Non m’attento a descrivere la paura, perché so che ritornerà; sarebbe vano. Si può sperare di guarire da un tumore, non dalla paura. Ad essa, cui si dà il nome di Angst, e dunque di angoscia, qualsiasi concetto sarebbe inappropriato: la si vive in tale intimità da corrispondere non alla testa ma al ventre. Essa è appunto una tale intimità, tale che non può essere scissa, ad intuire che la paura sono io, sono io mostruosamente autofago, ed è da tempo l’ultimo significato della parola io: proprio sulle nude fondamenta che l’architetto ha previsto per la mia esistenza, sulle quali un’epoca morta aveva danzato Dioniso. Ultimo Dio, primo risorto, di cui volendo ho dimenticato le orge e la legge… Sarebbe tutto dovuto finire in questo volere che lo scheletro della paura atteggia adesso in una danza tardiva e macabra, che quasi mi deride? Oppure una forza c’è in me che sia pura forza e ancora più pura volontà, salute beffarda che mi rende anello ed eguale al risorto, oltre l’espressione, intimo e inerme mostrare le cicatrici come un duellante che si appresta a sferrare l’ultimo colpo con l’ultimo respiro?

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