Ricolloco un punto esplorato ieri succintamente in un nuovo contesto. Terminavo con la domanda della tecnologia chiedendomi se essa non fosse una durata senza un fine (telos, scopo). Ogni altra ipotesi soggettivista e umanista sulla tecnologia sarebbe una comoda menzogna. Riguardiamo Blade Runner e il suo mondo, che sarà presto il nostro (direi di attendere la fine del secolo a partire dalla prospettiva di crescenti accelerazioni). Quel mondo perdura, non si sa come, e il compito di ritirare dei replicanti è solo un pretesto narrativo, per quanto drammatico e poetico, per illustrare questa durata che non ha un fine, uno scopo. Il mondo di Blade Runner, in questo suo perdurare, si preserva identico come il formicaio ideologico che dipinge così bene: neppure l’apertura mondana del discorso finale sulle navi in fiamme, i raggi gamma che balenano nel buio del cosmo, eliminano la claustrofobia umida e piovosa delle strade, percorse incessantemente da un’umanità cibernetica e frantumata. Questo film sarà il più attuale fra poco meno di un secolo di sforzo moderno intorno al superamento della modernità, cioè di sé. Ma, qui il paradosso di una durata che non ha uno scopo, il nuovo mondo non sarà una nuova epoca, non porrà nuovi valori: infatti il soggetto come tale si sarà dissolto, tuttavia il mondo si lascerà pensare nella stessa misura in cui si lascerà conoscere scientificamente per progredire e perfezionarsi. Sarà il tempo in cui il flusso economico consentirà di lasciare ogni cosa al proprio posto, ecco l’umile chiedere del pensiero. Il replicante che ci ha fatto innamorare ha potuto pensare, ha pensato anche la propria morte, quando chiedeva più vita. Ma forse questo non è ancora possibile, non sarà stato possibile in Blade Runner. A meno che noi, un giorno, non si possa essere il cacciatore. Notiamolo bene. Il secondo Blade Runner è un fallimento filmico che ha accentuato il lato poliziesco come in qualsiasi serie del pomeriggio (lo dicevo settimane fa). Il ruolo del cacciatore, invece, è paradossalmente quello di lasciar essere, in primo luogo se stesso, dal momento che è un replicante che vive nella menzogna di non esserlo. Torniamo adesso al pensiero: esso segnala la differenza tra il conoscere operativo della tecnologia e la tecnologia che si lascia pensare. Heidegger poteva ancora dire che il conoscere operativo, fino al momento della sua scrittura, aveva soppresso il pensare. Ma nel pieno dispiegamento della tecnologia, lo si può intuire, o questo peso sarà diventato insostenibile, o inizieremo a lasciare le cose al loro posto, cioè a pensare. Sarà la fine del problema della tecnologia, ossia di quel perdurare che non ha più uno scopo, ha eliminato il soggetto, ha consentito il pensare, cioè il lasciar essere di noi replicanti. La fine del soggetto è tale per cui superandosi si pensa ancora, ma per questo abbiamo bisogno di superare anche la modernità nel puro perdurare delle essenze, quali scopriremo di essere noi stessi. La modernità, per come la concepisco, è ancora (per poco), la primazia del soggetto, con tutti i corollari che ben si conoscono, a partire dal discorso politico, cioè della comunità.

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