Ci sono pensieri che valgono un’eternità meditabile, in un monastero o nel sanatorio di cui scrive Thomas Mann. Consiglio di limitarsi a poche frasi concise e di meditare solo su quelle, eternamente. Leggendo ne ho trovato proprio ora un esempio degno: ‘la pensée ne s’autorise que du vide qui la sépare des réalités’. Il pensiero si autorizza soltanto del vuoto che lo separa dalle realtà. Si tratta di una frase che riguarda il pensiero e dunque un pensiero che deve meditare se stesso (e la propria legittimità a partire dal vuoto). Quale è il luogo del vuoto? Tra le realtà, e tale che il pensiero ne viene separato. Quindi sembra che un altro termine, l’essere, fondi la possibilità del pensiero insieme alla sua negazione: realtà non è un termine scientificamente elegante, ma per esprimere una vena parmenidea ci siamo quasi. Essere, non essere o vuoto, pensiero. Ora, sappiamo tutti fin da piccoli che esiste l’insieme vuoto, sappiamo anche che è sempre identico a se stesso. Il non essere è il minimo indistinto, tanto è vero che non ha elementi, ma come potrebbe d’altro canto l’essere distinguersi se già non lo nominiamo con il plurale di realtà? L’essere dovrebbe essere uno: anche Leibniz ci ha riflettuto a fondo. Ora mi ritiro da qualche parte, per sempre (ma ovviamente sto scherzando, basterebbe leggere Lacan), a studiare tutta la filosofia tramandata a partire da quell’unica proposizione. Quando l’eternità sarà trascorsa e avrò ripercorso quella storia, allora mi soffermerò a meditare su un’altra proposizione: ‘nessun colpo di dadi nel significante vi abolirà mai l’azzardo’…

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