Non tento nemmeno di descrivere i mondi simbolici che vengono alimentati da una attualità che mi è lontana. Tutto si muove, nella mia vita, per sfere di prossimità, delle quali la più importante è il caffè dove posso fare colazione, o quello in cui vado a bere un tè. Non abbastanza per rendermi militante: con un dialogo che si interrompe fin troppo spesso: dove sbaglio? Si tratta della domanda della preghiera, che evidentemente sorge dalla povertà di quei mondi. Mi basterebbe, in questo momento, invece di scrivere, accarezzare le gambe calzate di un’amante, per addormentare uniti questo dolore, come scrive Baudelaire, o per cercare quella bestiola che viaggia tanto, come scrive Rimbaud. Lo scrittore cui dobbiamo Jules e Jim era altrettanto poco ossessionato, finché aveva tre amanti contemporaneamente. Oggi leggevo pagine su Agar e Sarai: in questo antagonismo femminile tra la schiava e la donna libera si deve celare molto di oscuro che io non riesco a comprendere. Definitive però rimangono le ultime parole di quei due poeti. Mi sovviene, per colmo di qualcosa di conturbante, l’incisione di una morfinomane ottocentesca, che inietta sulla coscia. Fedele rappresentazione dei sogni serali quando domani so già dove andrò a bere il mio tè, a coronare una giornata invernale che mi avrà regalato la nebbia. Quello che ha tentato di descrivere Houellebecq nell’ultimo romanzo è precisamente l’impossibilità dell’amore cui siamo collettivamente approdati: un mercato che finalmente ha rinnegato sé stesso ma ci ha lasciato con niente in mano.

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