‘Una volta mollata l’anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos’, così dicono le prime parole di Tropico del Capricorno di Henry Miller. Perché mollare l’anima? Perché tutto, nel caos, ne consegue? Miller si è aggrappato per una vita alla scrittura, in fondo non ha mai mollato alcunché. Eppure aveva perso l’anima, anzi l’aveva mollata come faceva con le ragazze. Ora, si molla una ragazza, soprattutto in quegli anni, perché ti potrebbe attaccare di tutto. Si rifiuta uno sguardo, si riflette nel pieno dell’ebbrezza: credo però che Henry Miller ne abbia mollato ben poche, di ragazze. Tuttavia, ha mollato proprio l’anima. Non dice di aver dimenticato di avere un’anima (mentirebbe), dice di non essersi nemmeno disturbato a darle un calcio ben assestato per spedirla nelle regioni celesti cui appartiene. Gli rimangono dunque le ragazze: non solo, anche il caos. Ma non si dovrebbe dimenticare la scrittura. Qualcuno ha detto che a Miller manca lo shit detector, vale a dire che ha scritto molta merda, pagine inutili, che pure cantano sempre la donna. Abbiamo dunque la donna (le ragazze che ti possono attaccare di tutto), il caos e la scrittura. Si può mollare l’anima per tutto questo? Allora le parole di Miller sono meno enigmatiche di quanto si penserebbe: si deve! Si deve votarsi subito alla scrittura, poi alle ragazze, poi al caos. E, dal momento che il caos è qui in assoluto ciò che meno riesci a comprendere, allora cantalo! … Come faresti per l’odore dei capelli, per gli occhi, per la linea discendente del seno, per il culo, per due belle gambe. Ecco il caos, ecco New York, ecco il tropico.

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