Del testo che sto leggendo mi interessa l’ipotesi della chiusura (Reiner Schürmann, dai principi all’anarchia). Si tratta di un’opera che riguarda Heidegger ma non solo: l’ipotesi della chiusura sostanzialmente afferma due cose: l’anti-umanesimo come tratto della fine della modernità e l’anti-soggettivismo come fine di una teoria dell’azione. ‘Ammesso che si possa sostenere la tesi che, nella cultura odierna, la soggettività stia tramontando, scompare anche la possibilità di costruire un fondamento per l’azione. La decostruzione della filosofia pratica è un elemento del passaggio dai problemi  tardo-moderni della coscienza e dei suoi atti al problema del chiudersi della modernità’. Il testo di Schürmann non può anticipare un dopo, almeno non nella misura in cui, e ciò è impossibile, questo dopo venga ad essere da sé stesso (come sostengono i fautori classici del post-moderno). Dice l’autore: ‘alla domanda, cosa dobbiamo fare?, la risposta è dunque la stessa che alla domanda, come dobbiamo pensare? Amare il flusso e ringraziare le sue confluenze economiche. Non si tratta di una risposta hegeliana, perché in ciò abbiamo ovviamente abbandonato il requisito della rispondenza tra reale e razionale, che Hegel dava per acquisito in ogni flusso, in ogni confluenza. Tuttavia, si dice di riposare, di lasciare. La Gelassenheit produce le economie nel senso che non le ostacola, ma ciò potrebbe soddisfare la pretesa di Hegel che la razionalità trova sempre il suo percorso interno al reale (mi scuso del fatto che ciò suoni come pensiero mitico, piuttosto che profondo). L’anti-umanesimo è la tesi per cui dal problema del conoscere come centrato sulle condizioni del soggetto si è passati al problema del pensare: lo avrebbero fatto Marx, Nietzsche con la tesi dell’eterno ritorno, Heidegger con la svolta. Con quest’ultima Heidegger perviene a concepire in un solo modo azione e pensiero: ‘agire vorrà dire situare una cosa nel luogo che è suo e lasciarvela d’ora in poi’. Lasciarvela per quale motivo? Se con ciò si volesse affermare, in modo assurdo, per abdicare dal pensiero stesso, non si coglierebbe il fatto che questa azione richiede un pensiero che non retrocede, piuttosto impelle. A me questa impellenza sembra ovvia, o non sarebbe necessario rompersi la testa sulla svolta: ci accontenteremmo del post-moderno da cartolina illustrata come denuncia l’autore. Io, che sono un conservatore, cioè aderisco quasi religiosamente all’orizzonte moderno, sono però in grado di cogliere i vagiti di qualcosa di veramente nuovo, ed è questo il caso. Da ciò risulta per esempio la domanda sulla tecnologia: formati a pensarla secondo i fini che essa dovrebbe raggiungere l’abbiamo già pensata? E, se non l’abbiamo ancora pensata, come si pone rispetto all’ipotesi della chiusura? E come si pone rispetto all’anti-umanesimo, che predilige le ipotesi che ‘pensano’ rispetto a quelle che ‘conoscono’? Queste ultime sono ovvie, le prime difficili. Esse dirimono la modernità dalla tecnologia, la quale perdura: la durata è l’unico riferimento della tecnologia. Almeno questo dato sembra consegnato al pensiero, esso infatti non invoca nessun fine. mi chiedo se alla fine del libro ne saprò qualcosa di più: ma, ovviamente, è un paradosso che con la fine del soggetto si possa agire solo in quanto si pensa. Ricorda la vecchia battuta di Kieerkegaard: perché reclamare la libertà di parola quando si ha già la libertà di pensare? Mentre la modernità, compreso Marx, cercava le condizioni del proprio superamento, ci siamo trovati, se l’ipotesi della chiusura è vera, in una durata in cui non si può agire… Ma il testo ha ancora molto da dire, non sono che a metà.

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