20 Gennaio, 2020

(continua)… l’audacia logica di immaginare una situazione determinata come paradigmatica, da soli due elementi costitutivi, dell’in sé e del per sé, non è riuscita. Ha isolato, è vero, gli elementi della situazione, ma ha divagato. Si può essere in sé come ragion sufficiente che non esclude la propria possibilità, come non è esclusa l’assenza assoluta di determinazione in quanto data in sé (infatti è a suo modo una determinazione).  E si può essere per sé in quanto si ha come oggetto proprio quel sé, richiedendo quindi un oggetto che sarebbe dato anche per sé. Altrimenti sarebbe per altro. Leggo che la funzione del principio di ragion sufficiente è tipicamente moderna (la nuova filosofia inaugurata convenzionalmente da Cartesio). Leibniz ne fa uso per misurare la consistenza logica dei mondi (sebbene un mondo consistente e dotato della propria volontà di esistere ancora non possa essere). Credo che la negatività si possa sempre pensare sia in sé che per sé: essa è consistente. Se immaginiamo l’insieme vuoto come l’in sé e per sé di tutto ciò che è assolutamente privo di determinazione, che non è in una parola che nulla, se non il concetto che cerca di afferrarlo, non dico niente che sconfessi il principio di ragione. La mancanza di determinatezza infine si può pensare per sé perché è l’ombra logica gettata dalla privazione: sebbene non possa esistere, concettualmente è tautologica. L’assoluta mancanza di determinazione è per sé negatività. Mi scuso per le parole confuse di ieri sullo stesso punto. Queste dovrebbero bastare anche perché, con il sole e un vento gelido e turbolento, la giornata potrebbe rischiarare il pensiero.
19 Gennaio, 2020

Ho quasi terminato poche pagine sulla critica al ‘materialismo democratico’ (si veda la descrizione che ne dà Badiou nelle logiche dei mondi). Poche pagine non perché i problemi siano di facile soluzione, ma perché al contrario sono stati individuati senza offrire una risposta sulla quale il lettore non possa riflettere per sé. Sto adesso lavorando alle note che accompagnano i lineamenti di filosofia del diritto di Hegel. Quest’opera ebbe un’enorme influenza e forse non è vano offrirne stralci con annotazioni che ne presentino il volto attuale. Se mi accorgerò che i rimandi alla logica non sono posseduti con sicurezza abbandonerò momentaneamente il progetto. Sulla mia scrivania un racconto di Tolstoj, sonata a Kreutzer. Aut-aut di Kierkegaard, attesa di Dio di Simone Weil, e infine il libro mai scritto di Foucault, ma terribilmente attuale, le tecnologie del sé. La filosofia critica è quella che a partire da un testo ne produce un successivo che non ne è necessariamente il proseguimento in senso logico. In realtà, esso potrebbe addirittura precedere quel testo, in modo che il successivo e autorale sia una scoperta dell’origine, un epilogo fondazionale. in questo circolo evidente tra l’annotazione e il testo, dove la prima si può anteporre, si posiziona un interprete che non sempre è all’altezza. Per questo motivo, lasciandomi trascinare dalle parole di Agamben, ho acquistato un testo su Heidegger di Reiner Schürmann che promette moltissimo, su un autore che ho sempre difficoltà a leggere. Quando capisco Heidegger, lo capisco così poco da sembrarmi ovvio, quando non lo capisco, da sembrarmi lui incappato in un errore fondamentale ma istruttivo. Vorrei lasciare un esempio di argomentazione hegeliana, tanto per illustrare come si procede in questi giorni. L’argomentazione riguarda la determinatezza. Se anche io penso un soggetto privo assolutamente di determinatezza, questa è a sua volta una determinatezza, sicché non può essere logicamente quel soggetto senza la determinatezza (negatività). Ma sarebbe da chiedere: come si dispone quel soggetto? Che sia in sé privo di determinatezza è stato detto, ma per sé come si pone? Immaginiamo un orizzonte nero sul quale spicchi un punto luminoso (si tratta pur sempre di una metafora): la determinatezza che si concretizza in un orizzonte finito è qui da indagare quanto al per sé, ma non avendo altri elementi per distinguere il soggetto, si dirà che quella determinatezza sarà un momento del per sé tale da distinguerlo dall’in sé della negazione. Torniamo indietro, la negazione, d’altro canto, può essere per sé? Non saprei rispondere né so manipolare a tal punto l’esempio da capire come dal ‘punto luminoso’ si dia il per sé di una situazione affatto nuova. Tuttavia, proprio da qui si potrebbe muovere, ossia insistendo sui passaggi come situazioni del soggetto.
18 Gennaio, 2020

La ragazza d’autunno di Kantemir Belagov è (finalmente) un film dalla sconcertante presenza femminile, sdoppiata in due figure complementari che alla fine della seconda guerra mondiale si ritrovano in una Leningrado umanamente devastata. La prima, infermiera in un ospedale per reduci, dalle frequenti e inibite crisi isteriche, la seconda appena congedata dalle retrovie. Senza indulgere in dettagli che rovinerebbero la visione del film, è opportuno rammentare il dettaglio filmico in sé. Ossia la capacità del regista di seguire un copione inventando dalla scrittura lo sguardo. Per questo le due attrici, di grande bellezza (l’una sarebbe confidenzialmente la giraffa tanto è alta), si prestano a questo sguardo senza timidezze, senza inutili ritrosie, dando un volto al male e al bene di una amicizia sororale che potrebbe produrre un destino infausto sul quale il film vuole terminare: nessuna salvezza viene infatti promessa o accennata. Sorprende anche che di fronte a queste due donne, per le quali il regista sembra pensare al tragico, nessun uomo è all’altezza, nessun uomo sembra capire. Non sembra capire il desiderio oscuro di maternità (come non comprende l’omicidio). Ma non sembra nemmeno capire che separare una donna dal suo doppio femminile è impossibile. Vorremmo seguire queste due donne verso un inevitabile suicidio, ma è solo una nostra supposizione. Leningrado è qui nuda come i loro corpi, come il bagno pubblico dove queste nutrici traggono un po’ di sollievo dall’acqua tiepida: è una città nuda come quella dove è appena passata la guerra. Belagov ci vuole suggerire che amare queste donne non sarà ancora abbastanza, se questo amore non vorrà scusare e apprendere come le due amiche abbiano creato un mondo di dolore del quale siamo responsabili tutti, a partire dal maggiore che dirige l’ospedale, il quale ha conservato un’umanità appena sufficiente a suggerire una fuga che non può risolvere alcunché. Nessuna delle due infatti, si salverebbe mai senza l’altra, e dunque andranno insieme fino in fondo. Qui, il film, tace.
16 Gennaio, 2020

L’assoluto può anche avere la parvenza di una passeggiata invernale: non tanto il tempo uniforme, quanto la vivace esistenza, resa attenta dai colori e dai suoni, accoglie una favilla abbandonata da una stella perché raggiungesse il punto nel quale ci trovavamo (con ciò non voglio dire, oggi, di averne fatto esperienza). In ciò consiste tutta la differenza tra Hegel e Kierkegaard: il tempo si può pensare, anche in profondità, ma l’assoluto vi dimora solo come ombra, l’esistenza può affermare un assenso, tanto più vitale quanto non solo il pensiero, ma la volontà, ne viene modificata. In ciò è vero: si può accogliere l’assoluto nel tempo senza credere, pensando ciò che gli compete, si può accogliere infine l’assoluto nell’esistenza in quanto lo si vuole e lo si attende. Un libro di Simone Weil si intitola appunto ‘Attesa di Dio’. Ma cosa sarebbe questa, senza ciò che chiamiamo Grazia?
9 Gennaio, 2020

Ci sono pensieri che valgono un’eternità meditabile, in un monastero o nel sanatorio di cui scrive Thomas Mann. Consiglio di limitarsi a poche frasi concise e di meditare solo su quelle, eternamente. Leggendo ne ho trovato proprio ora un esempio degno: ‘la pensée ne s’autorise que du vide qui la sépare des réalités’. Il pensiero si autorizza soltanto del vuoto che lo separa dalle realtà. Si tratta di una frase che riguarda il pensiero e dunque un pensiero che deve meditare se stesso (e la propria legittimità a partire dal vuoto). Quale è il luogo del vuoto? Tra le realtà, e tale che il pensiero ne viene separato. Quindi sembra che un altro termine, l’essere, fondi la possibilità del pensiero insieme alla sua negazione: realtà non è un termine scientificamente elegante, ma per esprimere una vena parmenidea ci siamo quasi. Essere, non essere o vuoto, pensiero. Ora, sappiamo tutti fin da piccoli che esiste l’insieme vuoto, sappiamo anche che è sempre identico a se stesso. Il non essere è il minimo indistinto, tanto è vero che non ha elementi, ma come potrebbe d’altro canto l’essere distinguersi se già non lo nominiamo con il plurale di realtà? L’essere dovrebbe essere uno: anche Leibniz ci ha riflettuto a fondo. Ora mi ritiro da qualche parte, per sempre (ma ovviamente sto scherzando, basterebbe leggere Lacan), a studiare tutta la filosofia tramandata a partire da quell’unica proposizione. Quando l’eternità sarà trascorsa e avrò ripercorso quella storia, allora mi soffermerò a meditare su un’altra proposizione: ‘nessun colpo di dadi nel significante vi abolirà mai l’azzardo’…
5 Gennaio, 2020

Quando fu girato Blade Runner, e a partire dall’opera letteraria che lo aveva ispirato, è curioso notare che quel mondo viveva in un indistinto politico, ma realizzava le sole tecnologie del sé che possono non solo cambiare un individuo, ma crearne uno del tutto nuovo. Blade Runner rappresenta finalmente un’utopia antidemocratica, il luogo massimo dell’indistinzione: da questo punto di vista quel mondo è auspicabile, essendo la democrazia nient’altro che l’ultima maschera che dobbiamo gettare per osservare l’osceno in tutta la sua evidenza. Il secondo Blade Runner è invece un fallimento (amici pure esperti di cinema non se ne sono accorti) perché quell’indistinto non solo è assente, ma molto più peso ha la tensione poliziesca, come in una qualsiasi serie del pomeriggio (vorrebbe confortare tutti i peggiori istinti di vendetta). Tuttavia Blade Runner è anarco-capitalista per il modo in cui intreccia gli eventi alla Tyrell Corporation: è questa ad operare nell’ambito delle tecnologie del sé, con indubbio successo. Si tratta di un film complesso, inutilmente rovinato dal sequel. In questo ambito, si pensi anche al futuro di Akira: insomma, sembra che nessuno creda fermamente nel futuro della democrazia, se ci cibiamo di questo cinema.
4 Gennaio, 2020

Non tento nemmeno di descrivere i mondi simbolici che vengono alimentati da una attualità che mi è lontana. Tutto si muove, nella mia vita, per sfere di prossimità, delle quali la più importante è il caffè dove posso fare colazione, o quello in cui vado a bere un tè. Non abbastanza per rendermi militante: con un dialogo che si interrompe fin troppo spesso: dove sbaglio? Si tratta della domanda della preghiera, che evidentemente sorge dalla povertà di quei mondi. Mi basterebbe, in questo momento, invece di scrivere, accarezzare le gambe calzate di un’amante, per addormentare uniti questo dolore, come scrive Baudelaire, o per cercare quella bestiola che viaggia tanto, come scrive Rimbaud. Lo scrittore cui dobbiamo Jules e Jim era altrettanto poco ossessionato, finché aveva tre amanti contemporaneamente. Oggi leggevo pagine su Agar e Sarai: in questo antagonismo femminile tra la schiava e la donna libera si deve celare molto di oscuro che io non riesco a comprendere. Definitive però rimangono le ultime parole di quei due poeti. Mi sovviene, per colmo di qualcosa di conturbante, l’incisione di una morfinomane ottocentesca, che inietta sulla coscia. Fedele rappresentazione dei sogni serali quando domani so già dove andrò a bere il mio tè, a coronare una giornata invernale che mi avrà regalato la nebbia. Quello che ha tentato di descrivere Houellebecq nell’ultimo romanzo è precisamente l’impossibilità dell’amore cui siamo collettivamente approdati: un mercato che finalmente ha rinnegato sé stesso ma ci ha lasciato con niente in mano.
3 Gennaio, 2020

Se si muta la parola stato in quella di chiesa nell’enunciato di Badiou si ottiene un nuovo enunciato piuttosto interessante. L’esito è ovviamente che all’interno di nessuna chiesa vi è salvezza.
2 Gennaio, 2020

Perché oggi noi leggiamo autori come Badiou, Zizek, Negri, e molti altri? Dissemino qui una citazione da Badiou che è una risposta (tratta da alla ricerca del reale perduto): ‘Marx pensa che, da un punto di vista strategico, se si considera tutta la storia dell’umanità fino ai giorni nostri, è necessario dire che, essendo l’impossibile proprio della politica prescritto da ciò che sta fuori dallo stato, la realizzazione reale della politica è il processo di scomparsa dello stato. Ed è lì che si trova, con il nome di comunismo, l’infinito proprio della politica’. Sono certo che lo scandalo di queste affermazioni, quando per i più si tratta sempre e soltanto di democrazia, cioè di un mascheramento del reale, della realizzazione della politica, sia però l’unico esito promettente della filosofia attuale, cui spetta il compito, come nel breve seminario di Badiou, di rileggere per esempio Pasolini e le ceneri di Gramsci.