Debbo a Schelling, luterano e formato teologicamente, la miglior formulazione non tanto del cristianesimo, quanto della sua secolarizzazione: ‘il cristianesimo non è una dottrina, è una realtà’ (provate a ripetere oggi questa frase, di tutto l’occidente). Ciò che distingue il cristianesimo da tutte le altre religioni è la sua capacità di variare intorno alla perdita di un oggetto, pur continuando, se si vuole, a parlar teologicamente. Eppure, almeno in ambito ebraico accade qualcosa di simile: una barzelletta presenta un padre, facoltoso ebreo di New York, che manda il figlio in una scuola cattolica, la Trinity; dopo qualche giorno il bambino torna a casa e dice al padre di sapere che trinità significa Padre Figlio e Spirito santo. Al che il padre risponde: ‘Jonny, noi abbiamo un solo Dio, e non ci crediamo!’ Certo, se un oggetto viene perduto e minaccia così il soggetto, non si tratta di un oggetto in senso stretto, perché esso dovrebbe poter essere sostituibile. L’oggetto è la possibilità di una sostituzione. Anche così si lascia comprendere la frase di Freud: ‘wo ES war, soll ICH werden’ (dove era l’inconscio, deve diventare l’io). In quali modi dunque giriamo intorno ad un oggetto che è sempre stato lì ma adesso abbiamo voluto perdere in favore del soggetto (aprendoci all’Ersatz)? Appare allora che il cristianesimo, come realtà, è il fatto che Gesù non ha portato il Vangelo, lui era il Vangelo vivente, lui era la notizia (die Nachricht), lui era non l’ambasciatore ma l’evento. Ora quell’evento è stato disarticolato, se ne riconoscono le tracce, è l’evento della sua collisione con la nostra ‘libertà’, parola che l’illuminismo spogliò di valore teologico. Abbiamo scelto, non senza buone ragioni. Ma prendiamo un esempio secolarizzato di realtà (cristiana), non prima di aver notato, per esempio, che l’incredibile produzione musicale dell’occidente è un fatto unico (dalla cosiddetta musica classica, al jazz, al blues, al rock, al pop, ebbene sì, al punk hardcore). E lo facciamo attraverso una frase di Andy Warhol: ‘appena un problema diventa una buona registrazione, non esiste più il problema’. Qui non si deve trattare di una registrazione musicale, ma di tutto ciò che può essere catturato da una registrazione. Se la perdita dell’oggetto, talvolta intimo, produce l’inconsolabile, allora al suo posto deve subentrare la performance mediatica. Warhol non fa che avvalorare la tesi di Schelling secondo cui il cristianesimo è una realtà, finché l’oggetto non minaccia di ritornare (il problema), riproponendo la stessa difesa: ma questa difesa è ricchissima di risultati, è a ben vedere un vaso di Pandora! L’ateismo militante, spesso fastidioso, non prende atto che un ateismo invece sottile nemmeno nomina il problema di Dio, perché al suo posto vige già, è consumata, la sua performance mediatica (tra le altre cose). Inoltre, Gesù potrebbe essere quell’offerta di intimità capace sì di curare la malinconia, ma investendo in un oggetto insostituibile (Gesù, per definizione, non è sostituibile). Ma siamo disposti a giocarci il soggetto per questa intimità? Per un oggetto che non è un vero oggetto? Lascio la domanda aperta: io ho deciso. Come corollario mi limito a far notare il posto che la musica ha presso i protestanti, come le arti figurative presso i cattolici. Ma, detto ciò, non è forse anche vero che alla riproposizione del problema io scrivo, per fuggire l’oscena intimità dell’oggetto?

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