Avevo promesso una parola sullo stile. Presento allora un passaggio della introduzione all’Ecclesiaste di Ceronetti, che ne è anche traduttore: ‘vedo la vergogna e la maledizione che sono da tempo, e sempre più, per il civilizzato, le vomizioni umane enormi di parola stampata e registrata, smisurato ginocchio sopra le gole, vera emissione diabolica, e vedo questo mio mestiere tragico, di servo delle parole, in cerca di quelle che liberano, dalle parole e da tutto. Ma Qohélet è, tra gli stracci e la polvere, qualche cosa che lava dal peccato di leggere e dal peccato di scrivere. Lettura, scrittura sono altro, se si legge o scrive Qohèlet. Ecco il tradurlo salvezza. Più che una cosa scritta, Qohélet sembra un giudizio su questo mondo emesso prima che il mondo fosse, e per tutti i mondi possibili, da un essere doloroso, con una testa, parlante ebraico’. Avete notato per esempio la ripetizione ‘emissione’ ‘emesso’? Sicuramente no, perché il calore di questa prova di scrittura, un calore bianco, che scende fino al cuore del Qohélet, non permette di soffermarsi su una parola, quanto piuttosto di cercare il punto che rende vana ogni altra. Questa non è tecnica, è già stile, fanaticamente simile alla vomizione che accusa, lei stessa ginocchio sulla gola. Come Ceronetti abbia lavorato la sua prosa rimane un singolare mistero, e probabilmente sarebbe da addurre il mestiere di traduttore, prima ancora che scrivesse: o che scrivesse per tradurre. Pertanto, come per ogni scrittore che possieda uno stile, si va alla ricerca di un arcano: alla fine si vedrà che l’opera complessivamente non è stata che una conseguenza dovuta al fatto che egli ha vissuto abbastanza e che ha sempre tradotto da un suo testo segreto.

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