Settembre 30, 2019

Domani smetto di fumare, non oggi. Perché non può albeggiare con una sigaretta tra le dita e love is coming down degli Who in cuffia. In qualche modo farò senza, gli Who sì, ancora: la sigaretta non più (mi rimane da dire che l’alba invernale non è ancora venuta, quando davvero si potrà dire con San Paolo che la notte è avanzata; allora, senza impedimento, senza ricordo, ascolterò).
Settembre 29, 2019

Non m’attento a descrivere la paura, perché so che ritornerà; sarebbe vano. Si può sperare di guarire da un tumore, non dalla paura. Ad essa, cui si dà il nome di Angst, e dunque di angoscia, qualsiasi concetto sarebbe inappropriato: la si vive in tale intimità da corrispondere non alla testa ma al ventre. Essa è appunto una tale intimità, tale che non può essere scissa, ad intuire che la paura sono io, sono io mostruosamente autofago, ed è da tempo l’ultimo significato della parola io: proprio sulle nude fondamenta che l’architetto ha previsto per la mia esistenza, sulle quali un’epoca morta aveva danzato Dioniso. Ultimo Dio, primo risorto, di cui volendo ho dimenticato le orge e la legge… Sarebbe tutto dovuto finire in questo volere che lo scheletro della paura atteggia adesso in una danza tardiva e macabra, che quasi mi deride? Oppure una forza c’è in me che sia pura forza e ancora più pura volontà, salute beffarda che mi rende anello ed eguale al risorto, oltre l’espressione, intimo e inerme mostrare le cicatrici come un duellante che si appresta a sferrare l’ultimo colpo con l’ultimo respiro?
Settembre 28, 2019

Certe conversazioni mancano di sale. Solo nella malattia quel sapore che finalmente atterrisce. Ma la malattia non è mai un piatto indigesto finché lo si prepara, per anni, con cura.
Settembre 28, 2019

Secoli di fiducia nel diavolo e nella pena del fuoco spazzati via dalla superstizione!
Settembre 27, 2019

Gli oltranzisti della unicità, per meglio dire, singolarità dell’attuale rivoluzione tecnologica non possono mai nascondere una acuta delusione, perché l’artificio che eguaglia Dio, la sostituzione demiurgica del principio creativo, è stata resa in poesia dalla prima rivoluzione industriale (si veda di Blake la Tigre, commentata da Guido Ceronetti): eppure qui, oggi, sarebbe proprio di poesia che avremmo bisogno, non di futurologia. In pieno ‘800, poi, simili esercizi trovarono, almeno nella mia biografia, un sunto appropriato in Controcorrente di Huysmans. Fu da lui che appresi la donna, che per me allora poteva dire tutto (il cosmo, forse altro) e, ancora piccolino, segnai debitamente la pagina di un’edizione che conservo e che amo per la traduzione di Camillo Sbarbaro. Lo rendo, quel sunto, come un saggio, non di stile, ma di autentico amore: ‘Esiste forse quaggiù un essere concepito nelle gioie della fornicazione ed uscito dalle doglie di una matrice, il cui modello sia più abbagliante, più perfetto delle due locomotive in servizio sulle ferrovie del Nord? L’una, la Crampton, un’adorabile bionda dalla voce squillante, dalla taglia imponente e delicata imprigionata in uno scintillante busto di rame, dalle mosse elastiche e nervose di gatta: una bionda azzimata e dorata, d’una straordinaria grazia, d’una grazia che incute spavento allorché, irrigidendo i muscoli di acciaio, grondando dai caldi fianchi sudore, mette in moto l’immenso rosone della snella ruota e, prepotente di vita, s’avventa in testa alle rapide e alle maree. L’altra, la Engerth, una maestosa e fosca bruna, dal grido sordo e rauco, dalle reni possenti prese in una corazza di ghisa: mostruoso animale dalla criniera scarmigliata di nero fumo, che poggia su sei tozze coppie di ruote, quale tremenda forza sviluppa, allorché, facendo tremare la terra, rimorchia, greve e massiccia, il pesante codazzo delle sue mercanzie’. La novità di queste pagine è il canto, che prima ho chiamato poesia. Il canto si può dire in vari modi, per esempio elegiaco o epico, oppure trovare un nuovo tono che in qualche modo riassuma e reinventi. Il compito è questo: canto nuovo.
Settembre 27, 2019

Scrive Hugo von Hofmannsthal: ‘la profondità va nascosta. Dove? Alla superficie’. Ribatte Oscar Wilde: ‘il semplice è l’ultimo rifugio del complesso’. Ecco dove si cela l’amarezza…
Settembre 26, 2019

… è l’alba di un giorno qualsiasi in un paese lontano, dove i tetti sono grigi, scelto perché ero senza meta. Ricordo che debbo salutarti, che sei senza padre e che io, tuo fratello, al momento di accarezzarti, ti provoco un pianto incontrollato. Il saluto è tuttavia veloce, il motore della macchina già acceso. Trasognato salgo le scale infreddolito, mi spoglio nuovamente e, al momento di mettermi a letto per stringere le spalle di N., comincio a piangere anche io. Il pianto, dapprima sommesso, si fa convulso, inizio a singhiozzare e percepisco il corpo rigido di N., che finge di dormire mentre il mio viso le bagna i capelli. Carrère, in Vite che non sono la mia, cita Fitzgerald: ‘naturalmente ogni vita è un processo di demolizione’. Ma questa frase gli è sospetta. A me ricorda Bloy, che si definiva impresario in demolizioni (quali, esattamente, si sarebbe ascritto?). Ma non è qui che mi voglio fermare. La frase di Fitzgerald non ci piace perché in quel processo di demolizione non possiamo aspirare a nessun perdono. Non saremmo uomini e donne se sapessimo perdonare e qui chiunque avrebbe bisogno di essere perdonato. Solo Dio, ci è stato detto, ti ha già perdonato. Il solo calore cui possiamo aspirare non è di quaggiù, è molto lontano, è esile come ogni speranza. Pecca dunque grandemente, ma credi ancora più fortemente, scrive Lutero a Melantone: e i cattolici non hanno invece fatto del perdono amministrato la via breve che ci conduce ad un confessionale sempre aperto? Ovviamente, è Dio a perdonarti, ma deve dirtelo un uomo, e tu lo devi ascoltare. Mentre sfasciamo ogni parvenza concreta di sicurezza, una demolizione metodica e implacabile, dovremmo dunque dirci, ripetere a noi stessi: non potrò mai abbandonarmi all’amore, perché l’amore pervade fortunatamente l’essenza terrena, il perdono quella ultramondana. Quale bella semplicità in coloro che sanno amare, che non ne hanno mai mancato l’occasione! Solo loro sanno vivere ciascuno la vita che è la loro e di nessun altro.
Settembre 25, 2019

‘Una volta mollata l’anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos’, così dicono le prime parole di Tropico del Capricorno di Henry Miller. Perché mollare l’anima? Perché tutto, nel caos, ne consegue? Miller si è aggrappato per una vita alla scrittura, in fondo non ha mai mollato alcunché. Eppure aveva perso l’anima, anzi l’aveva mollata come faceva con le ragazze. Ora, si molla una ragazza, soprattutto in quegli anni, perché ti potrebbe attaccare di tutto. Si rifiuta uno sguardo, si riflette nel pieno dell’ebbrezza: credo però che Henry Miller ne abbia mollato ben poche, di ragazze. Tuttavia, ha mollato proprio l’anima. Non dice di aver dimenticato di avere un’anima (mentirebbe), dice di non essersi nemmeno disturbato a darle un calcio ben assestato per spedirla nelle regioni celesti cui appartiene. Gli rimangono dunque le ragazze: non solo, anche il caos. Ma non si dovrebbe dimenticare la scrittura. Qualcuno ha detto che a Miller manca lo shit detector, vale a dire che ha scritto molta merda, pagine inutili, che pure cantano sempre la donna. Abbiamo dunque la donna (le ragazze che ti possono attaccare di tutto), il caos e la scrittura. Si può mollare l’anima per tutto questo? Allora le parole di Miller sono meno enigmatiche di quanto si penserebbe: si deve! Si deve votarsi subito alla scrittura, poi alle ragazze, poi al caos. E, dal momento che il caos è qui in assoluto ciò che meno riesci a comprendere, allora cantalo! … Come faresti per l’odore dei capelli, per gli occhi, per la linea discendente del seno, per il culo, per due belle gambe. Ecco il caos, ecco New York, ecco il tropico.
Settembre 24, 2019

Scrive Rimbaud (Ofelia): ‘il poeta dice che sotto le stelle vieni la notte a cercare i fiori colti, di aver visto sull’acqua, stesa nelle sue lunghe frange, fluttuare come giglio la bianca Ofelia’ (traduzione mia). Due immagini di morte dunque: i fiori perduti e quel giglio che sarebbe pomposamente re se fosse davvero ‘grand’. Tu, ancora sogno, intenta a cercare, e lei, inanimata e compiuta nel sembiante bianco sostenuto da frange inzuppate. C’è, in Rimbaud, sempre un appello alle stagioni. In lui ogni tempo vibra d’inverno mentre il resto non è che variazione. Brivido prematuro che assale ma sovviene, in altre poesie, che solo così potrebbe Rimbaud essere intimo di una donna, in quel calore che unicamente una stanza può donare (Prima Serata, per esempio). Qui, egli l’abbandona, la vede, vuole allontanarsi. ‘Dice il poeta’ è in realtà uno schermo al distacco e alla rinuncia, alla vivida morte.
Settembre 23, 2019

Per Sempre… dividi incontri e attese inventando folle riparo da cruda fronda ma la conosciuta via lamina lucente tu sognavi parco e riesci infine a scrutare minuziosa solo il gelo del tuo cuore coinvolta dal tuo individuo interloquire abbandona d’un tratto il suo possesso e divino ne regala sigarette rubate maiolica di tavolini l’aria colma di pioggia improvvisa da un occhio autunnale origliando voci incontri altrui ferocissimi amori rossi fioriti riccioli nuche perché ogni momento la mia voce può ridire i mesi gli anni che abbiamo per sempre perduto… ogni esperienza fortunata o terribile si situa (potrebbe dire Walter Benjamin) tra aura e choc. Divisi dunque da questa linea, l’aura perdura sull’istante, ma come il primo nubifragio autunnale siamo portati ad un più modesto percepire del reale. L’esserci non è mai sufficiente a nominare… l’esserci. La mestizia che accompagna l’estate solitaria è la stessa che accompagna il primo caffè autunnale. Mestizia dunque è il nome appropriato dell’esserci. Domani andrò a sedermi, nel mio caffè preferito, senza illusioni di sorta, sorseggiando veleno. I mesi gli anni, anche quelli a venire, sono perduti per sempre. Proprio Walter Benjamin interpretò A una Passante di Baudelaire come amore all’ultimo sguardo, amore che viene risparmiato. Ma la gamba statuaria e il lutto che ella porta lo hanno comunque ucciso per sempre.