C’era una volta a… Hollywood è un film sui limiti del cinema. Come mostrò Truffaut, il cinema può anche narrare sé stesso, ma Quentin Tarantino si ferma dove l’orrore può solo essere citato. A lui si perdona il tratto fumettato della Family, poco filologico, nel senso di quella intimità con la parola che ruba battute mai dette. Ieri scrivevo di Iggy Pop: si ricorderà che un membro degli Stooges si esibiva con una croce di ferro al collo. Nel ’69 o eri un hippie o eri un nazista, lezione che i Rolling Stones, citati da Tarantino in una colonna sonora superba come sempre, appresero presto. Ma di quel lato profondo, malaticcio, acido e prepotente della cultura hippie, la Family incarna ogni aspetto come stralunata, perennemente in viaggio… I tic del regista riempiono minuti preziosi: dall’amore per i piedi a Sharon Tate e Dean Martin di nuovo sullo schermo; non si dovrebbe dimenticare l’amico di sbronze di Frank Sinatra, che qui ha un ruolo secondario dal momento che si dà a Sharon Tate la possibilità di ammirarsi. Il film si struttura secondo un crescendo drammatico, come un medio gioco lungo e ben meditato. L’alcol, l’amicizia, il fallimento, tutto concorre a fare di C’era una volta a… Hollywood il miglior film di Tarantino, pervaso finalmente da una malinconia che svia lo spettatore verso un’autentica catarsi della violenza.

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