Quando di un libro si vuole dire una parola che nemmeno l’usura sembra spaventare, ma dovrebbe, allora si ricorre ad affresco. Sarebbe un’ingiustizia, pertanto, dire di Chiamalo sonno, che mi appresto a rileggere, che sia un affresco della diaspora di New York. Chiamalo sonno, avvaliamoci di metafore ottiche, è uno sguardo dilatato, che per essere tale ha bisogno di fissarsi sui dettagli, o il quadro sarebbe sfocato. Ecco la vera inquietudine che percorre il romanzo, tale per cui, di fatto, il suo autore quasi non riuscì più a scrivere, confinando la sua vita in una progressiva precarietà (santa umiltà). Si può concepire un’opera tanto più larga quanto più profondi sono i dettagli? E smettere di scrivere perché quella terapia non la si può variare, impedendo nuova invenzione? Negli anni ’30 la psicoanalisi era ancora giovane, ma qui abbiamo un caso interessante da psicoanalisi, oltre il romanzo, dentro la vita. Per questo Chiamalo sonno si legge ‘bene’, perché tra le righe, nello spazio tra una parola e l’altra, si trova l’inconfessabile, il sogno, la mano ferma ma brutale del super io. Infatti, l’intero romanzo, di 512 pagine, non è altro che un dubbio di paternità che scatena la vita, che la contorce, che la rende cupa e torva. In un quartiere di New York, grande depressione, autore Henry Roth.

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