(continua)… La secolarizzazione non è un simulacro, al modo in cui il sarcofago lascerebbe indovinare tratti viventi. Essa piuttosto consente di aggirare la riproposizione del problema, la morte di Dio. In questa irrequieta ed inventiva delineazione di un falso problema, altrimenti non lo si potrebbe aggirare affatto, basta poco rispetto ai risultati che si possono ottenere, in un dispiegamento non solo formale della volontà di potenza. Questo al momento attuale è l’occidente, e questa è ancora la modernità, dal cui paradigma non siamo usciti (sirene postmoderne). Confrontare però ancora, per alcuni, l’oscena intimità di Gesù, comporta relativizzare per esempio la musica jazz al rango di idolo. Non solo la musica jazz vale tutto lo studio che le si può dedicare e l’impegno nel suonarla, essa al tempo stesso non può turbare come farebbe Gesù; essa mostra che il problema si può riproporre, da cui l’abbrivio a dedicarsi ancora alla musica perché essa non vuole più risolvere niente, nemmeno la morte di Dio. Warhol si accontentava di una buona registrazione. In fondo era un tipo modesto. Il problema (non un falso problema) sarebbe invece quello di una religione che soffoca, un delirio fin troppo umano che non lascia gioco rispetto alla prossimità variabile di Gesù. Perché alla fine sono io a scegliere. Ecco, è qui che la secolarizzazione si intesse all’individualismo: infatti è nelle possibilità stesse del Vangelo che il Vangelo sia accolto. Più della metà della buona notizia è fatta da chi non l’accoglie, e che a ciò venga dato spazio è la nostra più genuina salvezza. Perché l’individualismo, se non è esso stesso idolo, è ciò che ci consente di dire a Gesù di venirci più vicino, ancora più vicino.

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