7 Novembre, 2019

Mi rendo conto che forse, disegnando ieri una costellazione di idee che mi sembrava piuttosto coesa sull’autonomia, forse l’ho difesa ad oltranza. E questo perché inavvertitamente ho utilizzato il termine neutro di otium quando proprio nel ’77 ci fu una evidente esplosione di forza creativa dovuta al movimento. Cosa altro sarebbe l’otium? Di quel movimento per esempio fece parte Andrea Pazienza, di cui possiedo l’opera omnia ironicamente pubblicata anni fa da Repubblica (sic). Fu proprio lui a dire: tutto ha un limite, Pazienza no. Se mai ci fu frase azzeccata per quelle menti spesso irriverenti allora questa. Il fatto è che il movimento era allora scisso tra una parte propriamente politica ed una parte ludica che avrebbe lasciato un segno duraturo. Quella politica naufragò. Il segno lasciato secondo me è criticabile oggi perché sgonfiato l’aspetto creativo molte esperienze si sono istituzionalizzate in modo ridicolo: ma permane l’aspetto ludico (mi chiedo cosa ci sia di tanto interessante nell’organizzare un concerto dietro l’altro). Penso poi a quei giovani che sfregiano un muro con il noto fulmine senza sapere nemmeno come agire senza la bomboletta di spray in mano (talvolta una scritta sul muro è geniale, nella maggior parte dei casi, come nell’utilizzo di un simbolo, è stupida). Non vorrei che qui avessimo a che fare con comparse della lotta politica. Nella mia città ho visto agonizzare un centro autonomo che fortunatamente chiuse non perché non ci fosse necessità di quel luogo, ma perché se ne volevano appropriare i nuovi venuti. Ieri ho citato Slavoj Zizek: mi chiedo quanti leggano oggi pagine così, magari complicate (effettivamente Zizek è un lacaniano, e quindi difficile). Forse perché pensare è più importante che non sfregiare un muro come quel cane che ci piscia sopra. Kierkegaard al proposito diceva: non capisco quelli che reclamano la libertà di parola quando hanno già la libertà di pensare. Partiamo nuovamente da qui: la libertà di pensare, di ideare il futuro, e alla fine di agire per quel futuro. Ci voleva forse un’ostinata ragazza svedese per ricordarcelo.
7 Novembre, 2019

Forse un equivoco sta ingarbugliando le opinioni su the Irishman, che ho visto ieri sera (versione originale). Si tratterebbe o no del solito film sulla mafia americana? Affidandosi peraltro ad un Joe Pesci (esempio tra tutti) che pare già aver detto tutto? La mia opinione è che si tratti invece di un film sulla famiglia, quella dell’irlandese che dà il nome al film. Certo, egli diventa, da corriere, un affiliato, perché il solito Joe Pesci sa puntare su di lui. Ma sullo sfondo sta il drammatico rapporto con le figlie. Sufficientemente rigido in casa e brutale al di fuori, le figlie non solo lo temono, ma una di esse, al corrente dell’irreparabile, decide di non parlargli più (esattamente come il padre, che non dirà mai niente ai federali). Qui Robert de Niro deve dare profondità ad un personaggio che ha perso la famiglia, in ogni senso, per appartenere ad una famiglia più grande e implacabile. Tutti, prima o poi, muoiono nel film. Solo a lui è riservata la dannazione di sopravviversi. E quell’anello, che suggella il rapporto instauratosi tra un siciliano e un irlandese, è la sua condanna. Ma parliamo anche di altro. Purtroppo siamo abituati al gigioneggiare di Al Pacino in ogni film che fa (tranne Donnie Brasco). Siamo stufi delle sue prestazioni sopra le righe e dobbiamo dire che nel film di Scorsese gli viene lasciata mano libera per un personaggio che dovrebbe non solo trascinare ma anche spaventare. Invece finisce nella trappola di un continuo show. Tempo fa ho visto die Walkürie di Wagner al cinema in diretta dal Metropolitan di New York. Lo rammento qui perché allora avevo ravvisato lo stesso difetto. Ovviamente, giunti al fatidico momento della cavalcata, un pubblico evidentemente non educato doveva godersi lo show (pubblico educatissimo quello del Metropolitan, ma sono fatti così)… Non voglio essere troppo netto su Al Pacino, perché in fondo almeno la testardaggine del personaggio viene resa con estrema accuratezza (egli non vuole cedere alle velate minacce, ai ‘messaggi’). La scrittura del film è ottima, dal momento che Scorsese, per preparare lo spettatore ad un film molto lungo, impone un ritmo lento fin da subito. Un problema poteva essere rappresentato dal fatto di ringiovanire gli attori, problema risolto dal digitale. Ma qualcuno ricorderà che altri autori, mi riferisco a Tarantino, il digitale lo aborrono. Voto 9 perché io Scorsese lo adoro, ‘quasi’ tutta la sua filmografia. p.s. Per rintracciare un Al Pacino al massimo delle sue possibilità e molto meno egocentrico si riguardi per esempio quel pomeriggio di un giorno da cani
6 Novembre, 2019

L’alternativa è quella tra la legge del demos, che può essere anche ingiusta, e l’autonomia, letteralmente legge a sé stesso. Ma poiché non si può scegliere, essendo l’alternativa incomprensibile, bisogna trovare la terza via. La legge del demos, dicevo, può essere ingiusta, eppure nemmeno in questo caso può essere trasgredita. L’autonomia, che negli anni settanta divenne anche una precisa forma di azione politica, eccepisce sempre sull’individuo. Per questo l’autonomia è sempre, e fu, una scelta elitaria (checché ne dicano quelli che distinguono tra ’68 e ’77). Peraltro lo stesso Negri ha esplorato vie nuove, come testimoniato dalla interessante discussione di Zizek in un libro che consiglio a tutti: In difesa delle cause perse. La terza via è per me il vuoto giuridico, un concetto che a me pare congiungere Weil ad Agamben. Per spendere qualche parola in più, esso è un’effettiva anomia, ma allora mi rivolgerei ad un’opera di Agamben, la sua ultima, che si intitola proprio Karman. Lo spiego a partire da me stesso: cerco di riempire il tempo, banalmente, di azioni prive di conseguenze, per rompere il sigillo dell’imputabilità. Esse sono il teatro, la musica, la lettura, la scrittura, in una parola l’otium dell’uomo libero, che non è un non fare, è un fare molte cose per le quali l’assenza di conseguenze qualifica la stessa libertà. Di questo forse Agamben non vede il nesso che ne discende, sebbene un caso clamoroso sia quello di Socrate, il quale si limitava a discutere con quelli che potevano essere più sapienti di lui (dubitava infatti dell’oracolo, che aveva detto lui essere il più sapiente di tutti). Sono dunque libero fintantoché non sono imputabile né ai miei occhi, se sono legge a me stesso, né agli occhi del demos. L’otium infatti era solo un privilegio dell’uomo libero, perché questa libertà egli la sapeva sostanziare. La connessione tanto più intima tra i quirites e la libertà sta tutta qui. Appare allora che la società schiavistica, rivalutata dal Pasquali in un suo scritto (Storia dello spirito tedesco nelle memorie di un contemporaneo), rimane il punto di partenza anche per concepire una società del lavoro che consenta l’otium. Non a caso sono in genere le aziende più innovative (dove lavora un élite) a ridurre l’orario di lavoro o a consentire ai propri dipendenti di divertirsi, per esempio, ascoltando musica mentre fanno qualcosa. Questo ovviamente è un modo per incatenare ancora di più quella élite alle necessità della produzione (alle nuove manifestazioni del capitale contemporaneo). Sono convinto che alla fine un vero comunismo (cioè una collettività che non sia demos, qui svalutiamo la democrazia liberale) possa essere delineato a partire dal gioco tra otium e lavoro, effettivamente anomico perché le due grandi ingiustizie, la legge del demos e la legge a sé stessi, vengono barrate.
5 Novembre, 2019

Nel Critone, Aristocle (vero nome di Platone, interessante domanda da esame) delinea bene la società della vergogna. Cosa ne penserà il demos di Atene se noi, che ti siamo amici, non ti salveremo, Socrate, dalla pena di morte? Socrate non accetta questa argomentazione perché non soggiace alle aspettative del demos, ma potrebbe non solo fuggire in ogni momento, anzi è previsto che egli lasci Atene. Uno studio interessante potrebbe essere quello di indagare, ciascuno per sé, in che misura e dove esattamente presupponiamo il giudizio del demos. Tuttavia, questa indagine non dovrebbe condurci ad amare la libertà come un idolo. Pericolo forse ancora maggiore. Oggi ero fuori nella mia città, sotto la pioggia perché avevo lasciato in macchina l’ombrello, con un cardigan di lana bagnato, le clarks bagnate, i capelli scarmigliati e bagnati dal vento. Forse, quando mi sono diretto a fare la mia lezione di pianoforte jazz, mandavo anche cattivo odore. Non mi sono vergognato. Guardavo camminando le foglie e mi sembrava una bella giornata d’autunno.
3 Novembre, 2019

Mi è arrivato il vinile di Fun House degli Stooges. Malgrado lo conoscessi, maneggiare il vinile (in realtà doppio) e osservare l’accuratezza dell’edizione lascia entusiasti. Entusiasmo che si spegne subito nel caos musicale delle tracce. Rispetto a the Stooges questo è un album più pensato e accattivante, a tratti più brutale, ma con la stessa cupezza che un allucinato Iggy Pop riesce a mettere in genere nella scrittura dei testi. Non mi stacco da Dirt, quarta traccia primo lato. Non vi posso trasmettere la musica, ragazzi, ma vi trasmetto il testo, se non vi interessasse, perché bisogna sempre muovere dal testo per apprezzare del tutto il pezzo. Ecco la traduzione: ‘sono stato sporco e non me ne importa. Sono stato sporco e non me ne importa. Perché sto bruciando dentro, perché mi possiede un anelito e sono il fuoco della vita. Sono stato ferito e non me ne importa. Sono stato ferito e non me ne importa. Perché sto bruciando dentro, perché sto bruciando dentro. E tu lo senti? dì tu lo senti quando mi tocchi? E tu lo senti? dì tu lo senti quando mi tocchi? Bene, io sono il fuoco, bene, è il fuoco…’. Il cantato diventa sincopato su quel ‘when you touch me?’. Vale a dire che se ciascuno dovesse scegliere un centro con cui orientarsi in assenza di gravità per me sarebbe quello. Non conosco tutto Iggy Pop, ma musicalmente alcune gemme ovviamente sì, come l’interessantissima e ancora una volta allucinata Nightclubbing (parla proprio di quello, un eroinomane che vede il mondo notturno dietro le lenti della sostanza, niente a che vedere con i cocainomani di oggi). Mi interesserebbe al momento invece un suo film girato partendo da Restare vivi di Houellebecq. Collaborazione azzeccata!