In ordine di lettura, sulla mia scrivania, Dagli ebrei la salvezza di Léon Bloy. Questo autore è noto per una espressione che ricorre ogni volta in cui una persona mediamente colta voglia parlare del Messia: chi è il Messia se non ‘un vagabondo dell’Assoluto, del Dolore, dell’Insonnia’? Egli deve venire, o non lo si attenderebbe affatto. Bene attenderlo per sempre o non attenderlo mai. Bene attenderlo per quaranta anni, come Bloy, o non attenderlo affatto (e sia, con i nervi a pezzi). ‘Non sarà probabilmente altro che un riflesso della Gloria in una cloaca’, scrive Bloy. Se la storia è questa cloaca (esiodea, chiosa Ceronetti), tanto maggiore lo stupore. Ora prendiamo Giovanni 19, 30: Gesù, sulla croce, prende l’aceto e dice ‘è compiuto’, quindi china il capo e muore. Lutero traduce ‘es ist vollbracht’. Si è parlato qui di intronizzazione paradossale: Cristo Re muore, ma non prima di aver detto che ‘è compiuto’, ossia che il vangelo vivente è stato portato in ogni sua parte: è tempo di morire. Allo stesso modo, il venturo non può emanare da una perfetta Gloria, essa è la cloaca della storia, sporca, infima, non perché se ne veda la superficie polita, un contrasto che apparirebbe eccitante, drogato, ma perché al contrario non è priva di macchie. Insomma, anche qui abbiamo una venuta, che è un ritorno, a sigillare la storia, a elevarla e infine ad annullarla, che è paradossale. Saremmo tentati di concepire questa storia come un progresso: in realtà quanto più il futuro appare temibile, i cui fantasmi si annunciano ma non sono ancora rivelati, allora una speranza che l’ineluttabile sarà riscattato escatologicamente motiva l’attesa. Non trovo mai questa domanda quando si parla tra di noi, credenti, di varie chiese: perché oggi attendere il Messia? Meglio, avete mai provato il fremito vicino al delirio di una prolungata attesa del Messia, qualcosa che infine avete dovuto scacciare per non diventare pazzi? Lascio questa domanda senza risposta. Mi limito a dire che Bloy, come Huysmans, eccetera, sono convertiti, ed è solo la conversione, che non è una fede accomodante, ma eredita la sofferenza, a  comprendere l’attesa del Messia. Le attese messianiche collettive sono peraltro eventi eccezionali. Che dire degli ebrei lituani che credevano di poter tornare a Gerusalemme a cavallo di nubi dopo aver venduto tutti i beni? Sabbatai Zevi, pur bandito nel 1651 dai rabbini della sua città, si proclamava Messia, manifestando sintomi della sindrome bipolare. Muovendosi tra l’Anatolia e la Grecia, alla fine, dopo due matrimoni non consumati, incontrò una ebrea lituana che aveva fatto voto di non sposare nessuno che non fosse il Messia, anche lei da un passato poco raccomandabile. Zevi finì a Gaza, per farla breve, dove Natan di Gaza, uomo di Dio, gli disse che lui era veramente il Messia. Quindi Zevi trovò anche il suo profeta. Tralascio quanto rimane della storia, se non che Zevi tra la morte e la conversione all’Islam si convertirà, non prima di aver creato un movimento messianico vastissimo all’interno del mondo ebraico. Importante è credere, se anche il Messia scendesse alla stazione degli esuli come nella poesia di Ceronetti: noi non possiamo saperlo, a maggior ragione dobbiamo reputarlo.

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