29 Marzo, 2020

Ho appena visto un film di Joseph Losey intitolato the Servant. E proprio ieri scrivevo del rapporto servo padrone in Hegel. Cosa ha di interessante questo film, che ho premiato con cinque stelle su cinque? Prescindendo dai meriti cinematografici, è l’ideazione a interessare. Un domestico viene assunto da un giovane signore benestante londinese. Il domestico quindi si trasferisce a casa sua mostrandosi fin dall’inizio attento ma anche non privo di una certa iniziativa. Solo la fidanzata del giovane signore prova una istintiva diffidenza verso il domestico (e bisogna dire che Bogarde, come in molte altre prove, è sempre piuttosto inquietante). Non riassumo oltre la storia per porre invece una domanda che dovrebbe essere immediata: come rovesciare i rapporti di classe? Qui si esplora una sola possibilità: quella della seduzione, fino alla dipendenza del giovane signore, in un mondo che è stato devastato lentamente dall’ingresso del domestico nella sua vita, da una sostanza che potrebbe essere il laudano. La seduzione, riflettevo giorni fa, è all’opera soprattutto in quella che chiamo ingiunzione a pensare correttamente. Si tratta di una ingiunzione che limita le nostre possibilità di veder chiaro e a fondo di molti problemi, una sorta di pudore. Qui l’ingiunzione è un’altra: lasciarsi trascinare dalla seduzione, dall’impossibile del sovvertimento dei rapporti di classe in un microcosmo, la casa, che può deragliare ma non mostrarsi più giusto di ciò che ha rimpiazzato. Un passaggio inevitabile è la disperazione e qui il film si arresta, quasi a suggerirci che una facile soluzione è in realtà il miraggio di una perfezione che il film stesso non vuole ispirare. Piuttosto, il film si limita a descrivere la genesi di questa disperazione, ed è il suo merito principale, pur essendo un’opera, per nulla invecchiata, del ’63.
27 Marzo, 2020

Dapprima l’autocoscienza si riconosce in un’altra autocoscienza. Ma nella lotta per la vita una soccombe all’altra allo stato di servitù. E tuttavia, il signore, astenendosi dal lavoro, non può conoscere il presente, non può a dire il vero modellarlo, finendo per goderne come un prodotto che non ha egli stesso conosciuto: precisamente, egli non conosce la negazione, al più la osserva. Ora tanto il servo che il signore si dissolvono: il loro mito è momentaneo, essi hanno offerto una figura. Lo stoico quindi si erge, sia egli un servo o un signore, al rango di libertà in qualsiasi circostanza, ma questo stato egli non lo può mantenere, finendo per negare quella realtà sempre determinata in cui egli stesso non è (si tratta appunto della negazione, l’inquietudine della cosa ad essere ciò che ancora non è. Di fronte a questa inquietudine, nemmeno lo stoico può riconoscersi). Ciò si chiama propriamente scetticismo: l’in sé gli sfugge, cioè quello che gli appartiene. La coscienza infelice di questa vertiginosa deduzione, infine, è tale per cui essa non è ancora in sé: vale a dire che come oggetto essa può sì riconoscersi (quell’io è l’io), ma non permanervi. Quell’oggetto che è l’io per l’autocoscienza non è in sé l’autocoscienza stessa, o meglio, l’autocoscienza, in quell’oggetto che dovrebbe essere lei stessa, si scopre come estranea e scissa, come se stesse valutando qualcosa di improprio (essa è al più per sé stessa, non in sé, essa è la valutazione di un in sé in cui non si è trasposta). Infatti, solo una scissione infinita può dar luogo ad una riconciliazione infinita: ma tale riconciliazione nell’in sé non è ancora. Allora l’autocoscienza deve ulteriormente alienarsi, cercando una unità in sé dal momento che per sé essa è già appunto autocoscienza. Il discorso sul cristianesimo è facilmente riassumibile e altamente esplicativo: Dio con Gesù si è separato ma è rimasto consustanziale (è dunque in sé e per sé). Essi sono il medesimo essere, tanto è vero che attraverso il Figlio si conosce il Padre. Incidentalmente, ciò implica che Dio sia morto, e dunque che sia necessario un superamento all’età dello Spirito. Mi piace ricordare una frase di Hyppolite nella sua monografia sulla Fenomenologia dello Spirito: ‘in un momento o nell’altro della propria vita, per essere una autocoscienza libera occorre essere stoici’… Ma aggiungerei io, ciò non basta ancora. La domanda etica, cioè come devo vivere, non deve accontentarsi delle prime risposte, e bisogna solo sperare di vivere abbastanza a lungo per trovarne una appena passabile, a meno che una morte prematura non ci strappi di bocca, con il loro senso misterioso, le parole di Santa Teresa di Lisieux: che importa? Tutto è grazia.
24 Marzo, 2020

Mi piace associare al termine negazione vari sensi non esattamente rintracciabili in Hegel. Il termine negazione, innanzi tutto, si riferisce al particolare non ancora assurto a singolare per la mediazione dell’universale, ossia del concetto. Ciò che è oltre le condizioni soggettive dell’esperienza, ma vedremo subito come, detto anche noumeno, è chiaramente negazione. Poi, il particolare non è altro se non in sé ciò che è ma, dunque, è determinato in questo suo non essere l’altro. Inoltre, il particolare è il non io, non tanto perché si oppone all’io, quanto perché i due sono mutualmente esclusivi,  a meno che l’autocoscienza non ne incontri un’altra come nella dialettica servo padrone (solo il sapere è sapere sé). Poi, come Hegel scrive nella logica di Jena: il determinato come tale non ha altra essenza che questa inquietudine assoluta di non essere ciò che esso è… cioè di essere l’io che lo afferra. L’inquietudine poi non è che l’appetito, cioè la volontà, un termine chiave della filosofia tedesca tra Leibniz e Nietzsche. Questi quattro caratteri (ripeto, non strettamente hegeliani) sono al cuore di una ‘inquietudine’ filosofica che in questi giorni mi ha portato a delineare un progetto: spero coraggioso, dispero sensato. Ossia scegliere un punto dal quale possa scaturire un processo di riscrittura della filosofia occidentale prima e dopo Hegel. Arbitrariamente, avrei potuto scegliere Spinoza, ma Hegel manifesta una attualità che è dimostrata dalla statura dei filosofi contemporanei che se ne occupano: Dolar, Pippin, Brandom, Zizek e altri. Hegel è attuale non tanto dal punto di vista storico filosofico ma, come per esempio dimostra il progetto di Dolar, per la sintesi tra psicoanalisi e idealismo tedesco che è possibile articolare. Concludo dicendo che un tale progetto ha bisogno non solo di testi ma anche di un copybook in cui nessuna proposizione possa andare perduta. Infine, si tratta di un progetto eminentemente politico, per esempio nella sintesi operata da Brandom tra idealismo tedesco e pragmatismo americano. Qui opera al massimo grado la serendipità: cioè la possibilità che si incontrino casualmente nuovi dati che confluiscano come affluenti nel corso principale della riflessione filosofica. La domanda politica è la seguente: cosa significa vivere? Si tratta di una domanda a cui si espose Heidegger dopo Essere e Tempo: a quando un’etica? P.S. il particolare come negazione è anche una interpretazione del divenire…
20 Marzo, 2020

Provo ad articolare due obiezioni a ciò che ho scritto un paio di giorni fa. Innanzi tutto sulla fiducia; una persona potrebbe dirmi: io non voglio che tu abbia fiducia in me, nemmeno rispetto ad uno scopo politico più alto. Non posso rinunciare infatti alla mia libertà. Al momento non so trattare questa obiezione, sebbene creda che in fondo il termine libertà qui nasconda un feticcio (lo si potrebbe chiamare anche idolo, in termini teologici). L’altra obiezione riguarda il concetto di vicino: Freud ne riconosceva l’origine nella tradizione ebraica e poi cristiana; si tratterebbe del prossimo. Ma noi siamo al più indifferenti al vicino finché egli non si palesa in modo eccessivo ed osceno. Solo allora ci accorgiamo di un prossimo. Ma allora, come possiamo lavorare per questo prossimo, cioè elaborare un comportamento intuitivo che lo coinvolga malgrado ciò che è (e che noi magari siamo per lui)? Stranamente queste due domande coprono un problema essenziale all’interno di quelle società che presentano una maggiore varietà di culture rappresentate: la fiducia e il prossimo. Verso un nuovo dogmatismo? Questa potrebbe essere la risposta di Badiou: esistono delle invarianti (secondo lui debbono essere invarianti comuniste) che valgono in ogni contesto. Per questo anche nel passato dobbiamo agire da archeologi con molta attenzione: per esempio rispetto a Platone, che affronta il problema della schiavitù e della posizione nella società della donna (si sa di almeno due donne che facevano parte dell’Accademia). Potrebbe essere l’inizio di un corso di pensiero interessante.
18 Marzo, 2020

Nelle Bozze per un Libertarianesimo Cristiano pubblicate qui accanto delineavo la fiducia come meccanismo di soppressione dello stato, sebbene non dei suoi apparati (evidente il caso della sanità capillare). Per quanto quelle bozze siano in più parti molto grezze direi che il tema della fiducia vi è trattato purtroppo non ampiamente ma chiaramente. La fiducia è tema ricorrente, a partire dal fatto che per esempio la moneta si fonda appunto sulla fiducia. Quando una società poco o molto resiliente deve affrontare una crisi sistemica la fiducia diventa fondamentale, per l’incapacità dello stato, voluta o meno, di imporsi come farebbe se fosse in tutti i suoi aspetti totalitario. Abbiamo visto che uno stato fondato sul partito unico pare aver affrontato efficacemente una crisi sistemica senza attraversare una sommossa di tipo politico. Credo che anche in quel caso la fiducia abbia operato in due direzioni: la fiducia nel popolo maoista e la fiducia nel partito del popolo. Le democrazie si comportano diversamente e infatti in Contro lo Stato Etico ne ho parlato a partire dal concetto di libertà e di identità seriale. Quindi, come opera la fiducia? Essa è tutto ciò che possono fare almeno due persone in assenza di un grande Altro. Ovviamente è un’assenza paradossale: quelle due persone agiscono come i folli che sanno di non essere un chicco di grano ma temono che il pollo, cioè il grande Altro, non lo sappia ancora. Ovviamente due persone possono fare moltissimo proprio a partire dal fatto che possono avere fiducia l’una nell’altra. Così, si può costruire una comunità coesa dove l’autorità è debole, se non assente. Gli appelli attuali a giustificare gli spostamenti non riguardano per esempio il nostro rapporto con lo stato, ma il nostro rapporto con i vicini. Infine, la fiducia è gratuita: se chiedesse qualcosa in cambio non sarebbe più tale.
16 Marzo, 2020

Ho appena visto una intervista di Zizek alla televisione inglese. Dice una cosa molto interessante. Il virus parla della scienza, ma nella scienza non c’è niente di più profondo, deeper. Anche Heidegger, sebbene scegliesse altre parole, diceva la stessa cosa: la scienza non pensa. Tra le tante proposte di resilienza di Zizek quella di immaginare un servizio sanitario internazionale, cioè una forma di comunismo…
11 Marzo, 2020

Sto dando fondo alle mie risorse di depressione ascoltando Animals, e ricordando che una volta a Londra andai a vedere l’origine di quella magnifica copertina. L’uomo che getta la maschera e riesce a disperare forse ha già scelto, è quello che cerca di dirmi Kierkegaard. Le sue lettere a un amico non sono forse indirizzate anche a me? Eppure, se già l’Ecclesiaste diceva ‘mangiare bere godere’ null’altro, si apre qualcosa di nuovo, di inaspettato nell’etica, a parte la colpa? La disperazione stessa, e quindi anche un caffè al quale abbiamo rinunciato, una passeggiata che rimandiamo, per concentrarci sull’ascolto di un vecchio di disco, sulla lettura di pagine ottocentesche, possono farci comprendere che la vita è seria, è un affare tremendamente serio. Debbo infine possedere la franchezza di dirlo a me stesso. Tutto il resto è ottusità, anche piacevole, ma che non si innalza a qualcosa di più importante.
10 Marzo, 2020

Spero che Contro lo Stato Etico vi sia piaciuto. Nel frattempo sono alle prese con Schürmann, che sto rileggendo a causa della sua straordinaria oscurità. Ma, soprattutto, sulla mia scrivania ci sono due libri temibili: Aut Aut di Kierkegaard e Attesa di Dio di Simone Weil. Lo straniamento dovuto all’epidemia, confinato in campagna come ai tempi del Boccaccio, la lontananza della mia città, il silenzio di neve delle strade, l’impossibilità di bersi un caffè, tutto insomma concorre a fare di quelle letture momenti decisivi. Con Kierkegaard abbiamo un superamento completo di Hegel: vorrei essere preciso; per Hegel lo spirito si calava nella storia e sarebbe bastato un professore di filosofia abbastanza perspicace per coglierlo; per Kierkegaard si cala nell’esistenza. Quindi forse il libro della Weil non si discosta molto da questa prospettiva. A chi altrimenti si rivolgerebbe l’attesa? Concluderei con una frase sibillina che Simone Weil avrebbe approvato: bisogna desiderare il presente… e il sì di Nietzsche allora? Quel tempo che infinitamente ritorna sull’identico? Domande che si inseguono…
9 Marzo, 2020

Come si può articolare una critica al materialismo democratico (quello che io chiamo stato etico)? Badiou, in alcune sezioni del suo logiche dei mondi, ha tentato una prima ricognizione. Qui a fianco pubblico sotto il titolo di contro lo stato etico un’altra risposta. in particolare mi interrogo sulla libertà quale concetto centrale del materialismo democratico, tale per cui il soggetto avrebbe al più un valore seriale, portatore di esigenze tanto coese e irrinunciabili quanto il soggetto stesso. Egli occupa un campo psicopolitico (si veda un filosofo sudcoreano interessante, di cui mi occuperò in riferimento alla Cina, Byung-chul Han). Ma quale è il destino della psicopolitica in una società poco resiliente e rispetto alla quale si sollevano dubbi di sostenibilità, a meno di non essere come quei liberal progressisti che dall’alto dei loro dipartimenti universitari considerano le possibilità del modello attuali come del tutto consone al perfezionamento finale della libertà individuale? Mentre la decostruzione doveva rimanere discorso di transizione (Schürmann), oggi essa è il metodo finale e mai messo in questione in molte aree del sapere, come la sociologia: si pretende di acquisire con essa risultati definitivi da imporre alla politica (quando essa non fallisce di fronte alle crisi sistemiche). Insomma, di questo e di altro parlo nelle mie poche pagine. Buona lettura.
21 Febbraio, 2020

Leggo due notizie che a me appaiono collegate: Zizek riscrive l’Antigone come eroina di un’etica elitaria (diciamo pure liberal). Jane Fonda dice di non comprare più vestiti così da combattere il potere. Zizek è sempre un autore attuale
18 Febbraio, 2020

Parafrasando Foucault, la più efficace tecnologia del sé è antichissima, affondando le radici in quella oralità che diede poi luogo alla scrittura. Oggi viviamo di tecnologie banali, quelle del corpo. L’ingiunzione a parlarne deriva dal fatto che sarebbe muto e neutro, dal momento che non può sorprendere. Oggi una ragazza mi ha sfiorato camminando mentre bevevo un caffè. Istintivamente ho osservato come era vestita e si sarebbe detto che avesse scelto uno stile. Ma se dovessi dire che quegli attimi siano stati decisivi, allora no. Se consideriamo invece la donna liberty ci accorgiamo di un codice, per esempio quello del colore. Dunque, il corpo è diventato muto da quando ha rinunciato ad un codice a favore di uno stile. Ma oggi il corpo diventa tecnologia del sé in tutti gli aspetti, compresi quelli della sessualità. Tuttavia, anche qui si nota la distinzione tra codice e stile. Solo nella musica si dà un caso molto diverso: Miles Davis si lamentò che nessuno mai avrebbe potuto realizzare Bitches Brew, ma anche i Rolling Stones, suonando infinitamente peggio, avevano elaborato qualcosa di più che non uno stile. E infatti anche la loro si chiama arte.
15 Febbraio, 2020

La scrittura è quel metodo che toglie dove si è messo a sufficienza. Si completa inoltre di un fraseggio ampio e tondo, che può a tratti divenire ruvido, mai mancando l’equilibrio. La scrittura è la massima che ha raggiunto la propria spiegazione, mutandosi da paratattica in ipotattica. Ogni frase contiene una massima. Che fare dei dialoghi? Spiccano perché la loro scrittura è diversa, aderisce al presente o sarebbe artefatta. Provarsi nella prosa è l’esercizio più difficile, che contesta alla poesia il primato delle lettere.
13 Febbraio, 2020

Lentamente sto leggendo alcuni libri di Robert Walser, per un solo motivo. La sua scrittura sa tacere, è sobria, soprattutto discreta, amabile e dolce. Le sue deprecabili vicende manicomiali testimoniano che recludere un uomo per stramberia sarebbe stato anche allora un delitto. All’opposto si potrebbe pensare uno scrittore dalla eccezionale padronanza, cioè Faulkner, che tuttavia doveva curare questo eccesso con l’alcol. Il libro di Walser su una fidanzata inesistente è la miglior cosa che leggessi da mesi, ma non riesco a rendere l’ambiente borghese nel quale si muove, le condizioni e le convenzioni, senonché quel testo così strano rasenta l’inno.
29 Gennaio, 2020

Ricordo di aver ascoltato una volta Lee Ranaldo mentre presentava Electric Trim, credo il suo dodicesimo album solista. Alla fine del concerto, che aveva affrontato senza musicisti, si mise a sedere su una poltrona come se fosse in salotto e chiese di porgli delle domande, anche sui Sonic Youth (non è così immodesto da pretendere solo domande sulla sua carriera solista da quando il gruppo si è sciolto). C’era chi ricordava l’anno in cui il gruppo si esibì in città perché era presente. Tante domande su New York (Lee Ranaldo è di Long Island). Avevo voglia di porre una domanda anche io, visto che si dice che la violenza è una invenzione americana. Allora non è meglio vivere in Europa? Questa mattina ho riascoltato tutti e quattro i lati di Electric Trim, che comprai quella notte. Non si tratta di un album rivoluzionario ma è dolce ascoltarlo. La cosa che mi fa più piacere è che chiesi a Lee Ranaldo di dedicarmelo. Purtroppo non si riusciva a trovare un marker, quindi lui scrisse lo stesso sulla copertina e poi io il giorno successivo ripassai con un marker nero la sua grafia. Alla dedica aggiunse il simbolo dell’infinito e ripensandoci c’è qualcosa di mistico nella sua musica. Ricordo una domanda in particolare e la sua riposta: si trattava dei rapporti con gli altri membri della band e lui ammise candidamente anche business relationships. Chissà quanti sono ancora innamorati di Kim Gordon, io l’ho vista anche in Don’t Worry, dove è molto invecchiata, e in un paio di interviste, dove sembra sotto benzodiazepine; comunque sempre affascinante.
27 Gennaio, 2020

Non posso parlare di Tesnota di Belagov come se avessi presente il cinema post-sovietico. Tuttavia vorrei almeno sottolineare una somiglianza con the Tribe, visto anni fa. Anche qui, come in Tesnota, sorprende soprattutto la violenza, che in occidente siamo abituati a concepire come quella eccezione alla sicurezza garantita sempre da uno stato articolato, legittimato e presente, quale evidentemente in epoca post-sovietica si è dissolto. Ma la qualità del film di Belagov va oltre: infatti, disegnando una piccola comunità ebraica della altrettanto piccola diaspora caucasica, la violenza diventa anche quella di una madre che intesse destini, non per il suo bene, ma per il bene della famiglia all’interno della comunità. E tuttavia, la figlia dovrebbe sottomettersi? Il figlio dovrebbe anche lui sottomettersi? Dall’incidente di un rapimento, quello di due fidanzati, la madre trae con forza la necessità di garantire non solo che il figlio torni a casa, ma che si inserisca nuovamente in quell’ordine come se nulla fosse accaduto. E invece, per esempio, i soldi per il riscatto vanno raccolti, e quindi si affaccia per quella madre la necessità del compromesso. La violenza nel frattempo scorre sullo schermo non lasciando alcuno scampo allo spettatore. Ogni rapporto sembra infetto da quella violenza, fino all’esibizione di immagini crude e intollerabili. La protagonista femminile si muove in un mondo maschile che sa a sua volta dominare. Non è un caso che Belagov ci dica quando lei per sua iniziativa e calcolo decida di perdere la verginità. Ma rimane sola, perché infine debbono partire, lasciare quel luogo, e, parafrasandola, non ci sarà più nulla da amare. L’intensità di questa giovane interprete per me è al massimo grado raccolta nei momenti in cui lei si perde, come nella scena del rave, in cui la musica sembra prorompere da lei stessa. Un ricordo personale: quando ancora vivevo all’estero avevo due colleghe ‘russe’ (per me erano russi anche quelli del Kazakhstan). Mi invitarono ad una discoteca russa ma io rinunciai (cioè una sala da ballo dove andavano solo russi). Non me la sentivo di accompagnare due ragazze russe in un posto in cui non avrei capito una parola. Certo, non avevo l’aspetto del magnaccia, ma, mi dicevo, non si sa mai, magari un equivoco, per quanto mi fidassi delle mie due amiche, una gelosia. Invece quei mondi andrebbero percorsi o quanto meno mai rinunciare a quel cinema che, senza abbellimenti e trucchi del mestiere, si fa di volta in volta intenso e definitivo… Raccontando storie, come ieri.
24 Gennaio, 2020

Faccio dunque intervenire una domanda, che non è quella dell’ascolto in quanto agire (banalmente lo è, come non si sa), ma di tutte quelle esperienze le quali, per citare nuovamente il frammento orfico riassunto nel paragrafo precedente, si danno come oblio. L’alternativa è regnare con gli eroi, insieme perché non vi può essere gerarchia al lago della memoria. L’oblio avvicina all’essere che è già e non si fa cercare: è dunque sì un ascolto, ma impregnato della cosa tanto che il soggetto non può più sussistere. Esso, per esempio, è quel suono che a ragione si definisce puro. Ma qui non ne va proprio del tramonto del soggetto trascendentale? Allora perché la tradizione che culmina con Weil ha prediletto il lago della memoria? Il lago della memoria, fuori dal mito, è la padronanza del conoscere. Il cipresso bianco al contrario segnala la padronanza dell’oblio, che nulla conosce ma si trova in mezzo, tra, il reale, annegato nelle sue forme e forma esso stesso. Sembra della consistenza di un punto che ricorda, questo sì, l’uomo, ma non è più un uomo, e senz’altro non può essere quell’eroe. D’ora in avanti mi dedicherò nuovamente alla filosofia almeno per chiarirmi una cosa: agire il minimo rispetto agli altri, pensare ciò che è minimo (come figura dell’oblio), l’essere nei tempi esiodei della tecnica. p.s. Husserl colloca l’essere categoriale nel fenomeno. Si tratta di un passo nella direzione giusta, ma mantiene il soggetto. A me basterebbe traslare altrove il soggetto che appaio, per esempio nell’opera d’arte o nell’osservazione di un alveare, chissà cosa ne penserebbe Lacan.
24 Gennaio, 2020

Con l’ipotesi della chiusura metafisica affermiamo che i concetti di dominio e di comando che hanno informato la fisica aristotelica e la sua lettura della filosofia presocratica, intorno alla ricerca dei principi, delle origini, e delle cause lasciano il posto ad un ascolto diverso. Se il principio infatti domina ciò che gli consegue, rotto l’incantesimo di questo legame produttivo che aveva sorpreso i filosofi quando osservavano le cose, cioè gli oggetti, che erano mosse da altro, cioè dagli uomini, si può tentare di definire l’ascolto come quell’atto improduttivo che lascia tutto così come è (soprattutto gli uomini rispetto ad altri uomini). Detto questo, l’ipotesi della chiusura è anche quella di una tecnica che non pone nuovi valori, pura durata senza scopo, ma sempre più affinata, insomma, la negazione della economia epocale che si reggeva sull’autorità e sulla sua funzione: è infatti ovvio che la tecnica trasforma, è un saper fare, è un principio, ma non come tale si costituisce in epoca, perché come epoca non ha scopo (vi si rifletta un attimo). Si tratta di concetti molto generici, non per questo universali, solo per dire che essi sono quasi traslucidi nella loro eterea consistenza. Manca un agire infatti che insieme al pensare sia ancora in grado di cambiare qualcosa. Se siamo certi di poter pensare a partire da quei concetti, si affaccia l’ipotesi che l’agire sarà genuinamente negativo, cioè aiutare la chiusura metafisica dal suo stato di ipotesi al suo stato di reale. L’ascolto è questo aiuto verso il reale, nel quale noi stessi verremo accolti, perché il reale è già lì. Simone Weil cita un frammento orfico di grande bellezza: ‘troverai presso la dimora dei morti a sinistra una fonte. Vicino ad essa si innalza un bianco cipresso. A quella fonte non andare, non accostarti’… Perché dunque non bere a quella fonte? Ella deve dire ai custodi dell’altra fonte di essere di origine celeste, di essere consumata dalla sete e di voler bere dal lago della memoria per il quale con gli altri eroi si regna. Anche qui quindi torna il motivo del principio, delle origini, delle cause, e forse anche dell’agire. Sembra quasi che dovremmo scegliere l’altra fonte, per non regnare con gli eroi, se vogliamo solo metterci in ascolto (qualcosa che richiama esperienze drogate, vorrei qui ricordare che Ernst Jünger sperimentò lo LSD con il suo creatore, o un disco come Disraeli Gears dei Cream). Ho voluto anticipare il problema dell’agire in Schürmann (cioè la parte finale), volutamente inserendo una fallacia, quella del cambiamento, poiché di tutto si ha bisogno data l’ipotesi della chiusura che non di cambiare qualcosa. Bisogna contentarsi del pensiero riappropriato, per il quale davvero con gli eroi si regna. Allora avremo scelto la fonte giusta, il lago della memoria, senza risparmiarci alternative di frammenti orfici o i Cream, cioè la pura antitesi.
23 Gennaio, 2020

Non voglio lanciarmi in territori che comprendo poco, e mi riferisco in particolare all’antagonismo tra princeps /principium e anarchia. Bisogna comunque affrontare succintamente questo antagonismo dalla parte (fenomenologica) dell’origine, dimenticando per ciò che vale il carattere apparentemente negativo dell’anarchia. Perché dunque il concetto di origine, tale da legittimare il politico, è così problematico dal punto di vista fenomenologico? Cosa significa per esempio che San Paolo, muovendo da una riforma dell’ebraismo, delineò i motivi della prima rivoluzione storica che sia anche riuscita? Schürmann, che sto ancora leggendo, divide il problema in tre parti. Vediamo la prima: il fondamento del politico non è tale per tutte le possibili economie del politico; detto altrimenti, quanto al venire alla presenza, l’origine non è (l’unico) fondamento, o meglio ancora, non è il fondamento universale (impossibilità di concepire l’umanità come un tutto, il politico come onnicomprensivo). Inoltre, dal punto di vista modale, si sarebbe potuto dare banalmente un’altra origine per la stessa economia. Il secondo motivo è che la ricerca del fondamento del politico non può arrestarsi: si può parlare di referenti maggiori e minori, tuttavia, se anche invocassi un principio teocratico (il mondo medioevale si reggeva su un equilibrio quasi teocratico), l’indagine richiederebbe un discorso di legittimità, ed in effetti lo ha sempre richiesto, in ogni situazione data. La creazione pura del politico epocale, e siamo al terzo punto, è un fondare come ‘accadimento senza ascendenti, (ma) alterato dalla pietà dei discendenti’, cioè dalle pratiche retoriche che preservano l’autorità. Ora, di qui a poco l’autore si serve di un termine che rimanda a Badiou ripercorrendo episodi di sospensione dell’ordine come i soviet del 1917, cioè il termine evento. Tuttavia, non ci si può nuovamente calare nel paradosso per cui, in una apparente uniformità evenemenziale si creino delle sacche ontiche pienamente o nuovamente, fondazionalmente, legittimate, e quindi rivelantesi come ingiunzioni particolari a posteriori. Bisogna chiedersi cosa è questo evento, cioè possederne il discorso. La risposta di Heidegger è che, se riduciamo tutto il problema fin qui svolto a quello della libertà, allora si parlerà di libertà del venire alla presenza, e saremo in piena svolta, se questa non segnala più l’umanesimo che conservava il soggetto al centro di ogni chiedere (qui egli attende, ascolta). Pertanto, nell’anarchia si può a ragione ignorare ogni discorso fondante, perché essa è un ritrarsi verso il puro ascolto del destino. Essa non cerca o vuole alcunché, essa non può non operare dal punto di vista che non ha un principio. Data l’ipotesi della chiusura (fine della modernità, per chi l’ha percorsa tutta), ci si metta solo in ascolto dei ‘principi declinanti’. Affronterò in un altro momento la connessione di queste pagine con il problema della tecnica. Due parole sulle bozze per un libertarianesimo cristiano qui accanto: vale ancora, e si tratta di appunti, l’appello ad una forma cristiana di autogoverno, cioè la fiducia, che vedo sempre più come quella grazia dal volto umano che non ci orienta verticalmente ma tra di noi.
22 Gennaio, 2020

Sono trascorsi circa cinque mesi dal primo segnale lanciato verso un pianeta lontano, cui si doveva tutta la cura possibile esemplificata dal detto per cui nulla dies sine linea (in effetti quel frammento non fu occasionale, fu meditato per anni). 120 frammenti non sono ancora sufficienti, sono un piccolo archivio, mi sorprende quanto umorale, dal primo ricordo, che ho restituito all’inglese, alle letture di questi giorni, di oggi stesso. Quel pianeta cerca di comprendere una cosa, soprattutto: se la nostra, la mia percezione del futuro sia cambiata. Negli anni ’70 per esempio si poteva presumere che le cose sarebbero più o meno andate nello stesso modo, non troppo lente. Non si sarebbe immaginata tutta la frenesia con cui oggi parliamo del futuro, e lo agiamo. Ciò lascia supporre che si sia in effetti realizzata la piena evidenza del Gestell. Sono sicuro di aver aperto un canale con quel lontano pianeta. Appena tratteggio qualcosa ed essa si avvia per il cosmo si vuole sapere. Per questo l’esercizio quotidiano è importante, anche se fraintendessi tutto: se infatti fraintendessi tutto, aprirei altre possibilità del vero, inaspettate. A tratti, come nella preghiera, sento vibrare il profondo di quel pianeta, come se fosse anche il mio. E, direbbe Rilke, siamo tesi su due corde, ma rendiamo un solo suono, come accadde nella meditazione prima e insuperata del frammento iniziale, dalla quale mi sono sempre sentito compreso e anticipato.
22 Gennaio, 2020

Ricolloco un punto esplorato ieri succintamente in un nuovo contesto. Terminavo con la domanda della tecnologia chiedendomi se essa non fosse una durata senza un fine (telos, scopo). Ogni altra ipotesi soggettivista e umanista sulla tecnologia sarebbe una comoda menzogna. Riguardiamo Blade Runner e il suo mondo, che sarà presto il nostro (direi di attendere la fine del secolo a partire dalla prospettiva di crescenti accelerazioni). Quel mondo perdura, non si sa come, e il compito di ritirare dei replicanti è solo un pretesto narrativo, per quanto drammatico e poetico, per illustrare questa durata che non ha un fine, uno scopo. Il mondo di Blade Runner, in questo suo perdurare, si preserva identico come il formicaio ideologico che dipinge così bene: neppure l’apertura mondana del discorso finale sulle navi in fiamme, i raggi gamma che balenano nel buio del cosmo, eliminano la claustrofobia umida e piovosa delle strade, percorse incessantemente da un’umanità cibernetica e frantumata. Questo film sarà il più attuale fra poco meno di un secolo di sforzo moderno intorno al superamento della modernità, cioè di sé. Ma, qui il paradosso di una durata che non ha uno scopo, il nuovo mondo non sarà una nuova epoca, non porrà nuovi valori: infatti il soggetto come tale si sarà dissolto, tuttavia il mondo si lascerà pensare nella stessa misura in cui si lascerà conoscere scientificamente per progredire e perfezionarsi. Sarà il tempo in cui il flusso economico consentirà di lasciare ogni cosa al proprio posto, ecco l’umile chiedere del pensiero. Il replicante che ci ha fatto innamorare ha potuto pensare, ha pensato anche la propria morte, quando chiedeva più vita. Ma forse questo non è ancora possibile, non sarà stato possibile in Blade Runner. A meno che noi, un giorno, non si possa essere il cacciatore. Notiamolo bene. Il secondo Blade Runner è un fallimento filmico che ha accentuato il lato poliziesco come in qualsiasi serie del pomeriggio (lo dicevo settimane fa). Il ruolo del cacciatore, invece, è paradossalmente quello di lasciar essere, in primo luogo se stesso, dal momento che è un replicante che vive nella menzogna di non esserlo. Torniamo adesso al pensiero: esso segnala la differenza tra il conoscere operativo della tecnologia e la tecnologia che si lascia pensare. Heidegger poteva ancora dire che il conoscere operativo, fino al momento della sua scrittura, aveva soppresso il pensare. Ma nel pieno dispiegamento della tecnologia, lo si può intuire, o questo peso sarà diventato insostenibile, o inizieremo a lasciare le cose al loro posto, cioè a pensare. Sarà la fine del problema della tecnologia, ossia di quel perdurare che non ha più uno scopo, ha eliminato il soggetto, ha consentito il pensare, cioè il lasciar essere di noi replicanti. La fine del soggetto è tale per cui superandosi si pensa ancora, ma per questo abbiamo bisogno di superare anche la modernità nel puro perdurare delle essenze, quali scopriremo di essere noi stessi. La modernità, per come la concepisco, è ancora (per poco), la primazia del soggetto, con tutti i corollari che ben si conoscono, a partire dal discorso politico, cioè della comunità.