30 Novembre, 2019

Quando mi sarò dato una sistemata credo che mi farò fare un po’ di tatuaggi, una sorta di racconto musicale della mia vita. Non potrà mancare il logo dei Black Flag, una bandiera nera stilizzata. Oggi pensavo a questa canzone, che in realtà è una cover, sebbene il testo sia stato cambiato: ‘Louie, Louie, dobbiamo andare, ho detto adesso, dobbiamo andare. Lo sai il dolore che è nel mio cuore, mostra che non sono molto brillante. Chi ha bisogno dell’amore quando hai una pistola? Chi ha bisogno dell’amore per divertirsi un po’? Ho detto che adesso dobbiamo andare, Louie. Ho detto adesso, svitata. Adesso dobbiamo andare:, Louie, Louie!’ La prima volta che ho ascoltato questa canzone mi sono detto: oh cazzo, ma questi sono di fuori. Da lì la decisione un giorno di farmi il tatuaggio. Inoltre, il teschio dei Misfits, e l’uomo stilizzato degli Einstürzende Neubauten, più una invenzione su Thelephon dei Palais Schaumburg, più varie altre cose, simboli cristiani eccetera. Ma adesso devo andare…
30 Novembre, 2019

Quando abbiamo dato fondo alla nostra libertà, vedendo che essa non è stata se non ‘un breve episodio di una grande battaglia’, allora ripercorrerla. L’altra sua faccia si mostrerà in ciò che ci ha obbligato, rendendoci meno liberi di quanto pensavamo. In ciò essa dispiega la necessità che guidò il più insignificante dei nostri tentativi di mobilitare una guerra di posizione, talvolta con abbagliante successo. Se non siamo caduti a terra per un colpo di mortaio lo dobbiamo a quella stessa necessità, che ci ha preservato, feriti. Ma parlare ancora di vita sarebbe troppo amaro.
26 Novembre, 2019

(continua)… La secolarizzazione non è un simulacro, al modo in cui il sarcofago lascerebbe indovinare tratti viventi. Essa piuttosto consente di aggirare la riproposizione del problema, la morte di Dio. In questa irrequieta ed inventiva delineazione di un falso problema, altrimenti non lo si potrebbe aggirare affatto, basta poco rispetto ai risultati che si possono ottenere, in un dispiegamento non solo formale della volontà di potenza. Questo al momento attuale è l’occidente, e questa è ancora la modernità, dal cui paradigma non siamo usciti (sirene postmoderne). Confrontare però ancora, per alcuni, l’oscena intimità di Gesù, comporta relativizzare per esempio la musica jazz al rango di idolo. Non solo la musica jazz vale tutto lo studio che le si può dedicare e l’impegno nel suonarla, essa al tempo stesso non può turbare come farebbe Gesù; essa mostra che il problema si può riproporre, da cui l’abbrivio a dedicarsi ancora alla musica perché essa non vuole più risolvere niente, nemmeno la morte di Dio. Warhol si accontentava di una buona registrazione. In fondo era un tipo modesto. Il problema (non un falso problema) sarebbe invece quello di una religione che soffoca, un delirio fin troppo umano che non lascia gioco rispetto alla prossimità variabile di Gesù. Perché alla fine sono io a scegliere. Ecco, è qui che la secolarizzazione si intesse all’individualismo: infatti è nelle possibilità stesse del Vangelo che il Vangelo sia accolto. Più della metà della buona notizia è fatta da chi non l’accoglie, e che a ciò venga dato spazio è la nostra più genuina salvezza. Perché l’individualismo, se non è esso stesso idolo, è ciò che ci consente di dire a Gesù di venirci più vicino, ancora più vicino.
26 Novembre, 2019

Debbo a Schelling, luterano e formato teologicamente, la miglior formulazione non tanto del cristianesimo, quanto della sua secolarizzazione: ‘il cristianesimo non è una dottrina, è una realtà’ (provate a ripetere oggi questa frase, di tutto l’occidente). Ciò che distingue il cristianesimo da tutte le altre religioni è la sua capacità di variare intorno alla perdita di un oggetto, pur continuando, se si vuole, a parlar teologicamente. Eppure, almeno in ambito ebraico accade qualcosa di simile: una barzelletta presenta un padre, facoltoso ebreo di New York, che manda il figlio in una scuola cattolica, la Trinity; dopo qualche giorno il bambino torna a casa e dice al padre di sapere che trinità significa Padre Figlio e Spirito santo. Al che il padre risponde: ‘Jonny, noi abbiamo un solo Dio, e non ci crediamo!’ Certo, se un oggetto viene perduto e minaccia così il soggetto, non si tratta di un oggetto in senso stretto, perché esso dovrebbe poter essere sostituibile. L’oggetto è la possibilità di una sostituzione. Anche così si lascia comprendere la frase di Freud: ‘wo ES war, soll ICH werden’ (dove era l’inconscio, deve diventare l’io). In quali modi dunque giriamo intorno ad un oggetto che è sempre stato lì ma adesso abbiamo voluto perdere in favore del soggetto (aprendoci all’Ersatz)? Appare allora che il cristianesimo, come realtà, è il fatto che Gesù non ha portato il Vangelo, lui era il Vangelo vivente, lui era la notizia (die Nachricht), lui era non l’ambasciatore ma l’evento. Ora quell’evento è stato disarticolato, se ne riconoscono le tracce, è l’evento della sua collisione con la nostra ‘libertà’, parola che l’illuminismo spogliò di valore teologico. Abbiamo scelto, non senza buone ragioni. Ma prendiamo un esempio secolarizzato di realtà (cristiana), non prima di aver notato, per esempio, che l’incredibile produzione musicale dell’occidente è un fatto unico (dalla cosiddetta musica classica, al jazz, al blues, al rock, al pop, ebbene sì, al punk hardcore). E lo facciamo attraverso una frase di Andy Warhol: ‘appena un problema diventa una buona registrazione, non esiste più il problema’. Qui non si deve trattare di una registrazione musicale, ma di tutto ciò che può essere catturato da una registrazione. Se la perdita dell’oggetto, talvolta intimo, produce l’inconsolabile, allora al suo posto deve subentrare la performance mediatica. Warhol non fa che avvalorare la tesi di Schelling secondo cui il cristianesimo è una realtà, finché l’oggetto non minaccia di ritornare (il problema), riproponendo la stessa difesa: ma questa difesa è ricchissima di risultati, è a ben vedere un vaso di Pandora! L’ateismo militante, spesso fastidioso, non prende atto che un ateismo invece sottile nemmeno nomina il problema di Dio, perché al suo posto vige già, è consumata, la sua performance mediatica (tra le altre cose). Inoltre, Gesù potrebbe essere quell’offerta di intimità capace sì di curare la malinconia, ma investendo in un oggetto insostituibile (Gesù, per definizione, non è sostituibile). Ma siamo disposti a giocarci il soggetto per questa intimità? Per un oggetto che non è un vero oggetto? Lascio la domanda aperta: io ho deciso. Come corollario mi limito a far notare il posto che la musica ha presso i protestanti, come le arti figurative presso i cattolici. Ma, detto ciò, non è forse anche vero che alla riproposizione del problema io scrivo, per fuggire l’oscena intimità dell’oggetto?
26 Novembre, 2019

Il rosario è un messaggio in bottiglia: sappiamo che arriverà, non quando.
25 Novembre, 2019

La malinconia è davvero ‘un crepuscolo degli Dei in forma privata’ (debbo la formula, leggermente modificata, a Peter Sloterdijk)? Cosa andrebbe perso, nella malinconia, che un rapporto mitico-terapeutico potrebbe recuperare, come alternativa al linguaggio dell’unico Dio, anzi sostituendogli quello del genio o del demone privato (il Doppelgänger)? La malinconia è sì quel crepuscolo ma, allora, chiediamoci anche cosa è l’eccesso opposto, ossia l’estasi: essa è il genio che spiega l’individuo come il pilota spiega le vele, cioè sapendo sfruttare tutto il vento. Tuttavia, ciò è anche rischioso. In questo doppio uso della parola spiegare si nasconde la doppia natura del demone privato: esso rende giustizia dell’individuo ed insieme lo sospinge, a tal punto che in un crepuscolo degli Dei egli si trova a marcire nel suo io, il quale da solo non può assolutamente niente. Siamo disposti ad abbracciare il linguaggio mitico? Se si allora siamo disposti anche ad abbracciare il dionisiaco. Nel caso contrario ci accontentiamo di una psicologia monoteista che forse non è la più adatta a comprendere la malinconia o il suo opposto (era adatta a comprendere l’accidia però). Ma allora cosa è in fondo l’estasi del melanconico? Non lo si può dire del tutto, purtroppo: essa è una tale malattia dello spirito che solo chi la prova può comprendere senza riuscire a descriverla (suggerisco qui di ascoltare le battute iniziali del Così parlò Zarathustra di Strauss). Peraltro, un frate domenicano una volta mi mise in guardia dicendomi che il convento era pieno di mondo. Ciò mi fece capire che tra quelle mura i frati non vivevano completamente soli, e non si trattava solo di Dio. Demoni, geni? Anime perse di epoche sciamaniche? Può darsi, Dio altrimenti non avrebbe molto da fare: Lucifero viene ‘dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa’, come ci ricorda il libro di Giobbe.
24 Novembre, 2019

Tra le tante battute (alcune fulminanti) sulla sigaretta, aggiungo la mia: non esiste l’ultima sigaretta. L’ultima sigaretta è quella che hai già fumato.
24 Novembre, 2019

Ieri ho visto l’ultimo film di Polanski, L’ufficiale e la spia. Da Il coltello nell’acqua in poi, Polanski ha quasi sempre girato film che sanno turbare e avvincere, con un senso dell’assurdo che gli è peculiare (non a caso qui si utilizzerebbe la parola unheimlich). Non nell’ultimo film, che però, a mio parere, si rifà abbastanza chiaramente a L’inquilino del terzo piano. Se, come svariati critici hanno detto, L’inquilino del terzo piano riguarda la questione ebraica, ossia il fatto che il protagonista, cioè il locatario, sia perseguitato dai vicini pur non facendo niente che motivi questa persecuzione, allora mi ritornano in mente le parole di un altro ebreo, Jakob Taubes, che con amara ironia diceva che purtroppo gli ebrei della diaspora non devono mai dare nell’occhio (e se ne lamentava, lui che era decisamente estroverso). Dreyfus è la vittima perfetta, infatti chi meglio potrebbe incarnare il traditore da dare in pasto al popolo francese (di cui peraltro gli ebrei facevano parte a pieno diritto)? Non mi dilungo sul film, che si fa apprezzare per il taglio filologico a cui mancano forse figure veramente umane, tra cui lo stesso Dreyfus. Piuttosto rinnovo la domanda di Marurice Blanchot: che ne è degli intellettuali? E, ponendo questa domanda, ha ancora senso chiedersi che ne è degli intellettuali se una tale élite, cui spetterebbe un giudizio insieme alto e veritiero, apparentemente si è disfatta? Allora il film di Polanski saprebbe educare, con una precisazione piuttosto cupa: tempo fa una persona mi ha detto di essersi addormentata guardando l’ultimo film di Tarantino: sorpreso, le chiedo se conosceva la storia che aveva ispirato il regista. Effettivamente non la conosceva: allo stesso modo, suppongo che quasi nessuno, tranne la minoranza che va a vedere Polanski (che sembra nutrita solo nei foyer dei cinema), conosca il caso Dreyfus. Quindi, da qui bisogna porre la domanda: che ne sarà degli intellettuali? O si è girato soltanto l’ennesimo film? p.s. Cito Blanchot perché ritengo che se si continua a coltivare la filosofia politica non sia per aggiudicarsi posizioni accademiche ma per gettare sguardi sul reale, a cui appartengono anche i film.
22 Novembre, 2019

E se Dio abitasse il reale in primo luogo come ‘nome’? E se questo ‘nome’, che nomina un nome impronunciabile, non obliterasse una sostanza bensì il gesto di espirare di cui è fatta ogni lingua? Dio è fin da subito prigioniero della parola, come noi. Salire misticamente è parlare con lui, non di lui.
21 Novembre, 2019

Peter Sloterdijk, di cui sto leggendo Sphären, dedica pagine molto accurate alla placenta. Non sembrerebbe che in questo organo si nasconda qualcosa di molto interessante. Infatti non più, oggi, trattando la placenta al più come residuo e rifiuto. Correvano tempi in cui a certe latitudini la placenta veniva sotterrata e, se il neonato era maschio, in quel luogo si piantava un albero di pere, se il neonato era femmina, si piantava un albero di mele. Irradiavano da questo organo simboli che avrebbero accompagnato il neonato come Euridice, la quale sparisce. Dice Sloterdijk: ‘il regalo d’addio di Euridice a Orfeo è lo spazio in cui i sostituti sono possibili’. E infatti, qui ne va di un doppio originario, indissolubilmente legato ad un feto, fintantoché non giunge la separazione e, con il taglio del cordone, il battesimo dell’individuo. Da allora, per ciascuno, si apre un cammino di solitudine. Thomas Macho, di cui posseggo Metafore della morte, ha tenuto, nell’anno accademico 1995/96, un seminario sulle tecniche di solitudine all’università Humboldt. Suppongo che questo seminario andrebbe aggiornato. Comunque, questa la tesi di Sloterdijk, le tecniche di solitudine sono destinate proprio ad essere assorbite da collettività totalitarie. Che tu scriva, che tu fotografi, che tu dipinga, un unico destino è preparato. Paradossalmente, senza che quella solitudine venga scalfita: anzi, essa alimenta una tecnica pronta ad essere maneggiata nel suo contenuto, ad essere resa, come si dice oggi in modo neutro, informazione. A queste tecniche, come spiega Sloterdijk in un altro luogo, è congeniale purtroppo il cogito cartesiano (cogito, penso, ergo sum; da notare che non è una deduzione). Invece, è da qui che si potrebbe muovere, con una traslazione sottile: si pensa a me, dunque sono (an mich wird gedacht, daher bin ich). Oppure, in modo ancora più accurato, cogitor a Deo, ergo sum. Prima di cercare il nostro luogo nelle collettività totalitarie, riconoscere che il nostro bisogno è di essere pensati, poiché, se non siamo pensati, non siamo in nessun modo.