6 Dicembre, 2019

Prima che mostrassi un esempio per me valido e potente di un mondo orientato al basso, dai toni gravi, dai colori profondi, dalla dizione scabrosa, cioè Gimme Danger, avevo detto qualcosa del Macbeth. Vorrei aggiungere che per rimanere fedele ad un suggerimento di Grotowski sul lavoro teatrale il testo va dunque aperto ad indagini disparate, come quelle dell’antropologia culturale. Ma avevo anche parlato di destino, cioè dell’azione apparentemente necessaria che si apre sul futuro di Macbeth. Allora perché non indagare il dibattito stoico aristotelico sull’heimarmene, cioè su quello che noi chiamiamo destino? Ho qui un trattato di Alessandro di Afrodisia. Se appare troppo lontano da Shakespeare sottolineo che il lavoro teatrale dipende dall’attore, occasionalmente egli stesso regista, e che un attore che non ‘sappia’ è un cattivo attore. Non basta imparare la parte e drammatizzarla sulla base di poche indicazioni del tutto occasionali. Quindi ben venga anche Alessandro di Afrodisia con il suo trattato, a illuminare la difficoltà che se tutte le azioni hanno una causa allora sono necessarie, a illuminare la difficoltà ulteriore che Macbeth conosce il proprio futuro. Una parola su lady Macbeth: è lei che spinge al regicidio, cioè spinge Macbeth ad essere all’altezza della profezia, personaggio per il quale non riesco davvero a pensare attrici, se non Tilda Swinton prestata al cinema.
6 Dicembre, 2019

Vorrei condividere la traduzione completa di un pezzo di Iggy Pop and the Stooges, Raw Power, Gimme Danger: dammi il pericolo, piccola sconosciuta, e mi sentirò a mio agio con te; dammi il pericolo, piccola sconosciuta e sentirò la tua malattia; non c’è niente nei miei sogni, solo memorie terribili; baciami come il vento dell’oceano; ora, se mi amerai, tremerò e canterò, ma se non riesci ad essere la mia padrona farò qualsiasi cosa; niente è rimasto in vita se non un paio di occhi vitrei, suscitami emozioni ancora una volta; sì, ho trovato una piccola sconosciuta, sentiranno la mia mano; ho detto, morire un po’ più tardi, perché no piccola sconosciuta? Sbrigati e senti la mia mano, giuro che la sentirai: pericolo, piccola sconosciuta; pericolo, piccola sconosciuta. Pericolo, pericolo, devi sentire il dolore, piccola sconosciuta. (che Iggy Pop sia nel corso del tempo diventato un fenomeno pop combacia con il lato oscuro che nel ’73 gli fece ideare questa canzone sinceramente disturbante, ma a me non del tutto nuova).
6 Dicembre, 2019

Da quando ho letto Macbeth non riesco a non pensare a quelle pagine. Nel frattempo leggo anche questa frase di Stanislavskij: bisogna sapersi conquistare il diritto di vivere in un’opera. Purtroppo non so a cosa appigliarmi. Evidentemente Macbeth è il mio doppio: egli infatti va consapevole verso l’epilogo del proprio destino. Ed è da qui che potrei cominciare a costruire il personaggio. Allora, tutte le pagine debbono essere lette in questa duplice funzione di circostanza esteriore come circostanza interiore. Evitare errori banali: è vero per esempio che ad un certo punto lady Macbeth appare nuda, ma non in piena luce. in realtà sulla scena ci sono almeno e forse non più di due candele. Oppure, gli a parte non sono tali perché stabiliscano una relazione intima con il pubblico, ma perché sono le parole che gli altri personaggi non vogliono sentire, colpevoli di un destino che non conoscono ma che grava anche su di loro: detto altrimenti, l’a parte è rivolto a loro, è una richiesta di essere ascoltato, perché se Macbeth non può nulla contro il proprio destino è legittimo sperare che qualcuno, prima della sua morte violenta, lo possa fermare. Ho atteso abbastanza per una doppia lettura: vale a dire che questa sarà accompagnata da note.
1 Dicembre, 2019

Doppia recensione: l’ultimo film di Woody Allen e Raw Power degli Stooges. Un giorno di pioggia a New York riporta sullo schermo la città che abbiamo saputo amare fin da quando ci avvicinammo al cinema di Woody Allen. Qui, per non dilungarmi, mi soffermerei su un solo dettaglio. Al regista è stato spesso rimproverato di dipingere solo l’alta borghesia, di cui peraltro fa parte. Insomma, quel mondo che, si vorrebbe dire, sprigiona da Central Park, ma New York è molto altro. La sua maestria sta nel rendere questo sguardo nello stesso tempo abbastanza cinico quanto spontaneo. Egli sa bene cosa si muove in quel mondo. Un povero, perché di questo si tratta, immaginerebbe che in una qualsiasi dimora di un facoltoso rappresentante di quella borghesia si trovi per esempio una jacuzzi, che il pianoforte non serva a niente, che non ci sia nemmeno un libro. Questo in realtà è il sogno qualsiasi di un giocatore di pallone: per quanto ricco, tutto quello che egli suppone della ricchezza è la jacuzzi, al limite lo yacht. Ma, intorno a Central Park, c’è molto altro, vita che scorre, e Woody Allen sceglie come proprio intermediario, nelle veci di un giovane ricco ma scanzonato, una straordinaria e giovane voce maschile. Quella stessa voce deve spiegare a se stresso perché gli piaccia deragliare invece verso il mondo di mezzo, come viene chiamato, (i musei, la musica, la letteratura sono d’obbligo), cioè le partite a poker, i cavalli, eccetera (qualcosa di simile al nostro mondo del biliardo): non da ultimo il piano bar (mi sono commosso sentendo everything happens to me cantata da lui). E, alla fine, trova anche l’amore, che sarà forse precario come i precedenti, ma per un attimo dà senso alla pioggia, per un fine settimana che era sbagliato fin dall’inizio. Come ha detto lui, non potrei mai rimanere senza monossido di carbonio (prima cicatrice di ogni città). Di questo film mi rimane la consolazione che è possibile amare tutte le cose che amo io senza sentirmi ricco, solo normale: ed è ciò che conta. Voto 9. Su Raw Power che dire se non che sono stato concepito nel suo segno? Cioè nel 1973? E allora diciamolo con Iggy Pop: ‘sono un ghepardo che cammina sulla strada con un cuore pieno di napalm, sono il ragazzo dimenticato dal mondo, quello che cerca e distrugge’. Evidentemente il Vietnam. Nella mia libreria c’è un saggio su Ho Chi Minh: all’interno il mio nome e la data (’87). Ma sono stato sempre indeciso. Lottare per l’indipendenza e la rivoluzione nel Vietnam (come dice il sottotitolo) o per la parte avversa? La sventura dei nemici è sentita sempre più dolorosamente e infatti ne escono sconfitti. Inoltre, da Apocalypse Now a Full Metal Jacket gli americani sono più fichi (perfino in Berretti Verdi, che è esilarante). Ho qui terminato la trilogia degli Stooges, non quella fuori tempo degli ultimi album. Si tratta di una trilogia di violenza, come in tutta la cultura anglosassone, che non ha pari nella scrittura di testi per la musica italiana. Un esempio l’ho citato anche ieri. Del disco mi rimarrà soprattutto la produzione: se Fun House era pulito e affilato, qui non si bada al rumore, sporcando fin dove è possibile. Ovviamente senza voto, è uno Stooges.