’assenza assoluta di determinazione in quanto data in sé (infatti è a suo modo una determinazione).  E si può essere per sé in quanto si ha come oggetto proprio quel sé, richiedendo quindi un oggetto che sarebbe dato anche per sé. Altrimenti sarebbe per altro. Leggo che la funzione del principio di ragion sufficiente è tipicamente moderna (la nuova filosofia inaugurata convenzionalmente da Cartesio). Leibniz ne fa uso per misurare la consistenza logica dei mondi (sebbene un mondo consistente e dotato della propria volontà di esistere ancora non possa essere). Credo che la negatività si possa sempre pensare sia in sé che per sé: essa è consistente. Se immaginiamo l’insieme vuoto come l’in sé e per sé di tutto ciò che è assolutamente privo di determinazione, che non è in una parola che nulla, se non il concetto che cerca di afferrarlo, non dico niente che sconfessi il principio di ragione. La mancanza di determinatezza infine si può pensare per sé perché è l’ombra logica gettata dalla privazione: sebbene non possa esistere, concettualmente è tautologica. L’assoluta mancanza di determinazione è per sé negatività. Mi scuso per le parole confuse di ieri sullo stesso punto. Queste dovrebbero bastare anche perché, con il sole e un vento gelido e turbolento, la giornata potrebbe rischiarare il pensiero.
Gennaio 19, 2020

Ho quasi terminato poche pagine sulla critica al ‘materialismo democratico’ (si veda la descrizione che ne dà Badiou nelle logiche dei mondi). Poche pagine non perché i problemi siano di facile soluzione, ma perché al contrario sono stati individuati senza offrire una risposta sulla quale il lettore non possa riflettere per sé. Sto adesso lavorando alle note che accompagnano i lineamenti di filosofia del diritto di Hegel. Quest’opera ebbe un’enorme influenza e forse non è vano offrirne stralci con annotazioni che ne presentino il volto attuale. Se mi accorgerò che i rimandi alla logica non sono posseduti con sicurezza abbandonerò momentaneamente il progetto. Sulla mia scrivania un racconto di Tolstoj, sonata a Kreutzer. Aut-aut di Kierkegaard, attesa di Dio di Simone Weil, e infine il libro mai scritto di Foucault, ma terribilmente attuale, le tecnologie del sé. La filosofia critica è quella che a partire da un testo ne produce un successivo che non ne è necessariamente il proseguimento in senso logico. In realtà, esso potrebbe addirittura precedere quel testo, in modo che il successivo e autorale sia una scoperta dell’origine, un epilogo fondazionale. in questo circolo evidente tra l’annotazione e il testo, dove la prima si può anteporre, si posiziona un interprete che non sempre è all’altezza. Per questo motivo, lasciandomi trascinare dalle parole di Agamben, ho acquistato un testo su Heidegger di Reiner Schürmann che promette moltissimo, su un autore che ho sempre difficoltà a leggere. Quando capisco Heidegger, lo capisco così poco da sembrarmi ovvio, quando non lo capisco, da sembrarmi lui incappato in un errore fondamentale ma istruttivo. Vorrei lasciare un esempio di argomentazione hegeliana, tanto per illustrare come si procede in questi giorni. L’argomentazione riguarda la determinatezza. Se anche io penso un soggetto privo assolutamente di determinatezza, questa è a sua volta una determinatezza, sicché non può essere logicamente quel soggetto senza la determinatezza (negatività). Ma sarebbe da chiedere: come si dispone quel soggetto? Che sia in sé privo di determinatezza è stato detto, ma per sé come si pone? Immaginiamo un orizzonte nero sul quale spicchi un punto luminoso (si tratta pur sempre di una metafora): la determinatezza che si concretizza in un orizzonte finito è qui da indagare quanto al per sé, ma non avendo altri elementi per distinguere il soggetto, si dirà che quella determinatezza sarà un momento del per sé tale da distinguerlo dall’in sé della negazione. Torniamo indietro, la negazione, d’altro canto, può essere per sé? Non saprei rispondere né so manipolare a tal punto l’esempio da capire come dal ‘punto luminoso’ si dia il per sé di una situazione affatto nuova. Tuttavia, proprio da qui si potrebbe muovere, ossia insistendo sui passaggi come situazioni del soggetto.
Gennaio 18, 2020

La ragazza d’autunno di Kantemir Belagov è (finalmente) un film dalla sconcertante presenza femminile, sdoppiata in due figure complementari che alla fine della seconda guerra mondiale si ritrovano in una Leningrado umanamente devastata. La prima, infermiera in un ospedale per reduci, dalle frequenti e inibite crisi isteriche, la seconda appena congedata dalle retrovie. Senza indulgere in dettagli che rovinerebbero la visione del film, è opportuno rammentare il dettaglio filmico in sé. Ossia la capacità del regista di seguire un copione inventando dalla scrittura lo sguardo. Per questo le due attrici, di grande bellezza (l’una sarebbe confidenzialmente la giraffa tanto è alta), si prestano a questo sguardo senza timidezze, senza inutili ritrosie, dando un volto al male e al bene di una amicizia sororale che potrebbe produrre un destino infausto sul quale il film vuole terminare: nessuna salvezza viene infatti promessa o accennata. Sorprende anche che di fronte a queste due donne, per le quali il regista sembra pensare al tragico, nessun uomo è all’altezza, nessun uomo sembra capire. Non sembra capire il desiderio oscuro di maternità (come non comprende l’omicidio). Ma non sembra nemmeno capire che separare una donna dal suo doppio femminile è impossibile. Vorremmo seguire queste due donne verso un inevitabile suicidio, ma è solo una nostra supposizione. Leningrado è qui nuda come i loro corpi, come il bagno pubblico dove queste nutrici traggono un po’ di sollievo dall’acqua tiepida: è una città nuda come quella dove è appena passata la guerra. Belagov ci vuole suggerire che amare queste donne non sarà ancora abbastanza, se questo amore non vorrà scusare e apprendere come le due amiche abbiano creato un mondo di dolore del quale siamo responsabili tutti, a partire dal maggiore che dirige l’ospedale, il quale ha conservato un’umanità appena sufficiente a suggerire una fuga che non può risolvere alcunché. Nessuna delle due infatti, si salverebbe mai senza l’altra, e dunque andranno insieme fino in fondo. Qui, il film, tace.
Gennaio 16, 2020

L’assoluto può anche avere la parvenza di una passeggiata invernale: non tanto il tempo uniforme, quanto la vivace esistenza, resa attenta dai colori e dai suoni, accoglie una favilla abbandonata da una stella perché raggiungesse il punto nel quale ci trovavamo (con ciò non voglio dire, oggi, di averne fatto esperienza). In ciò consiste tutta la differenza tra Hegel e Kierkegaard: il tempo si può pensare, anche in profondità, ma l’assoluto vi dimora solo come ombra, l’esistenza può affermare un assenso, tanto più vitale quanto non solo il pensiero, ma la volontà, ne viene modificata. In ciò è vero: si può accogliere l’assoluto nel tempo senza credere, pensando ciò che gli compete, si può accogliere infine l’assoluto nell’esistenza in quanto lo si vuole e lo si attende. Un libro di Simone Weil si intitola appunto ‘Attesa di Dio’. Ma cosa sarebbe questa, senza ciò che chiamiamo Grazia?
Gennaio 9, 2020

Ci sono pensieri che valgono un’eternità meditabile, in un monastero o nel sanatorio di cui scrive Thomas Mann. Consiglio di limitarsi a poche frasi concise e di meditare solo su quelle, eternamente. Leggendo ne ho trovato proprio ora un esempio degno: ‘la pensée ne s’autorise que du vide qui la sépare des réalités’. Il pensiero si autorizza soltanto del vuoto che lo separa dalle realtà. Si tratta di una frase che riguarda il pensiero e dunque un pensiero che deve meditare se stesso (e la propria legittimità a partire dal vuoto). Quale è il luogo del vuoto? Tra le realtà, e tale che il pensiero ne viene separato. Quindi sembra che un altro termine, l’essere, fondi la possibilità del pensiero insieme alla sua negazione: realtà non è un termine scientificamente elegante, ma per esprimere una vena parmenidea ci siamo quasi. Essere, non essere o vuoto, pensiero. Ora, sappiamo tutti fin da piccoli che esiste l’insieme vuoto, sappiamo anche che è sempre identico a se stesso. Il non essere è il minimo indistinto, tanto è vero che non ha elementi, ma come potrebbe d’altro canto l’essere distinguersi se già non lo nominiamo con il plurale di realtà? L’essere dovrebbe essere uno: anche Leibniz ci ha riflettuto a fondo. Ora mi ritiro da qualche parte, per sempre (ma ovviamente sto scherzando, basterebbe leggere Lacan), a studiare tutta la filosofia tramandata a partire da quell’unica proposizione. Quando l’eternità sarà trascorsa e avrò ripercorso quella storia, allora mi soffermerò a meditare su un’altra proposizione: ‘nessun colpo di dadi nel significante vi abolirà mai l’azzardo’…
Gennaio 5, 2020

Quando fu girato Blade Runner, e a partire dall’opera letteraria che lo aveva ispirato, è curioso notare che quel mondo viveva in un indistinto politico, ma realizzava le sole tecnologie del sé che possono non solo cambiare un individuo, ma crearne uno del tutto nuovo. Blade Runner rappresenta finalmente un’utopia antidemocratica, il luogo massimo dell’indistinzione: da questo punto di vista quel mondo è auspicabile, essendo la democrazia nient’altro che l’ultima maschera che dobbiamo gettare per osservare l’osceno in tutta la sua evidenza. Il secondo Blade Runner è invece un fallimento (amici pure esperti di cinema non se ne sono accorti) perché quell’indistinto non solo è assente, ma molto più peso ha la tensione poliziesca, come in una qualsiasi serie del pomeriggio (vorrebbe confortare tutti i peggiori istinti di vendetta). Tuttavia Blade Runner è anarco-capitalista per il modo in cui intreccia gli eventi alla Tyrell Corporation: è questa ad operare nell’ambito delle tecnologie del sé, con indubbio successo. Si tratta di un film complesso, inutilmente rovinato dal sequel. In questo ambito, si pensi anche al futuro di Akira: insomma, sembra che nessuno creda fermamente nel futuro della democrazia, se ci cibiamo di questo cinema.
Gennaio 4, 2020

Non tento nemmeno di descrivere i mondi simbolici che vengono alimentati da una attualità che mi è lontana. Tutto si muove, nella mia vita, per sfere di prossimità, delle quali la più importante è il caffè dove posso fare colazione, o quello in cui vado a bere un tè. Non abbastanza per rendermi militante: con un dialogo che si interrompe fin troppo spesso: dove sbaglio? Si tratta della domanda della preghiera, che evidentemente sorge dalla povertà di quei mondi. Mi basterebbe, in questo momento, invece di scrivere, accarezzare le gambe calzate di un’amante, per addormentare uniti questo dolore, come scrive Baudelaire, o per cercare quella bestiola che viaggia tanto, come scrive Rimbaud. Lo scrittore cui dobbiamo Jules e Jim era altrettanto poco ossessionato, finché aveva tre amanti contemporaneamente. Oggi leggevo pagine su Agar e Sarai: in questo antagonismo femminile tra la schiava e la donna libera si deve celare molto di oscuro che io non riesco a comprendere. Definitive però rimangono le ultime parole di quei due poeti. Mi sovviene, per colmo di qualcosa di conturbante, l’incisione di una morfinomane ottocentesca, che inietta sulla coscia. Fedele rappresentazione dei sogni serali quando domani so già dove andrò a bere il mio tè, a coronare una giornata invernale che mi avrà regalato la nebbia. Quello che ha tentato di descrivere Houellebecq nell’ultimo romanzo è precisamente l’impossibilità dell’amore cui siamo collettivamente approdati: un mercato che finalmente ha rinnegato sé stesso ma ci ha lasciato con niente in mano.
Gennaio 3, 2020

Se si muta la parola stato in quella di chiesa nell’enunciato di Badiou si ottiene un nuovo enunciato piuttosto interessante. L’esito è ovviamente che all’interno di nessuna chiesa vi è salvezza.
Gennaio 2, 2020

Perché oggi noi leggiamo autori come Badiou, Zizek, Negri, e molti altri? Dissemino qui una citazione da Badiou che è una risposta (tratta da alla ricerca del reale perduto): ‘Marx pensa che, da un punto di vista strategico, se si considera tutta la storia dell’umanità fino ai giorni nostri, è necessario dire che, essendo l’impossibile proprio della politica prescritto da ciò che sta fuori dallo stato, la realizzazione reale della politica è il processo di scomparsa dello stato. Ed è lì che si trova, con il nome di comunismo, l’infinito proprio della politica’. Sono certo che lo scandalo di queste affermazioni, quando per i più si tratta sempre e soltanto di democrazia, cioè di un mascheramento del reale, della realizzazione della politica, sia però l’unico esito promettente della filosofia attuale, cui spetta il compito, come nel breve seminario di Badiou, di rileggere per esempio Pasolini e le ceneri di Gramsci.
Dicembre 29, 2019

Forse Gesù ci dice di ‘chiedere’ unicamente per una ragione. Se pregassimo attendendo che il fiat voluntas tua esprima una necessità che rimane dal nostro punto di vista impersonale, cadremmo nel fatalismo pagano. Invece, sia fatta la tua volontà per ciò che ti chiedo…
Dicembre 29, 2019

Tipiche affermazioni del super io, come ‘devo essere inflessibile con me stesso’, ‘posso (dunque devo)’, sono spesso il più immediato e fallimentare rimedio all’accidia. Il corpo sa che l’accidia non è più confinata nei monasteri, ma consuma chiunque. Tuttavia, forte di questo sapere, non può trovare ovviamente una via d’uscita nella tirannia del super io, che invece lo confronta ineluttabilmente alla sua inadeguatezza. Seguire il corpo, non credere ai maghi dell’energia (del sentire le proprie energie e di esprimerle), seguire soltanto il corpo: ecco forse, per un istante di una giornata qualunque, una scintilla di beatitudine.
Dicembre 26, 2019

Scrive Alain Badiou, ispirandosi a Lacan, che ‘il mondo di una verità amorosa fa apparire un due assoluto, un’incompatibilità fondamentale, una dirompente separazione’. L’amore, dove il due si congiunge e ricongiunge incessantemente, è un universale contingente di cui non sappiamo nulla, se non che organizza una scena di separazione. Cosa fa il soggetto reattivo di questo soggetto fedele che riesce a subordinare? Il soggetto fedele è immerso nel presente della scena ma, subordinato, quel presente viene estinto nella ‘coniugalità’, ancora meglio, nel contratto (è la china attuale). Il soggetto oscuro, che subordina da subito il presente nella sua interezza come inconscio, ne esige un destino fusionale incarnato da C. Giustamente Badiou vi ravvisa la pratica della confessione perpetua, della fedeltà minuziosa e mortifera. Queste note preparatorie le traggo da Logiche dei Mondi e dispiace un poco che un testo più articolato sulle verità artistiche politiche amorose e matematiche non sia tradotto in italiano (Conditions, che ho ordinato in francese). A dire il vero, la lettura di Badiou mi sta invogliando a gettarmi negli studi per scrivere un libello contro lo stato etico (il materialismo democratico, come lo chiama lui). Subito mi si presenta un problema: quello dell’umanitaresimo cristiano che sembra autorizzato dai vangeli. Qui la domanda è quella che chiede delle verità eterne che rendono il soggetto immortale. Come reperirle al di là della rivelazione? Ovviamente, come vogliono invece il materialismo democratico e il postmoderno, non esistono solo corpi e linguaggi, non siamo confrontati soltanto al faccia a faccia del godimento. Ma la via della rivelazione biblica non viene seguita nemmeno da Simone Weil, autrice che amo alla follia. Eppure, quanto alle procedure di verità, non saprei da dove muovere. Faccio un esempio: Badiou parla della rivolta di Spartaco in relazione al soggetto fedele. Perché, in ultima istanza? Perché le verità politiche sono ‘invarianti comuniste’… Ecco la risposta… Ma io, a differenza di Badiou, non sono allievo di Althusser, mi devo dunque muovere sicuro senza punti di riferimento in quel territorio che Simone Weil, da mistica, ha percorso senza diventare pretesca.
Dicembre 23, 2019

Ieri, passeggiando solo e in su e giù per la via dei negozi in attesa di un appuntamento, ho incrociato il passo della persona più sola che conosca. Lo ricordo ancora perché di pomeriggio frequentavamo lo stesso bar. Se io potevo apparire come un flaneur, a tratti con un libro, lui guardava nel vuoto, certo non me, di fronte ad un caffè bevuto già da due ore. Non attendeva nessuno, era dimesso, un’aura mite ma dignitosa. Ieri però non era solo: ecco, ho pensato, il padre. Parlavano: lui portava un cappotto nuovo di zecca. Il padre era venuto a trovarlo. Faccio nuovamente la stessa via e li incrocio, soli, del tutto sospesi sul caos dei regali, delle compere, della volgarità. Applaudo, grido, o almeno questo è quello che accade nella mia testa. Purtroppo non so più in quale bar abbia deciso di invecchiare. Nel solito hanno introdotto il servizio al tavolo per darsi un tono. E io, invece, ho trovato il mio appuntamento, forse vergognandomene un po’.
Dicembre 20, 2019

Persone piatte, prive di scrupoli, stanno pianificando una società etica che porrà fine alle nostre libertà (poiché anche la libertà è gravosa, scabrosa). L’eticità della loro azione non si può sottacere. Di fronte al dolore, al tremore, non resta che rubare almeno un attimo per sprofondarsi in una dose di eroina, e non sorprende che proprio gli oppiacei siano la cura del nostro testo drogato. Tutto questo solo per rivendicare le più folli pretese dell’individuo, che prima invece viveva nei luminosi interstizi del reale. Si chiamerà stato etico. Vediamo nel complesso ciò che accade, ricordando la felice intuizione di Klossowski intorno a Sade: ‘un superamento deve produrre il successivo, e quando in questo modo si ripete, allora si ripete, in Sade, il più delle volte attraverso un’azione che rimane una e la stessa. Giammai questa azione potrebbe superarsi. Ogni volta la sua immagine si rappresenta come se quell’azione non fosse mai stata agita’. Si è molto spesso notato che il negativo del concetto di libertà in Kant è proprio la scrittura di Sade, perché egli deve poter volere ciò che è nelle sue possibilità: quindi, innanzi tutto, ‘deve’. Ora, si può cancellare l’orizzonte sadiano della libertà dal nostro agire? Si può negare alla libertà la sua scabrosità, laddove, fino al suo limite indicibile, il paradosso è che l’azione, conosciuta fin nei minimi dettagli, non è mai stata agita? All’opposto abbiamo i tentativi dello stato etico, della sostanza etica dello stato, che è prodotto, non più come in Hegel, da una fanatica adesione, la quale può adesso indirizzare tutte le più folli pretese dell’individuo alla realizzazione della sua paranoia. Lo stato etico, divenuto uno stato fondamentalmente paranoide, è forse l’esito delle democrazie liberali e rispetto a queste ben vengano tutte quelle ricostruzioni che a partire da una società lacerata, la quale adora solo l’idolo della giustizia, vogliono rivendicare modelli finalmente imperfetti.