Quando fu girato Blade Runner, e a partire dall’opera letteraria che lo aveva ispirato, è curioso notare che quel mondo viveva in un indistinto politico, ma realizzava le sole tecnologie del sé che possono non solo cambiare un individuo, ma crearne uno del tutto nuovo. Blade Runner rappresenta finalmente un’utopia antidemocratica, il luogo massimo dell’indistinzione: da questo punto di vista quel mondo è auspicabile, essendo la democrazia nient’altro che l’ultima maschera che dobbiamo gettare per osservare l’osceno in tutta la sua evidenza. Il secondo Blade Runner è invece un fallimento (amici pure esperti di cinema non se ne sono accorti) perché quell’indistinto non solo è assente, ma molto più peso ha la tensione poliziesca, come in una qualsiasi serie del pomeriggio (vorrebbe confortare tutti i peggiori istinti di vendetta). Tuttavia Blade Runner è anarco-capitalista per il modo in cui intreccia gli eventi alla Tyrell Corporation: è questa ad operare nell’ambito delle tecnologie del sé, con indubbio successo. Si tratta di un film complesso, inutilmente rovinato dal sequel. In questo ambito, si pensi anche al futuro di Akira: insomma, sembra che nessuno creda fermamente nel futuro della democrazia, se ci cibiamo di questo cinema.

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