(continua)… perché dunque l’atto unico sarebbe quella nuda e immediata interiorità? L’interiorità per esempio può essere mediata dalla parola, in questo caso il testo teatrale,  per cui bisogna ringraziare l’attore e la sua voce. Oppure essa è (anche) parola, ma come interiorità che si autorivela senza avvalersi di quella parola: grazie alla parola l’interiorità è partecipata barrando la parola (la si può fattualmente barrare? si può opporre qualcosa al testo senza negarlo ma facendolo valere dietro il segno che lo barra?). Qui invece si dice che l’atto unico, irriproducibile, rifiuta la parola come mediazione, o sarebbe non più unico, ma infinitamente ripetibile, variabile, potrebbe cadere nel vezzo dello stile. In una liturgia, la frazione del pane è unica in questo senso. Naturalmente il pane viene diviso come altre volte, ma per quella liturgia si rende grazie una sola volta, tanto più che la liturgia è proprio un fare con il corpo orientato al mangiare il pane e bere il vino. Allora è centrale il rendere grazie del sacerdote, che non si sovrappone come memoriale a quello che accade, la trasformazione di una sostanza, ma la provoca e la evoca. Quindi esso è un atto unico. Ma a quale liturgia è possibile rifarsi se essa non è anche qualcosa che prorompe interiormente? Il rendere grazie è tanto poco codificato quanto più il sacerdote con tutto se stesso rende grazie. Gesù in Giovanni 15 rende così grazie al padre (e la cosa viene sottolineata da Giovanni due volte). Insomma, non si tratta di un codice: qualcosa di nudo, di effettivamente squartato è qui visibile. Si tratta delle stesse parole nella funzione del segno che le barra per costituirle in liturgia. Credo, a questo punto, di aver dimostrato con un esempio che quelle parole non sono qualcosa che fai con la voce, ma qualcosa che fai con il corpo, sono cioè corpo e non testo cui si è prestato il suono (corpo di Diana, il corpo santo, la nuda interiorità).

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