Mi rendo conto che forse, disegnando ieri una costellazione di idee che mi sembrava piuttosto coesa sull’autonomia, forse l’ho difesa ad oltranza. E questo perché inavvertitamente ho utilizzato il termine neutro di otium quando proprio nel ’77 ci fu una evidente esplosione di forza creativa dovuta al movimento. Cosa altro sarebbe l’otium? Di quel movimento per esempio fece parte Andrea Pazienza, di cui possiedo l’opera omnia ironicamente pubblicata anni fa da Repubblica (sic). Fu proprio lui a dire: tutto ha un limite, Pazienza no. Se mai ci fu frase azzeccata per quelle menti spesso irriverenti allora questa. Il fatto è che il movimento era allora scisso tra una parte propriamente politica ed una parte ludica che avrebbe lasciato un segno duraturo. Quella politica naufragò. Il segno lasciato secondo me è criticabile oggi perché sgonfiato l’aspetto creativo molte esperienze si sono istituzionalizzate in modo ridicolo: ma permane l’aspetto ludico (mi chiedo cosa ci sia di tanto interessante nell’organizzare un concerto dietro l’altro). Penso poi a quei giovani che sfregiano un muro con il noto fulmine senza sapere nemmeno come agire senza la bomboletta di spray in mano (talvolta una scritta sul muro è geniale, nella maggior parte dei casi, come nell’utilizzo di un simbolo, è stupida). Non vorrei che qui avessimo a che fare con comparse della lotta politica. Nella mia città ho visto agonizzare un centro autonomo che fortunatamente chiuse non perché non ci fosse necessità di quel luogo, ma perché se ne volevano appropriare i nuovi venuti. Ieri ho citato Slavoj Zizek: mi chiedo quanti leggano oggi pagine così, magari complicate (effettivamente Zizek è un lacaniano, e quindi difficile). Forse perché pensare è più importante che non sfregiare un muro come quel cane che ci piscia sopra. Kierkegaard al proposito diceva: non capisco quelli che reclamano la libertà di parola quando hanno già la libertà di pensare. Partiamo nuovamente da qui: la libertà di pensare, di ideare il futuro, e alla fine di agire per quel futuro. Ci voleva forse un’ostinata ragazza svedese per ricordarcelo.

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