Prima che mostrassi un esempio per me valido e potente di un mondo orientato al basso, dai toni gravi, dai colori profondi, dalla dizione scabrosa, cioè Gimme Danger, avevo detto qualcosa del Macbeth. Vorrei aggiungere che per rimanere fedele ad un suggerimento di Grotowski sul lavoro teatrale il testo va dunque aperto ad indagini disparate, come quelle dell’antropologia culturale. Ma avevo anche parlato di destino, cioè dell’azione apparentemente necessaria che si apre sul futuro di Macbeth. Allora perché non indagare il dibattito stoico aristotelico sull’heimarmene, cioè su quello che noi chiamiamo destino? Ho qui un trattato di Alessandro di Afrodisia. Se appare troppo lontano da Shakespeare sottolineo che il lavoro teatrale dipende dall’attore, occasionalmente egli stesso regista, e che un attore che non ‘sappia’ è un cattivo attore. Non basta imparare la parte e drammatizzarla sulla base di poche indicazioni del tutto occasionali. Quindi ben venga anche Alessandro di Afrodisia con il suo trattato, a illuminare la difficoltà che se tutte le azioni hanno una causa allora sono necessarie, a illuminare la difficoltà ulteriore che Macbeth conosce il proprio futuro. Una parola su lady Macbeth: è lei che spinge al regicidio, cioè spinge Macbeth ad essere all’altezza della profezia, personaggio per il quale non riesco davvero a pensare attrici, se non Tilda Swinton prestata al cinema.

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