In un vecchio frammento avevo parlato del dionisiaco in Colli. La decisione si pone in questa ambivalenza, in questo scarto: se si dia interiorità mediata dall’espressione o se sia possibile una nuda interiorità che sia tuttavia la propria espressione, e non espressa da un mezzo. Qui corriamo davvero il rischio di Atteone, perché il corpo di Diana è santo. Platone conosceva i cosiddetti misteri, cioè quella nuda interiorità, così simile al corpo di Diana. Ebbene, mi sto convincendo, formandomi come attore, che a quella si debba pervenire. Grotowski dice di togliere, come Artaud e Derrida. Inoltre l’atto attoriale deve essere unico, deve combattere contro la propria riproducibilità come contro il seme della variazione (è questa la ripetizione). Dal momento infatti che un atto unico non può contenere in sé stesso la propria variazione, o sarebbe già scisso, io, come attore, posso, devo pervenire alla possibilità di sacrificarmi per un atto unico: niente di più simile ai misteri che sgomentavano Platone, l’interiorità che si impone contro l’espressione. Il teatro, dice Artaud, è anarchia che si organizza, e questo perché sull’atto unico non si può erigere, non si può costruire, al limite neppure codificare. Esso scompare negli occhi del pubblico, se ancora si dà come elemento essenziale e definitorio proprio l’esistenza del pubblico (al quale si augura la fine di Atteone, ossia di essere sbranato dall’atto teatrale, squartamento, per usare una parola di Cioran). Anzi, il pubblico deve essere del teatro lo scopo (ancora) profano, perché come ricorda Derrida esso alla fine dà spettacolo (nota le parole su Rousseau). Chi assisteva ai misteri? Solo chi vi partecipava: il pubblico deve passare anche attraverso il proprio sacrificio, cioè la propria partecipazione, che vince il secondo lato dell’ambivalenza posta all’inizio.

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