Piove, semplicemente piove, su ogni mattonella dello spiazzo vuoto e tetro, mentre un sole obliquo si addormenta sulla finestra, pronto ad essere nuovamente inghiottito da quella stessa pioggia che ora riluce appagata nel suo gioco infimo, freddo e fermo. Gioco di ombre, di luci accese qua dentro, che non posso far tacere mentre ripenso che un buon sacerdote mi consiglierebbe il rosario. Già detto questa mattina, e ieri sera, e ieri sera ancora. Chiedere, poiché sarà dato. Ma cosa? Molti dicono: grazie potentissime, ed è vero. Ma la grazia, quando si annuncia, e sarebbe sacrilego dubitarne, è il cuore che tace, mentre il resto sprofonda. Egli ci tira su da sicura morte e, in questa rinascita, sappiamo che è stato dato. Vi è mai capitato di essere così vicini alla morte e alla preghiera? Tutto è stato dato, non qualcosa, tutto in sovrabbondanza, mentre ci lamentiamo per non aver chiesto di più, per aver pregato due briciole. Non possiamo dubitarne: non solo siamo stati ascoltati, siamo stati capiti, come il bambino che ottiene il gioco agognato. Il rosario, che io dico in latino per non pensare alle parole, fumo dei fumi, è litania, penitenza, ma soprattutto quel tragico che abbiamo dovuto mettere in preghiera, per essere simili alla pioggia che cade. Ho un amico valdese che non capisce perché io dica il rosario. Allo stesso modo, che dire del pellegrino russo che ripete incessantemente per tutta la vita ‘Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore’? Che dire del fatto che di tanto in tanto il suo cuore provi una fitta inattesa? Non la si può mai prevedere, potrebbero trascorrere anni, poi all’improvviso… Eppure, siamo persone leggere, fin troppo, quale magrissima consolazione aprire Rimbaud e cercare con lui sul corpo della donna quella bestiolina che viaggia tanto in uno scompartimento ottocentesco. Abbiamo dimenticato tutto. Non è rimasto che niente.

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