Provo ad articolare due obiezioni a ciò che ho scritto un paio di giorni fa. Innanzi tutto sulla fiducia; una persona potrebbe dirmi: io non voglio che tu abbia fiducia in me, nemmeno rispetto ad uno scopo politico più alto. Non posso rinunciare infatti alla mia libertà. Al momento non so trattare questa obiezione, sebbene creda che in fondo il termine libertà qui nasconda un feticcio (lo si potrebbe chiamare anche idolo, in termini teologici). L’altra obiezione riguarda il concetto di vicino: Freud ne riconosceva l’origine nella tradizione ebraica e poi cristiana; si tratterebbe del prossimo. Ma noi siamo al più indifferenti al vicino finché egli non si palesa in modo eccessivo ed osceno. Solo allora ci accorgiamo di un prossimo. Ma allora, come possiamo lavorare per questo prossimo, cioè elaborare un comportamento intuitivo che lo coinvolga malgrado ciò che è (e che noi magari siamo per lui)? Stranamente queste due domande coprono un problema essenziale all’interno di quelle società che presentano una maggiore varietà di culture rappresentate: la fiducia e il prossimo. Verso un nuovo dogmatismo? Questa potrebbe essere la risposta di Badiou: esistono delle invarianti (secondo lui debbono essere invarianti comuniste) che valgono in ogni contesto. Per questo anche nel passato dobbiamo agire da archeologi con molta attenzione: per esempio rispetto a Platone, che affronta il problema della schiavitù e della posizione nella società della donna (si sa di almeno due donne che facevano parte dell’Accademia). Potrebbe essere l’inizio di un corso di pensiero interessante.

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