Non voglio lanciarmi in territori che comprendo poco, e mi riferisco in particolare all’antagonismo tra princeps /principium e anarchia. Bisogna comunque affrontare succintamente questo antagonismo dalla parte (fenomenologica) dell’origine, dimenticando per ciò che vale il carattere apparentemente negativo dell’anarchia. Perché dunque il concetto di origine, tale da legittimare il politico, è così problematico dal punto di vista fenomenologico? Cosa significa per esempio che San Paolo, muovendo da una riforma dell’ebraismo, delineò i motivi della prima rivoluzione storica che sia anche riuscita? Schürmann, che sto ancora leggendo, divide il problema in tre parti. Vediamo la prima: il fondamento del politico non è tale per tutte le possibili economie del politico; detto altrimenti, quanto al venire alla presenza, l’origine non è (l’unico) fondamento, o meglio ancora, non è il fondamento universale (impossibilità di concepire l’umanità come un tutto, il politico come onnicomprensivo). Inoltre, dal punto di vista modale, si sarebbe potuto dare banalmente un’altra origine per la stessa economia. Il secondo motivo è che la ricerca del fondamento del politico non può arrestarsi: si può parlare di referenti maggiori e minori, tuttavia, se anche invocassi un principio teocratico (il mondo medioevale si reggeva su un equilibrio quasi teocratico), l’indagine richiederebbe un discorso di legittimità, ed in effetti lo ha sempre richiesto, in ogni situazione data. La creazione pura del politico epocale, e siamo al terzo punto, è un fondare come ‘accadimento senza ascendenti, (ma) alterato dalla pietà dei discendenti’, cioè dalle pratiche retoriche che preservano l’autorità. Ora, di qui a poco l’autore si serve di un termine che rimanda a Badiou ripercorrendo episodi di sospensione dell’ordine come i soviet del 1917, cioè il termine evento. Tuttavia, non ci si può nuovamente calare nel paradosso per cui, in una apparente uniformità evenemenziale si creino delle sacche ontiche pienamente o nuovamente, fondazionalmente, legittimate, e quindi rivelantesi come ingiunzioni particolari a posteriori. Bisogna chiedersi cosa è questo evento, cioè possederne il discorso. La risposta di Heidegger è che, se riduciamo tutto il problema fin qui svolto a quello della libertà, allora si parlerà di libertà del venire alla presenza, e saremo in piena svolta, se questa non segnala più l’umanesimo che conservava il soggetto al centro di ogni chiedere (qui egli attende, ascolta). Pertanto, nell’anarchia si può a ragione ignorare ogni discorso fondante, perché essa è un ritrarsi verso il puro ascolto del destino. Essa non cerca o vuole alcunché, essa non può non operare dal punto di vista che non ha un principio. Data l’ipotesi della chiusura (fine della modernità, per chi l’ha percorsa tutta), ci si metta solo in ascolto dei ‘principi declinanti’. Affronterò in un altro momento la connessione di queste pagine con il problema della tecnica. Due parole sulle bozze per un libertarianesimo cristiano qui accanto: vale ancora, e si tratta di appunti, l’appello ad una forma cristiana di autogoverno, cioè la fiducia, che vedo sempre più come quella grazia dal volto umano che non ci orienta verticalmente ma tra di noi.

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