Sto finalmente riscrivendo gli appunti qui accanto, le bozze per un libertarianesimo cristiano, per farne un breve saggio compiuto e intelligibile in tutte le sue parti. Ho incontrato nel frattempo un articolo di Giuseppe Genna, ben fatto e ricco di prospettive. Qui egli scrive: ‘è, in pratica, il mandato che costringe la nostra contemporaneità a una verifica dei poteri, a partire da quello che si incarica di parlare il linguaggio dominante’. Ora, sebbene non esista né un linguaggio dominante né una contemporaneità che non ricada da sempre nella modernità (e non nella sua negazione postmoderna), si può muovere da quest’incarico, che non è un ‘in pratica’ ma coinvolge la riscrittura del reale parlando un linguaggio comune ai più. Genna poi cita il Pasolini dell’io so, dacché egli sapeva senza indizi né prove. Massima forma di riscrittura, verrebbe da dire. Un esempio è il connubio tra apparati funzionali e interessi, come nel caso della sanità. Ovviamente i livelli di profondità di questo apparato (il deep state) sono molteplici. Perché tuttavia in passato la riscrittura del deep state è caduta nel cosiddetto complottismo? Perché per esempio quando si parla di finanza molti ancora accusano un inesistente complotto ebraico? A me è addirittura capitato ad un seminario teologico, da cui sono fuggito a gambe levate! Solo chi esercita il domandare come raffinata arte libertaria non cade in questi errori, solo chi si avvale invece del complottismo come prefigurazione del linguaggio dominante, e dunque potenzialmente oppressivo, ha già le risposte, senza saper chiedere nessuna domanda. Ma siamo davvero sicuri, e a quale nome, che si dovrebbe legiferare sul fine vita o sull’amore? Se davvero, come vuole dirci papa Francesco, non esiste giurisdizione che possa legiferare sulla vita, allora prendiamo sul serio queste parole e diciamo che la vita è indisponibile. Nello stesso senso ricordiamo però che si è sempre scritto sul suicidio, quasi a prefigurare una eccezione. Legiferare sull’amore? Non sarebbe piuttosto la torsione attuale tra la libertà, che non vorrebbe essere domata, ma solo gustata, e un diritto che le si avvince, per creare una casuistica sempre più raffinata? Si può fare, ma, nello stesso tempo, non sembra essenziale farlo da nessun punto di vista, a meno che si ritenga che la libertà debba essere sempre positivamente sanzionata. In altri termini, la libertà dovrebbe accadere: in ciò consiste tutto il libertarianesimo. Tanto è vero che gli apparati funzionali, una volta passati ai raggi x e per così dire scremati, rimangono intatti, mentre non si dà più quella furia giuridica che consiste nel perenne emendamento dell’emendamento in vista di una purezza giuridica che non si darà mai nell’ordine temporale consueto. Al momento non so dire altro dell’articolo, se non che il suggerimento di non muovere dalle risposte è sempre la premessa di ogni riscrittura.

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