L’alternativa è quella tra la legge del demos, che può essere anche ingiusta, e l’autonomia, letteralmente legge a sé stesso. Ma poiché non si può scegliere, essendo l’alternativa incomprensibile, bisogna trovare la terza via. La legge del demos, dicevo, può essere ingiusta, eppure nemmeno in questo caso può essere trasgredita. L’autonomia, che negli anni settanta divenne anche una precisa forma di azione politica, eccepisce sempre sull’individuo. Per questo l’autonomia è sempre, e fu, una scelta elitaria (checché ne dicano quelli che distinguono tra ’68 e ’77). Peraltro lo stesso Negri ha esplorato vie nuove, come testimoniato dalla interessante discussione di Zizek in un libro che consiglio a tutti: In difesa delle cause perse. La terza via è per me il vuoto giuridico, un concetto che a me pare congiungere Weil ad Agamben. Per spendere qualche parola in più, esso è un’effettiva anomia, ma allora mi rivolgerei ad un’opera di Agamben, la sua ultima, che si intitola proprio Karman. Lo spiego a partire da me stesso: cerco di riempire il tempo, banalmente, di azioni prive di conseguenze, per rompere il sigillo dell’imputabilità. Esse sono il teatro, la musica, la lettura, la scrittura, in una parola l’otium dell’uomo libero, che non è un non fare, è un fare molte cose per le quali l’assenza di conseguenze qualifica la stessa libertà. Di questo forse Agamben non vede il nesso che ne discende, sebbene un caso clamoroso sia quello di Socrate, il quale si limitava a discutere con quelli che potevano essere più sapienti di lui (dubitava infatti dell’oracolo, che aveva detto lui essere il più sapiente di tutti). Sono dunque libero fintantoché non sono imputabile né ai miei occhi, se sono legge a me stesso, né agli occhi del demos. L’otium infatti era solo un privilegio dell’uomo libero, perché questa libertà egli la sapeva sostanziare. La connessione tanto più intima tra i quirites e la libertà sta tutta qui. Appare allora che la società schiavistica, rivalutata dal Pasquali in un suo scritto (Storia dello spirito tedesco nelle memorie di un contemporaneo), rimane il punto di partenza anche per concepire una società del lavoro che consenta l’otium. Non a caso sono in genere le aziende più innovative (dove lavora un élite) a ridurre l’orario di lavoro o a consentire ai propri dipendenti di divertirsi, per esempio, ascoltando musica mentre fanno qualcosa. Questo ovviamente è un modo per incatenare ancora di più quella élite alle necessità della produzione (alle nuove manifestazioni del capitale contemporaneo). Sono convinto che alla fine un vero comunismo (cioè una collettività che non sia demos, qui svalutiamo la democrazia liberale) possa essere delineato a partire dal gioco tra otium e lavoro, effettivamente anomico perché le due grandi ingiustizie, la legge del demos e la legge a sé stessi, vengono barrate.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *