Oggi questo splendido e desolato paese prova con tenacia e responsabilità a ‘ripartire’, come dicono i giornali, evidentemente poveri di parole. Allora, chissà per caso, trovo sopra la mia libreria i quaderni rilegati della mia prima classe, come dice il titolo. Li sfoglio e mi accorgo di un dettato che la maestra, evidentemente ligia ad un orientamento umanistico, ci propina anticipando i noti versi di D’Annunzio. Il dettato riguarda la pioggia e qui lo copio: la pioggia è fine, la pioggia è trasparente, la pioggia è noiosa, la pioggia è uggiosa, la pioggia è scivolosa, la pioggia è dannosa, la pioggia è violenta, la pioggia cade, la pioggia picchietta, la pioggia pulisce, la pioggia insudicia, la pioggia diluvia, la pioggia danneggia, la pioggia sgocciola… Come sia cambiata una didattica che allora voleva insegnarci le parole uggioso e picchietta, o l’uso intransitivo del verbo danneggia, davvero non so, forse in meglio. Mi chiedo inoltre come in quegli anni in cui potevo descrivere ne ‘la mia domenica’ il laboratorio di mio padre abbia imparato moltissimo, più di quanto non avrei fatto al liceo. Quei quaderni, che avevo dimenticato per almeno due decenni, stanno appollaiati e silenziosi a guardarmi: ma, se volessero parlarmi, mi direbbero perché non mi affretti ad imparare: è il tempo che resta. Da cosa imparare? Dalla vita, che mi ha riservato il suo fiele? Dalla filosofia, che consola solo i naufraghi? Dalla Bibbia, che è un mistero? In realtà vorrei ricominciare, ecco, ripartire, da quegli anni e scrivere con la mia grafia bambina che la pioggia picchietta. Ma scriverlo lentamente, così lentamente da durare per tutta l’eternità, chino sul quaderno, mentre il tempo che divora verso la fine è costretto ad aspettare.

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