Dapprima l’autocoscienza si riconosce in un’altra autocoscienza. Ma nella lotta per la vita una soccombe all’altra allo stato di servitù. E tuttavia, il signore, astenendosi dal lavoro, non può conoscere il presente, non può a dire il vero modellarlo, finendo per goderne come un prodotto che non ha egli stesso conosciuto: precisamente, egli non conosce la negazione, al più la osserva. Ora tanto il servo che il signore si dissolvono: il loro mito è momentaneo, essi hanno offerto una figura. Lo stoico quindi si erge, sia egli un servo o un signore, al rango di libertà in qualsiasi circostanza, ma questo stato egli non lo può mantenere, finendo per negare quella realtà sempre determinata in cui egli stesso non è (si tratta appunto della negazione, l’inquietudine della cosa ad essere ciò che ancora non è. Di fronte a questa inquietudine, nemmeno lo stoico può riconoscersi). Ciò si chiama propriamente scetticismo: l’in sé gli sfugge, cioè quello che gli appartiene. La coscienza infelice di questa vertiginosa deduzione, infine, è tale per cui essa non è ancora in sé: vale a dire che come oggetto essa può sì riconoscersi (quell’io è l’io), ma non permanervi. Quell’oggetto che è l’io per l’autocoscienza non è in sé l’autocoscienza stessa, o meglio, l’autocoscienza, in quell’oggetto che dovrebbe essere lei stessa, si scopre come estranea e scissa, come se stesse valutando qualcosa di improprio (essa è al più per sé stessa, non in sé, essa è la valutazione di un in sé in cui non si è trasposta). Infatti, solo una scissione infinita può dar luogo ad una riconciliazione infinita: ma tale riconciliazione nell’in sé non è ancora. Allora l’autocoscienza deve ulteriormente alienarsi, cercando una unità in sé dal momento che per sé essa è già appunto autocoscienza. Il discorso sul cristianesimo è facilmente riassumibile e altamente esplicativo: Dio con Gesù si è separato ma è rimasto consustanziale (è dunque in sé e per sé). Essi sono il medesimo essere, tanto è vero che attraverso il Figlio si conosce il Padre. Incidentalmente, ciò implica che Dio sia morto, e dunque che sia necessario un superamento all’età dello Spirito. Mi piace ricordare una frase di Hyppolite nella sua monografia sulla Fenomenologia dello Spirito: ‘in un momento o nell’altro della propria vita, per essere una autocoscienza libera occorre essere stoici’… Ma aggiungerei io, ciò non basta ancora. La domanda etica, cioè come devo vivere, non deve accontentarsi delle prime risposte, e bisogna solo sperare di vivere abbastanza a lungo per trovarne una appena passabile, a meno che una morte prematura non ci strappi di bocca, con il loro senso misterioso, le parole di Santa Teresa di Lisieux: che importa? Tutto è grazia.

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