Ho deciso di leggere, giorno per giorno, un libro insieme a voi. Si tratta di Hegel on self-consciousness di Robert Pippin, che finalmente mi è stato recapitato; un testo di sole 97 pagine. I contributi saranno contrassegnati da un numero progressivo; ecco dunque la prima giornata: (1) Un problema non secondario originato da Kant, che potremmo esemplificare immaginando la percezione di un oggetto nel tempo, è quello del giudizio come attività non intenzionale. La macchina su cui sto scrivendo caratteri diversi in una successione discorsiva è distinta da quei caratteri nella misura in cui giudico che la macchina sia la stessa nel corso del tempo, indipendentemente dai suoi cambiamenti di stato. Nella stessa misura, il giudizio non è né intenzionale né causato dalla percezione, perché nella percezione non ci sono quei dati tali da assicurare una conoscenza nello stesso tempo così precaria e sicura che la macchina sia la stessa. Dalla percezione, potremmo dire, non discende il giudizio, eppure il giudizio scavalca la stessa intenzionalità. È ciò che Pippin chiama lo statuto normativo del giudizio. Inoltre, Kant origina il problema dell’autocoscienza come pensiero del giudizio. Se scrivo su questa macchina finirò per pensare che sto scrivendo su questa macchina, semplicemente perché la mia coscienza ne è occupata. Allo stesso modo, qui non accade nessun regresso da una autocoscienza ad una autocoscienza ancora più fondamentale. L’autocoscienza è cosciente tanto quanto la coscienza, e quindi non principiata. Punto sicuramente condiviso da Hegel nella parte iniziale della PhG. Pippin stabilisce qui un legame oretico (termine volutamente aristotelico, “desiderio”, ma anche hegeliano, visto che l’autocoscienza è senz’altro desiderio) tra la coscienza che è sede del giudizio e l’autocoscienza che è essa stessa cosciente, facendo della prima il “servo” della seconda, cioè la figura destinata ad emergere nel capitolo quarto dell’opera. Ciò mostrerebbe il legame di quel capitolo con ciò che lo precede e che è squisitamente kantiano. Tuttavia, Pippin non si può fermare qui: infatti, l’impressione è piuttosto quella di una rottura radicale proprio a questo punto della PhG. Discutendo la posizione di McDowell, potrebbe apparire che l’elemento oretico, il vero e proprio desiderio, sia quello di negare l’altro incorporandolo in uno statuto esaustivo, addirittura come elemento generico applicato al giudizio. Pippin, in altri termini, dovrà mostrare come Hegel, ritenendo che l’autocoscienza sia senz’altro desiderio, possa poi affermare che l’autocoscienza ricavi soddisfazione solo da un’altra autocoscienza. Mentre per McDowell questo scambio avviene all’interno di una autocoscienza, per Pippin, e a quanto pare per Hegel, ciò avviene perché esiste un “noi” (il quale certamente non sfugge alle maglie kantiane del giudizio).

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