Doppia recensione: l’ultimo film di Woody Allen e Raw Power degli Stooges. Un giorno di pioggia a New York riporta sullo schermo la città che abbiamo saputo amare fin da quando ci avvicinammo al cinema di Woody Allen. Qui, per non dilungarmi, mi soffermerei su un solo dettaglio. Al regista è stato spesso rimproverato di dipingere solo l’alta borghesia, di cui peraltro fa parte. Insomma, quel mondo che, si vorrebbe dire, sprigiona da Central Park, ma New York è molto altro. La sua maestria sta nel rendere questo sguardo nello stesso tempo abbastanza cinico quanto spontaneo. Egli sa bene cosa si muove in quel mondo. Un povero, perché di questo si tratta, immaginerebbe che in una qualsiasi dimora di un facoltoso rappresentante di quella borghesia si trovi per esempio una jacuzzi, che il pianoforte non serva a niente, che non ci sia nemmeno un libro. Questo in realtà è il sogno qualsiasi di un giocatore di pallone: per quanto ricco, tutto quello che egli suppone della ricchezza è la jacuzzi, al limite lo yacht. Ma, intorno a Central Park, c’è molto altro, vita che scorre, e Woody Allen sceglie come proprio intermediario, nelle veci di un giovane ricco ma scanzonato, una straordinaria e giovane voce maschile. Quella stessa voce deve spiegare a se stresso perché gli piaccia deragliare invece verso il mondo di mezzo, come viene chiamato, (i musei, la musica, la letteratura sono d’obbligo), cioè le partite a poker, i cavalli, eccetera (qualcosa di simile al nostro mondo del biliardo): non da ultimo il piano bar (mi sono commosso sentendo everything happens to me cantata da lui). E, alla fine, trova anche l’amore, che sarà forse precario come i precedenti, ma per un attimo dà senso alla pioggia, per un fine settimana che era sbagliato fin dall’inizio. Come ha detto lui, non potrei mai rimanere senza monossido di carbonio (prima cicatrice di ogni città). Di questo film mi rimane la consolazione che è possibile amare tutte le cose che amo io senza sentirmi ricco, solo normale: ed è ciò che conta. Voto 9. Su Raw Power che dire se non che sono stato concepito nel suo segno? Cioè nel 1973? E allora diciamolo con Iggy Pop: ‘sono un ghepardo che cammina sulla strada con un cuore pieno di napalm, sono il ragazzo dimenticato dal mondo, quello che cerca e distrugge’. Evidentemente il Vietnam. Nella mia libreria c’è un saggio su Ho Chi Minh: all’interno il mio nome e la data (’87). Ma sono stato sempre indeciso. Lottare per l’indipendenza e la rivoluzione nel Vietnam (come dice il sottotitolo) o per la parte avversa? La sventura dei nemici è sentita sempre più dolorosamente e infatti ne escono sconfitti. Inoltre, da Apocalypse Now a Full Metal Jacket gli americani sono più fichi (perfino in Berretti Verdi, che è esilarante). Ho qui terminato la trilogia degli Stooges, non quella fuori tempo degli ultimi album. Si tratta di una trilogia di violenza, come in tutta la cultura anglosassone, che non ha pari nella scrittura di testi per la musica italiana. Un esempio l’ho citato anche ieri. Del disco mi rimarrà soprattutto la produzione: se Fun House era pulito e affilato, qui non si bada al rumore, sporcando fin dove è possibile. Ovviamente senza voto, è uno Stooges.

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