Non sapevo se ordinare libri sarebbe stato un ovvio sostegno a case editrici che faticheranno a pubblicare nuovi titoli, se non sicuri di vendere, o se sarebbe stato un controproducente aggravio per una logistica concentrata sui beni primari. Tuttavia, preparandomi ad attendere, ho ordinato molto tempo fa due libri e anche una maglietta da regalare ad una mia amica dopo una sua scoperta musicale (i Black Flag di my war, se siete curiosi). Uno dei libri viene dall’America ed è in consegna domani dopo essere passato dalla Svezia, così mi dice il tracciamento, il lavoro di Robert Pippin sulla fenomenologia di Hegel (e aspetto di ordinare sullo stesso argomento il lavoro di Brandom). Tempo fa ho infatti iniziato ad interessarmi di questo lavoro del filosofo tedesco, un’opera di cui avevo letto altrimenti solo l’introduzione di Hyppolite. L’altro libro, in italiano, è Escatologia Occidentale di Taubes, di cui posseggo altri due testi. Mi soffermo un poco su questo libro. Anni fa, chi non è troppo giovane se lo ricorderà, un libro fece scalpore annunciando la fine della storia. Siamo ovviamente in piena escatologia, anche se l’autore non lo sapeva. Tra chi, a cominciare dagli anni settanta, teorizzò il postmoderno e chi crede (mi annovero tra quei pochi) che né la storia né tanto meno il moderno sia mai finito corre un abisso. Un testo interessante non più in commercio, se volete, è la Legittimità dell’Età Moderna di Blumenberg. O i lavori di Löwith. Lo choc provocato dalla pandemia è un segnale triste che stiamo ancora facendo storia, come lo è il cambiamento climatico. Tutto, per l’occidente, che ha covato il moderno dalla dissoluzione del mondo medioevale, non finisce in modo così semplicistico come vorrebbero quelli che letteralmente hanno inventato un nuovo eone. Ma di più non so dirvi, in particolare sulla domanda decisiva: cosa è il moderno? Perché rispondere sarebbe dire cosa siamo noi e solo menti accurate e raffinate (potrei citare Noam Chomsky) possono abbozzare una idea che sia anche interessante. Sarebbe più facile, per esempio, sapere come siamo visti dall’altro. Per noi è sufficiente andare avanti, paradossalmente, con più alienazione e più dogmatismo: come l’India si è votata alla lingua inglese (alienazione), così bisogna tornare alle radici del prossimo, che non sono consegnate al soggetto universalistico contemporaneo (l’uomo bianco), ma alle parole che si possono trovare nei nostri testi fondativi: da Platone, che ammetteva le donne all’Accademia e nutriva dubbi sulla schiavitù, alla Bibbia, per finire con le invarianti comuniste, coniate da Alain Badiou.

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