10 Ottobre, 2019

La libertà è per alcuni una prigione intollerabile.
9 Ottobre, 2019

Ho conosciuto bene un amico che confrontato con la sgradevolezza della vita vi si gettava. Il rimestare l’ovvia inadeguatezza altrui egli non lo tollerava, ma lo faceva. Era, in una parola, fanatico dell’umanità. Così nell’amore: si muoveva come un ladro a notte fonda, prediligendo scrivere. Infine, mostrava nel carattere tratti arcaici, non avrebbe mai scelto un’epoca classica vicina alla propria ricapitolazione. Ne avrebbe presagito la fine.
9 Ottobre, 2019

Cosa è la visione beatifica? i più rispondono: una noia mortale. Inoltre ci ridono su come a dire: siete così ingenui? In realtà la visione beatifica, cioè la beatitudine che coglie chi guarda finalmente l’origine e non la creazione, è tale per cui, con spirito semplice, ci leghiamo proprio al creato. Il Perek Shirah mette in bocca alle creature vari passi del Tanakh (la Bibbia ebraica), per cui per esempio un salmo si trova sulle labbra di un passero o di un cedro. L’immediatezza di questa relazione con la creatura è tale per cui tutto, alla fine, è lode. Ma è questa lode, che non avremmo mai immaginato provenire da un passero o da un cedro, a dirci che, se possiamo essere simili a loro, allora non saremo superbi nel rifiuto di qualsiasi lode già contenuta nel Tanakh.
8 Ottobre, 2019

Il mio ritorno, espiazione (teshuvah) è iniziato anni fa, in modo imperfetto, ma credo oggi, sommando ciò che è da sommare e appartiene alla vita, con ciò che appartiene ai precetti, di essere giunto là dove mi posso anche guardare indietro, forse sicuro che alcuni errori futuri non saranno mortali. Così, l’espiazione diventa adesso esperienza anche di una lingua, quella ebraica, che non mi appartiene ma viene studiata con zelo. L’ebraico biblico contiene circa 8000 lemmi, di cui un quarto ricorre una sola volta. Ecco il ritorno che agogna la meta. Una parola sulla mistica: è imprescindibile, segreta quel poco che consente a tutti di avvicinarvisi.
7 Ottobre, 2019

il Joker è un film, non memorabile ma ben congegnato, che innanzi tutto presenta il fardello della malattia psichica in una società che ne ha paura ma non la perdona, per quanto sia endemica. Il Joker, se vogliamo, è malato di riso, ma anche malato da riderne. E non perché sia divertente, tutt’altro: qui si ricorderanno almeno due film di Scorsese che sono intessuti al Joker, Re per una notte e Taxi Driver. Il Joker crede di poter far ridere, vorrebbe in realtà, lo fanno ogni momento le persone normali che, in una parola, possono essere leggere: purtroppo è solo patetico (ecco quando fa ridere, a sue spese, ed è anche unheimlich); quando se ne accorge, perché la sua esistenza è unicamente quel dolore personale e familiare dal quale è inghiottito, allora decide di uccidere, dal momento che non si accetta una pistola se sai che non la userai mai (e se vi fosse anche un dissidio intorno ad una omosessualità latente che si esprime nella danza?). Gotham City d’altro canto è sempre più simile all’allucinazione di una città dove chi comanda vorrebbe poter eliminare liberamente quelli come Joker, che invece iniziano una rivolta da principio strisciante quando viene diffusa la notizia di un ‘pagliaccio’ che ha ucciso in metro tre di Wall Street. Il film, che non è aiutato in ciò dalla colonna sonora (banale, che dire invece di Bernard Herrmann in Taxi Driver?), tenta di sollevarsi a livello di puro incubo, quale verrebbe richiesto dal Joker e da uno straordinario Joaquin Phoenix, presentando la trasformazione da Arthur, dove tutto ha inizio, al Joker. Phoenix regge, il film no, e questo perché manca il regista, e manca come si diceva la colonna sonora, se alla sceneggiatura inoltre avesse lavorato un Paul Schrader non saremmo infine qui a lamentarci. Adatto ai palati contemporanei e insufficiente per quelli educati al passato del cinema dobbiamo però soffermarci almeno per qualche riga sulla metafisica del Joker, cioè sulla sua natura di antagonista puro. Molti cadranno nella trappola per cui il Joker potrebbe dar vita ad un movimento, mentre egli potrebbe in realtà ispirare solo una disordinata sommossa. Il Joker è il vostro incubo perché il vostro incubo si è moltiplicato ad ogni angolo di strada ma non ha forma. E proprio perché non ha forma muta molto velocemente, riesce ad insinuarsi non meno del fight club anche dove meno uno se lo aspetterebbe. Idealmente, dovrebbe essere Gotham City che finalmente in una notte dionisiaca si ciba di se stessa: la saga è stanca, la città viene consegnata al nichilismo dell’antagonista, il Joker ha da sempre vinto (perché noi siamo lui). Non esprimo un giudizio sul film, che in fondo non mi è piaciuto molto, ma su Phoenix sì: credo, non me ne vengono in mente altri, che attorialmente possa ancora migliorare, verso interpretazioni definitive come questa. In un film dove si vede anche il vecchio De Niro (ricordate Re per una notte e Taxi Driver?) non è affatto male. p.s. Il film lascia la strana impressione che non tutte le scene siano state girate da Phoenix. Non verifico perché il contrario accrescerebbe la statura di un’impresa notevolissima…
4 Ottobre, 2019

Può darsi benissimo che tutto il punk hardcore sia contenuto in un’opera del 1969 (anno di Woodstock, la contraddizione non potrebbe essere più lampante). Il punk hardcore verrebbe retrodatato di 10 anni. Ma come non sentire in the Stooges del gruppo omonimo quella musica seminale? Mi riferisco in particolare alla canzone not right, il cui testo mi fa accapponare la pelle; dice infatti: lei non va bene, io voglio qualcosa stanotte, io voglio qualcosa, tutto bene… perché dice tutto bene? Perché in realtà non va tutto bene, e lo dimostra il fatto che lui abbia bisogno di qualcosa, da lei, ma nemmeno lei va bene. Magari bastasse dirsi che va tutto bene. Prosegue poi: io non vado bene, lei vuole qualcosa stanotte, lei vuole qualcosa, tutto bene. Potrebbe essere una regola: se Iggy Pop dice che va tutto bene, allora non va bene proprio niente. Per questo abbiamo bisogno di qualcosa. Il punk hardoce è tutto qui. Nel dire in tutti i modi che non va bene. in un bellissimo documentario sugli Stooges Iggy Pop dice che a differenza di Bob Dylan lui ha sempre scritto testi brevissimi e semplici, che in effetti diventano il canone del punk hardcore (vorrei almeno citare six pack dei Black Flag, in cui si dice di cosa per esempio si ha bisogno, una confezione da sei). E dal punto di vista musicale? Ovviamente not right non delude nemmeno da questo punto di vista. Se uno è abituato a Woodstock di questa musica non capisce niente… benvenuti nel 1969.
2 Ottobre, 2019

La rara semplicità dei sei piccoli preludi nasconde un meccanismo musicale inesorabile. Tutto in Bach è come dovrebbe essere, salvando il più debole pianista dalla necessità di aggiungere qualcosa. Così, ci si riavvia al pianoforte.
1 Ottobre, 2019

Scrive Leibniz nella Monadologia: ‘c’è infatti una infinità di figure e di movimenti presenti e passati che confluiscono nella causa efficiente del mio scrivere attuale, e c’è una infinità di piccole inclinazioni e disposizioni della mia anima, presenti e passate, che confluiscono nella causa finale di questo atto’. Leibniz parla di tutt’altro ma limitiamoci alla scrittura. Essa nasce da una concatenazione che dà forma alla causa efficiente dello scrivere, su questa carta, con questa penna che io tengo in mano, chissà dove formatesi (perché per esempio dove ho comprato quella carta ho scelto un quaderno e non un altro), e poi dal perché, cioè dal motivo, se così si può dire, per cui io scrivo adesso questa nota, motivo che dipende da uno spirito non ben chiaro a sé stesso tanto è complesso e radicato anche nel passato. La causa efficiente e quella finale io le posso contemplare solo nella loro finitezza, non come serie totale né nella loro orizzontalità: la mia prospettiva in qualche modo è limitata e non è quella di Dio. Credo che tutti, compreso Leibniz, si siano spiegati la scrittura, o abbiano parlato di scrittura, sempre come concorso di queste due cause. Leibniz è solo un esempio (in quelle pagine parla di ragioni, soprattutto di quella sufficiente). In ogni caso, appare che la scrittura è qualcosa di affatto nebuloso e se qualcuno affermasse di poter scrivere in pieno possesso del sé attuale mentirebbe (Dostoevskij invece non avrebbe da obiettare). Rimane da esplorare il valore: come si forma il valore di ciò che si scrive e che è del tutto indipendente dal concorso della causa efficiente e della causa finale? Come accade per esempio che un filologo classico esplori una commedia di Aristofane in modo un po’ nuovo rinvigorendone l’attenzione? A questa domanda non abbiamo risposta, ma tenterei richiamando l’attenzione su René Guénon: egli afferma che la presente è l’età oscura, il kali yuga, confinando l’età oscura alla modernità. Per me questo può solo voler dire che ogni nostro giudizio di valore è fallace: la sicurezza che ci manca è quella di scartare come profano tutto ciò che non è sacro. Confusi, anche i più esimi cultori della tradizione, non abbiamo nozione del sacro e dunque di ciò che dovremmo chiamare valore. Se in questa nota brillasse, al di là di Leibniz, una luce di sacro, per oggi avrei scritto a sufficienza.