Scrive Artaud: ‘… poiché è chiaro che la vita è sempre la morte di qualcuno’. Questa frase, che io ho troncato, ha un’attinenza solo parziale con il problema specifico del teatro. Essa risuona di una verità ermeneutica, e dunque della generica definizione dell’esistente come esserci. Eppure, quest’ultimo pretende un senso che è la negazione del suo simile, cioè la morte di qualcuno. Inoltre, ciò accade al livello della coscienza: ovvero, quanto più la coscienza è tale, tanto meno può dimenticare o contraffare la morte dell’altro (‘colore di sangue, nota crudele’; la biopolitica del lager è la realizzazione più pura e gelida di questa coscienza elevata alla micropercezione della sofferenza). Ancora, non si dice in quella frase la vita ‘di’, si dice la vita, mentre si dice la morte ‘di qualcuno’. Si tratta proprio della vita nella sua genericità, ossia dell’esserci (proprio da Heidegger chiamato, nel senso di invocato sacralmente), mentre potremmo inferire nel qualcuno che muore anche la sua maschera (solo quella? o non piuttosto la riduzione a maschera?). Ho partecipato recentemente ad un seminario teatrale che prevedeva anche l’uso di una maschera bianca; così il viso veniva velato, ma non il corpo, che si sarebbe potuto costituire in segno delle parole, geroglifico (Artaud). La maschera è ogni cosa che siamo, ma soprattutto quel qualcosa intorno a cui, per la sua elisione, lavorava Grotowski. Ma con queste scarne e confuse riflessioni sul teatro oggi basta. Rimane da dire che la sovrapposizione di due maschere è un esercizio preliminare molto utile per appurare che gettata la prima maschera bianca sotto non è rimasta alcuna maschera reale (questa è la vera funzione delle maschere, gettarle via). In secondo luogo, che solo i misteri, cioè l’orgia dionisiaca, possono essere disvelamento assoluto e pertanto tabù.

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