Mentre la pioggia continua ad intessere i tetti della mia città (reminiscenza da Verlaine, mediata da Walser, Mikrogramme), e non sono i tetti di Parigi, per quanto anche qui si traduca attentamente, riascolto una vecchia canzone di Serge Gainsbourg, sul quale vorrei dire qualcosa che riesca a rendere la mia passione per la sua scrittura, la sua voce, la sua musica. La canzone è je suis venu te dire que je m’en vais, di cui troverete facilmente una esibizione dal vivo che per me è la migliore. Sono venuto a dirti che me ne vado, perché me ne hai fatte troppe. Non piangere adesso, non cambierà niente, perché sono venuto a dirti che me ne vado. Si può scrivere una canzone di così pochi elementi? Gainsbourg aveva il pregio di trovare la musica da poche righe, di alimentarle per una bella drammatizzazione, di aggiungere il suo non so che a una calma malinconia annebbiata dall’alcool. Inoltre, come ogni persona pulita, odiava il puritanesimo ma anche un eccesso fintamente libertario (oggetto delle accuse più tarde di Houellebecq). Avendo vicino la Bardot e più tardi la Birkin credo che la sua ironia si facesse fin troppo sottile. Tutto bene fino agli anni settanta, poi il sesso si trasforma in un mercato, che si divide in perdenti e capitalisti: persone cioè che non avranno mai speranza di trovare un partner e persone che li accumulano (prima della rivoluzione sessuale, nessuno rimaneva senza moglie o senza marito). Su questo punto credo che la traiettoria di Gainsbourg vada da 69 année érotique a love on the beat. In quest’ultimo caso non rinuncia ad una esibizione in Tv attorniato da ragazze in topless. Raggiunto uno status da tardo impero, in cui nemmeno lui poteva credere, quando tutto il meglio si stava dissolvendo, alla fine anche la Birkin lo lasciò. Per me è un vuoto. Quello che lui ha cantato lo accusa (tutti sono diventati puritani, lui è l’eccentrico alcolizzato, nel ricordo, ma imperdonabile). La musica peraltro non è più un genere che riesca a diventare un movimento sociale o ad essere la società stessa: l’ultimo fu il grunge negli anni ’90. Oggi la musica è superflua. Per questo si ascolta anche Gainsbourg, in particolare quando la pioggia non cessa di intessere i tetti e i suoni rappacificati sono dello stesso giallo lucore di una lampada.

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