23 Maggio, 2020

Nella conversazione con una amica ci siamo chiesti se la poesia consista nel contare le allitterazioni, e dunque se il poeta non sia in realtà un ingegnere. Abbiamo concluso invece che lo choc di una illuminazione (rivelazione) deve immediatamente pervenire alla coincidenza del piano formale, a scapito di quest’ultimo, o nessuna voce poetica potrebbe innovare nel significante. Tempo fa pubblicai due poesie, senza essere sicuro che avessero altro valore che per la mia biografia, e noto adesso, rileggendole, che il ricordo è vivo, ma quello della rivelazione, mentre il piano formale è del tutto occasionale e irriflesso: sintomo genuino di una voce poetica. Pertanto, pur non essendo un poeta, lo sono eccome, ma sotto la mia tenda, con la quale continuo nomadicamente ad esplorare il deserto. Mesi fa pubblicai anche la traduzione di un verso di Rimbaud in cui avevo soppresso un aggettivo, e adesso vorrei anche sopprimere un articolo: ‘il poeta dice che sotto le stelle vieni la notte a cercare i fiori colti, di aver visto sull’acqua, stesa nelle sue lunghe frange, fluttuare come grande giglio la bianca Ofelia’… Eppure il verso suonerebbe così, avvicinando il piano formale alla rivelazione: ‘il poeta dice che sotto le stelle vieni la notte a cercare i fiori colti, di aver visto sull’acqua, stesa nelle sue lunghe frange, fluttuare come giglio bianca Ofelia.’ Il piano formale tende a sussurrare ciò che manca, è spirito e dunque sospiro, concluso nel verso eppure bisognoso, fino alla rottura radicale di una totale autonomia di senso che cancella piuttosto che aggiungere. Da tenere a mente se volessi interrompere il vivere alla giornata con qualche verso.
11 Maggio, 2020

(4) …Sembra che la vita sia quello sforzo, rispetto all’oggetto, di tenersi in vita, investendo quell’oggetto di desiderio: e pertanto niente che sia realizzato una volta per tutte. Come se, ricorda Pippin, il Dasein debba congiungersi sempre alla Sorge, l’esserci alla cura, dove la seconda appare come il vero movente del primo. Qui entra in gioco la negazione che include o sussume l’oggetto, la vera relazione che la coscienza, rispetto a ciò di cui per lei è il caso, stabilisce con un oggetto che non è mai intenzionalmente neutro. È piuttosto l’oggetto ad essere, per ciò che può diventare, unicamente in virtù della coscienza: e dunque l’ombra gettata del desiderio. Ma il desiderio non è la caratteristica solo animale di ogni ente che sia capace di relazionarsi a sé stesso, dando luogo con ciò a quel tipico ciclo di negazioni successive che sono la vita animale. Secondo Hegel, l’aspetto decisivo è che l’autocoscienza non trova soddisfazione appropriata in questa negazione, bensì perché riconosciuta da un’altra autocoscienza, che appare per sé stessa elevarsi ugualmente dal livello della vita puramente animale: “l’autocoscienza sussiste in quanto riconosciuta”. Per quanto essa sia già cosciente, è di un’altra sussistenza che Hegel sta scrivendo, precisamente quella sociale di ogni atto e proponimento, fino alla lotta intorno alla morte. È evidente che per Hegel, se volessimo darne una lettura heideggeriana, la vita non può essere l’esserci e nemmeno la tensione ad un suo puro darsi, perseguito quasi gli si attribuisse un carattere salvifico e immanente: sacrale come lo è ogni fenomenologia del distacco. L’esserci è da subito la cura, e dunque il mondo, inclusi quei soggetti che mi danno soddisfazione, quelle coscienze cioè la cui autocoscienza mi legittima.
10 Maggio, 2020

(3) …Ma, se la coscienza non è intenzionale, come vuole Pippin, allora può essere soltanto abito: l’intenzionalità della coscienza ci direbbe che essa ha un oggetto senza il quale non può essa stessa sussistere (per quanto sia il modo in cui l’oggetto viene ad essere, non il contrario, da una prospettiva idealista). Tuttavia, questo sembra il caso dell’autocoscienza immediata, quella che ha la coscienza come oggetto, o non sarebbe autocoscienza. Quindi, appare che l’abito, conformandosi ad uno statuto normativo, possa spiegare la pseudo intenzionalità della coscienza: esso è tale per cui il giudizio è possibile se viene per così dire colmato, non differentemente dallo scultore che osserva non solo un blocco di marmo, ma ogni possibile blocco di marmo in quanto ne trarrebbe una statua (si tratta del suo sapere intorno al concetto di “blocco di marmo”). Fatta questa precisazione è importante sottolineare che solo lo statuto normativo della coscienza può garantire che le norme dell’appercezione, fino alle norme dell’azione, possano essere efficacemente cambiate. Inoltre, è bene sottolineare il carattere normativo del termine “negazione” in questo contesto: Hegel vuole dire che la coscienza ingloba l’oggetto determinando “what is the case”. Ma allora, questo è anche il caso della autocoscienza: la coscienza elevata ad oggetto viene negata nella misura in cui è inglobata determinando “what is the case” nell’autocoscienza. Il passo ulteriore è evidentemente quello di dirimere cosa comporta per una essenza essere per sé stessa, nel linguaggio hegeliano. A prima vista, sembra che per Hegel ciò implichi semplicemente l’unità della autocoscienza con sé stessa. Ma come si ottiene tutto ciò? Come può l’autocoscienza non dividersi in una infinita negazione come se di fatto regredisse? È qui che Hegel produce l’affermazione definitiva dell’autocoscienza, che essendo l’autocoscienza essenzialmente una, allora essa è “desiderio”. Dopo una lunga premessa, è questa affermazione che deve essere tratta in tutta la sua verità. L’unità dell’autocoscienza con sé stessa, anche in questo caso, deve essere ottenuta al prezzo di qualcosa, e ciò è quantomeno un primo indizio. Secondo Pippin assistiamo in questo passaggio alla posizione di un problema pratico, non teoretico. È inoltre attraverso la negazione che la coscienza di un oggetto diventa vita, e dunque disponibile a quella torsione pratica che riposa nella autocoscienza. Come nota Pippin però, “rather than being the subject of my desires, I am subject to my desires”. In altri termini, per la coscienza, non sono ancora quell’individuo che davvero desidera, quanto piuttosto un’ombra sostanziata dai desideri che mi comandano (al fine della mia preservazione). Cosa comporta ciò per l’autocoscienza? Come può la vita elevarsi al desiderio senza che il desiderio la comandi? Di quale desiderio sta qui scrivendo Hegel?  
9 Maggio, 2020

(2) …Pertanto, dove ci vuole condurre Pippin? L’autocoscienza non è unicamente, per quanto ciò sia fondamentale, un risultato pratico. È anche uno stato mentale dovuto al tentativo che per sé le cose stiano così, o meglio, il risultato di un tale tentativo. Egli o ella, rispetto a questo stato, può “fallire alla fine di ottenerlo nella sua interezza e, una volta ottenuto, rischiare di perderlo.” Io stesso, nell’atto di scrivere, certamente orbito attorno ad una autocoscienza che posso in ogni momento lambire, ma dalla quale mi posso anche allontanare, perdendomi nel languido flusso della parola. In secondo luogo, ciò non è semplicemente il gioco interiore di una autocoscienza. L’esito invece deve essere socializzato: la prova di ciò è la differenza più o meno netta tra ciò che ammetto a me stesso e ciò che vale di me per l’altro. Infatti, è lo stesso Hegel a mostrare tre passaggi; dal primo, l’autocoscienza che rileva unicamente gli sforzi di mantenersi in vita, al secondo, il fatto che questo tentativo possa essere ostacolato da un’altra autocoscienza, al terzo, l’intero ambito dell’azione che potremmo definire socializzata. Qui si inserisce un argomento che avrebbe portato l’autore troppo lontano ma che egli sintetizza efficacemente così e che fonda l’aspetto sociale appena colto: noi non siamo governati dalle regole, l’unica possibile spiegazione di questa apparenza è che ci assoggettiamo ad esse (una intuizione in origine kantiana). È interessante notare che la lotta per la sopravvivenza è infatti un momento che non viene assolutamente superato, piuttosto mantenuto anche nella dimensione del tutto socializzata dell’azione, che spiega perché finalmente ci assoggettiamo a delle regole. Inutile dire che la contesa servo padrone è qui contenuta nei suoi aspetti essenziali. Pippin riesce dunque ad argomentare la tesi che l’aspetto normativo e sociale della coscienza, anche nell’appercezione empirica di qualcosa, non è una legge del pensiero, del tutto attinente alla psicologia. Ma, se queste norme si mostrassero inadeguate, e lo possono solo fare se il solipsismo psicologico è falso, allora possono essere alterate. Da cui discendono due domande: quando e come possono essere alterate? Per concludere, si provi a pensare che lo scultore vede un blocco di marmo in modo diverso da chi non è scultore, perché sta già seguendo una regola nell’ambito apparentemente neutrale dell’appercezione. Infine, l’autocoscienza riflessiva sarebbe probabilmente superflua se noi non sapessimo discriminare tra il “noi” che include sia l’altro che me e un “me” interamente assorto, come due realtà irriducibili e incomunicabili.
8 Maggio, 2020

Ho deciso di leggere, giorno per giorno, un libro insieme a voi. Si tratta di Hegel on self-consciousness di Robert Pippin, che finalmente mi è stato recapitato; un testo di sole 97 pagine. I contributi saranno contrassegnati da un numero progressivo; ecco dunque la prima giornata: (1) Un problema non secondario originato da Kant, che potremmo esemplificare immaginando la percezione di un oggetto nel tempo, è quello del giudizio come attività non intenzionale. La macchina su cui sto scrivendo caratteri diversi in una successione discorsiva è distinta da quei caratteri nella misura in cui giudico che la macchina sia la stessa nel corso del tempo, indipendentemente dai suoi cambiamenti di stato. Nella stessa misura, il giudizio non è né intenzionale né causato dalla percezione, perché nella percezione non ci sono quei dati tali da assicurare una conoscenza nello stesso tempo così precaria e sicura che la macchina sia la stessa. Dalla percezione, potremmo dire, non discende il giudizio, eppure il giudizio scavalca la stessa intenzionalità. È ciò che Pippin chiama lo statuto normativo del giudizio. Inoltre, Kant origina il problema dell’autocoscienza come pensiero del giudizio. Se scrivo su questa macchina finirò per pensare che sto scrivendo su questa macchina, semplicemente perché la mia coscienza ne è occupata. Allo stesso modo, qui non accade nessun regresso da una autocoscienza ad una autocoscienza ancora più fondamentale. L’autocoscienza è cosciente tanto quanto la coscienza, e quindi non principiata. Punto sicuramente condiviso da Hegel nella parte iniziale della PhG. Pippin stabilisce qui un legame oretico (termine volutamente aristotelico, “desiderio”, ma anche hegeliano, visto che l’autocoscienza è senz’altro desiderio) tra la coscienza che è sede del giudizio e l’autocoscienza che è essa stessa cosciente, facendo della prima il “servo” della seconda, cioè la figura destinata ad emergere nel capitolo quarto dell’opera. Ciò mostrerebbe il legame di quel capitolo con ciò che lo precede e che è squisitamente kantiano. Tuttavia, Pippin non si può fermare qui: infatti, l’impressione è piuttosto quella di una rottura radicale proprio a questo punto della PhG. Discutendo la posizione di McDowell, potrebbe apparire che l’elemento oretico, il vero e proprio desiderio, sia quello di negare l’altro incorporandolo in uno statuto esaustivo, addirittura come elemento generico applicato al giudizio. Pippin, in altri termini, dovrà mostrare come Hegel, ritenendo che l’autocoscienza sia senz’altro desiderio, possa poi affermare che l’autocoscienza ricavi soddisfazione solo da un’altra autocoscienza. Mentre per McDowell questo scambio avviene all’interno di una autocoscienza, per Pippin, e a quanto pare per Hegel, ciò avviene perché esiste un “noi” (il quale certamente non sfugge alle maglie kantiane del giudizio).
7 Maggio, 2020

Mi piace ricordare due film diversissimi che raccontano la disavventura che può occorrere all’uomo. A serious man dei fratelli Coen e leviathan di Zvjagincev: ma ciò che è più interessante è la nostra reazione di spettatori di fronte a questi due film, che va dall’ilarità alla compassione, o addirittura ad un misto chassidico di entrambe, come nel caso di a serious man. I fratelli Coen dipingono un uomo pio che, se proprio deve ricordare una sua infrazione ai precetti, allora dice di aver visto una volta ‘fantasie svedesi’… Nient’altro, e poiché la fisica è senza peccato, egli insegna fisica, manda il figlio alla scuola rabbinica, subisce il tradimento della moglie ma nemmeno dopo averlo scoperto tenta di sedurre la propria conturbante vicina. Neppure i rabbini riescono a spiegarsi tutto il male che si sta abbattendo su quest’uomo anzi, appaiono piuttosto divertiti: un giovane rabbino pronuncia queste parole piene di mistero, ‘guarda il parcheggio’, come se in un anonimo parcheggio del Minnesota si potesse cogliere qualcosa del disegno divino (ma ciò è precisamente la diaspora, e non è da escludere che il protagonista stia vivendo una sorta di dislocamento, dalle sue certezze per esempio). Ricordiamo che Giobbe nasce da una tentazione di Satana. Da dove viene Satana? ‘Dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa’: allora metti ogni tuo prediletto alla prova… leviathan è cupo come sovente nei film ex sovietici (a me le atmosfere e la mancanza di giustizia hanno ricordato the tribe). Qui lo svolgimento è palese e lineare: non ci si può opporre alla sventura. Ma chissà perché il protagonista, anche in questo caso, debba fronteggiare il tradimento della moglie. Un disegno che rimarrebbe deluso prevede anche il suicidio della stessa. Ma, a differenza dei Coen, dove la religione ha un volto bonario, qui si manifesta come potere, oppressione e marciume. Si vedrà alla fine del film quanto la religione istituita abbia concorso a distruggere un uomo, il protagonista, che, certamente ignaro dei disegni divini, è ora schiacciato dagli stessi, a meno che davvero coincidano con quelli di una chiesa corrotta. Riassumendo, qui abbiamo l’enigma che sopprime il primo enigma: si tratta dell’ennesimo enigma, tuttavia consolatorio, perché ha annullato il precedente… Si tratta, esattamente, della funzione di Giobbe.
6 Maggio, 2020

Non sapevo se ordinare libri sarebbe stato un ovvio sostegno a case editrici che faticheranno a pubblicare nuovi titoli, se non sicuri di vendere, o se sarebbe stato un controproducente aggravio per una logistica concentrata sui beni primari. Tuttavia, preparandomi ad attendere, ho ordinato molto tempo fa due libri e anche una maglietta da regalare ad una mia amica dopo una sua scoperta musicale (i Black Flag di my war, se siete curiosi). Uno dei libri viene dall’America ed è in consegna domani dopo essere passato dalla Svezia, così mi dice il tracciamento, il lavoro di Robert Pippin sulla fenomenologia di Hegel (e aspetto di ordinare sullo stesso argomento il lavoro di Brandom). Tempo fa ho infatti iniziato ad interessarmi di questo lavoro del filosofo tedesco, un’opera di cui avevo letto altrimenti solo l’introduzione di Hyppolite. L’altro libro, in italiano, è Escatologia Occidentale di Taubes, di cui posseggo altri due testi. Mi soffermo un poco su questo libro. Anni fa, chi non è troppo giovane se lo ricorderà, un libro fece scalpore annunciando la fine della storia. Siamo ovviamente in piena escatologia, anche se l’autore non lo sapeva. Tra chi, a cominciare dagli anni settanta, teorizzò il postmoderno e chi crede (mi annovero tra quei pochi) che né la storia né tanto meno il moderno sia mai finito corre un abisso. Un testo interessante non più in commercio, se volete, è la Legittimità dell’Età Moderna di Blumenberg. O i lavori di Löwith. Lo choc provocato dalla pandemia è un segnale triste che stiamo ancora facendo storia, come lo è il cambiamento climatico. Tutto, per l’occidente, che ha covato il moderno dalla dissoluzione del mondo medioevale, non finisce in modo così semplicistico come vorrebbero quelli che letteralmente hanno inventato un nuovo eone. Ma di più non so dirvi, in particolare sulla domanda decisiva: cosa è il moderno? Perché rispondere sarebbe dire cosa siamo noi e solo menti accurate e raffinate (potrei citare Noam Chomsky) possono abbozzare una idea che sia anche interessante. Sarebbe più facile, per esempio, sapere come siamo visti dall’altro. Per noi è sufficiente andare avanti, paradossalmente, con più alienazione e più dogmatismo: come l’India si è votata alla lingua inglese (alienazione), così bisogna tornare alle radici del prossimo, che non sono consegnate al soggetto universalistico contemporaneo (l’uomo bianco), ma alle parole che si possono trovare nei nostri testi fondativi: da Platone, che ammetteva le donne all’Accademia e nutriva dubbi sulla schiavitù, alla Bibbia, per finire con le invarianti comuniste, coniate da Alain Badiou.
5 Maggio, 2020

L’isolamento, nominalmente cessato ieri, ci ha consentito di esplorare zone normalmente inaccessibili di una psiche fin troppo sfaccettata, non meno sicura di una zona militare, o dei famigerati biolaboratori di cui si fa un gran parlare. Ci ha aiutato il cinema, allora ci siamo per esempio gettati su raiplay o su servizi a pagamento raffinati, alla ricerca di film. Ne rimane un montaggio personalissimo, dal porno inserito nel film Freaks all’interno di Livre d’Image di Godard, alle uccisioni di Belagov, a un Dillinger è Morto che a noi pareva stranamente censurato (eppure i super otto non sono solo quelli mostrati, o altro scorreva anche all’interno dello schermo televisivo; perché questo ricordo è così nitido?), a Sokurov, la nave cargo in mezzo ad una tempesta che perde container in mare. A Gimme Danger di Jarmush, e così via, non li voglio nominare tutti. Ma sono, questi film, diventati un unico film, un unico montaggio appunto che richiederebbe una narrazione scritta in una notte prima dell’alba. La mia inettitudine è non esserne capace, è non scriverne. Come quel dandy che si limita ad osservare la morfinomane che in modo così ardente desidera, senza essere in grado di dire altro che il suo nome. Eppure, che nome sarebbe? Mi piace pensare Antonin e allora sovviene che quel montaggio potrebbe arricchirsi per la prima volta del per Farla Finita con il Giudizio di Dio. Testo radiofonico, parole che si potrebbero confondere, per sviare, per sedurre. Dell’isolamento è anche l’ascolto di Stratos e degli Area, e Stratos rifece il pezzo di Artaud. Montare i film, questa l’idea di Godard, è un esercizio che possiamo fare noi stessi, purché li sappiamo anche parlare.
4 Maggio, 2020

Oggi questo splendido e desolato paese prova con tenacia e responsabilità a ‘ripartire’, come dicono i giornali, evidentemente poveri di parole. Allora, chissà per caso, trovo sopra la mia libreria i quaderni rilegati della mia prima classe, come dice il titolo. Li sfoglio e mi accorgo di un dettato che la maestra, evidentemente ligia ad un orientamento umanistico, ci propina anticipando i noti versi di D’Annunzio. Il dettato riguarda la pioggia e qui lo copio: la pioggia è fine, la pioggia è trasparente, la pioggia è noiosa, la pioggia è uggiosa, la pioggia è scivolosa, la pioggia è dannosa, la pioggia è violenta, la pioggia cade, la pioggia picchietta, la pioggia pulisce, la pioggia insudicia, la pioggia diluvia, la pioggia danneggia, la pioggia sgocciola… Come sia cambiata una didattica che allora voleva insegnarci le parole uggioso e picchietta, o l’uso intransitivo del verbo danneggia, davvero non so, forse in meglio. Mi chiedo inoltre come in quegli anni in cui potevo descrivere ne ‘la mia domenica’ il laboratorio di mio padre abbia imparato moltissimo, più di quanto non avrei fatto al liceo. Quei quaderni, che avevo dimenticato per almeno due decenni, stanno appollaiati e silenziosi a guardarmi: ma, se volessero parlarmi, mi direbbero perché non mi affretti ad imparare: è il tempo che resta. Da cosa imparare? Dalla vita, che mi ha riservato il suo fiele? Dalla filosofia, che consola solo i naufraghi? Dalla Bibbia, che è un mistero? In realtà vorrei ricominciare, ecco, ripartire, da quegli anni e scrivere con la mia grafia bambina che la pioggia picchietta. Ma scriverlo lentamente, così lentamente da durare per tutta l’eternità, chino sul quaderno, mentre il tempo che divora verso la fine è costretto ad aspettare.