La malinconia è davvero ‘un crepuscolo degli Dei in forma privata’ (debbo la formula, leggermente modificata, a Peter Sloterdijk)? Cosa andrebbe perso, nella malinconia, che un rapporto mitico-terapeutico potrebbe recuperare, come alternativa al linguaggio dell’unico Dio, anzi sostituendogli quello del genio o del demone privato (il Doppelgänger)? La malinconia è sì quel crepuscolo ma, allora, chiediamoci anche cosa è l’eccesso opposto, ossia l’estasi: essa è il genio che spiega l’individuo come il pilota spiega le vele, cioè sapendo sfruttare tutto il vento. Tuttavia, ciò è anche rischioso. In questo doppio uso della parola spiegare si nasconde la doppia natura del demone privato: esso rende giustizia dell’individuo ed insieme lo sospinge, a tal punto che in un crepuscolo degli Dei egli si trova a marcire nel suo io, il quale da solo non può assolutamente niente. Siamo disposti ad abbracciare il linguaggio mitico? Se si allora siamo disposti anche ad abbracciare il dionisiaco. Nel caso contrario ci accontentiamo di una psicologia monoteista che forse non è la più adatta a comprendere la malinconia o il suo opposto (era adatta a comprendere l’accidia però). Ma allora cosa è in fondo l’estasi del melanconico? Non lo si può dire del tutto, purtroppo: essa è una tale malattia dello spirito che solo chi la prova può comprendere senza riuscire a descriverla (suggerisco qui di ascoltare le battute iniziali del Così parlò Zarathustra di Strauss). Peraltro, un frate domenicano una volta mi mise in guardia dicendomi che il convento era pieno di mondo. Ciò mi fece capire che tra quelle mura i frati non vivevano completamente soli, e non si trattava solo di Dio. Demoni, geni? Anime perse di epoche sciamaniche? Può darsi, Dio altrimenti non avrebbe molto da fare: Lucifero viene ‘dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa’, come ci ricorda il libro di Giobbe.

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