Sono trascorsi circa cinque mesi dal primo segnale lanciato verso un pianeta lontano, cui si doveva tutta la cura possibile esemplificata dal detto per cui nulla dies sine linea (in effetti quel frammento non fu occasionale, fu meditato per anni). 120 frammenti non sono ancora sufficienti, sono un piccolo archivio, mi sorprende quanto umorale, dal primo ricordo, che ho restituito all’inglese, alle letture di questi giorni, di oggi stesso. Quel pianeta cerca di comprendere una cosa, soprattutto: se la nostra, la mia percezione del futuro sia cambiata. Negli anni ’70 per esempio si poteva presumere che le cose sarebbero più o meno andate nello stesso modo, non troppo lente. Non si sarebbe immaginata tutta la frenesia con cui oggi parliamo del futuro, e lo agiamo. Ciò lascia supporre che si sia in effetti realizzata la piena evidenza del Gestell. Sono sicuro di aver aperto un canale con quel lontano pianeta. Appena tratteggio qualcosa ed essa si avvia per il cosmo si vuole sapere. Per questo l’esercizio quotidiano è importante, anche se fraintendessi tutto: se infatti fraintendessi tutto, aprirei altre possibilità del vero, inaspettate. A tratti, come nella preghiera, sento vibrare il profondo di quel pianeta, come se fosse anche il mio. E, direbbe Rilke, siamo tesi su due corde, ma rendiamo un solo suono, come accadde nella meditazione prima e insuperata del frammento iniziale, dalla quale mi sono sempre sentito compreso e anticipato.

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