Non posso parlare di Tesnota di Belagov come se avessi presente il cinema post-sovietico. Tuttavia vorrei almeno sottolineare una somiglianza con the Tribe, visto anni fa. Anche qui, come in Tesnota, sorprende soprattutto la violenza, che in occidente siamo abituati a concepire come quella eccezione alla sicurezza garantita sempre da uno stato articolato, legittimato e presente, quale evidentemente in epoca post-sovietica si è dissolto. Ma la qualità del film di Belagov va oltre: infatti, disegnando una piccola comunità ebraica della altrettanto piccola diaspora caucasica, la violenza diventa anche quella di una madre che intesse destini, non per il suo bene, ma per il bene della famiglia all’interno della comunità. E tuttavia, la figlia dovrebbe sottomettersi? Il figlio dovrebbe anche lui sottomettersi? Dall’incidente di un rapimento, quello di due fidanzati, la madre trae con forza la necessità di garantire non solo che il figlio torni a casa, ma che si inserisca nuovamente in quell’ordine come se nulla fosse accaduto. E invece, per esempio, i soldi per il riscatto vanno raccolti, e quindi si affaccia per quella madre la necessità del compromesso. La violenza nel frattempo scorre sullo schermo non lasciando alcuno scampo allo spettatore. Ogni rapporto sembra infetto da quella violenza, fino all’esibizione di immagini crude e intollerabili. La protagonista femminile si muove in un mondo maschile che sa a sua volta dominare. Non è un caso che Belagov ci dica quando lei per sua iniziativa e calcolo decida di perdere la verginità. Ma rimane sola, perché infine debbono partire, lasciare quel luogo, e, parafrasandola, non ci sarà più nulla da amare. L’intensità di questa giovane interprete per me è al massimo grado raccolta nei momenti in cui lei si perde, come nella scena del rave, in cui la musica sembra prorompere da lei stessa. Un ricordo personale: quando ancora vivevo all’estero avevo due colleghe ‘russe’ (per me erano russi anche quelli del Kazakhstan). Mi invitarono ad una discoteca russa ma io rinunciai (cioè una sala da ballo dove andavano solo russi). Non me la sentivo di accompagnare due ragazze russe in un posto in cui non avrei capito una parola. Certo, non avevo l’aspetto del magnaccia, ma, mi dicevo, non si sa mai, magari un equivoco, per quanto mi fidassi delle mie due amiche, una gelosia. Invece quei mondi andrebbero percorsi o quanto meno mai rinunciare a quel cinema che, senza abbellimenti e trucchi del mestiere, si fa di volta in volta intenso e definitivo… Raccontando storie, come ieri.

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