(2) …Pertanto, dove ci vuole condurre Pippin? L’autocoscienza non è unicamente, per quanto ciò sia fondamentale, un risultato pratico. È anche uno stato mentale dovuto al tentativo che per sé le cose stiano così, o meglio, il risultato di un tale tentativo. Egli o ella, rispetto a questo stato, può “fallire alla fine di ottenerlo nella sua interezza e, una volta ottenuto, rischiare di perderlo.” Io stesso, nell’atto di scrivere, certamente orbito attorno ad una autocoscienza che posso in ogni momento lambire, ma dalla quale mi posso anche allontanare, perdendomi nel languido flusso della parola. In secondo luogo, ciò non è semplicemente il gioco interiore di una autocoscienza. L’esito invece deve essere socializzato: la prova di ciò è la differenza più o meno netta tra ciò che ammetto a me stesso e ciò che vale di me per l’altro. Infatti, è lo stesso Hegel a mostrare tre passaggi; dal primo, l’autocoscienza che rileva unicamente gli sforzi di mantenersi in vita, al secondo, il fatto che questo tentativo possa essere ostacolato da un’altra autocoscienza, al terzo, l’intero ambito dell’azione che potremmo definire socializzata. Qui si inserisce un argomento che avrebbe portato l’autore troppo lontano ma che egli sintetizza efficacemente così e che fonda l’aspetto sociale appena colto: noi non siamo governati dalle regole, l’unica possibile spiegazione di questa apparenza è che ci assoggettiamo ad esse (una intuizione in origine kantiana). È interessante notare che la lotta per la sopravvivenza è infatti un momento che non viene assolutamente superato, piuttosto mantenuto anche nella dimensione del tutto socializzata dell’azione, che spiega perché finalmente ci assoggettiamo a delle regole. Inutile dire che la contesa servo padrone è qui contenuta nei suoi aspetti essenziali. Pippin riesce dunque ad argomentare la tesi che l’aspetto normativo e sociale della coscienza, anche nell’appercezione empirica di qualcosa, non è una legge del pensiero, del tutto attinente alla psicologia. Ma, se queste norme si mostrassero inadeguate, e lo possono solo fare se il solipsismo psicologico è falso, allora possono essere alterate. Da cui discendono due domande: quando e come possono essere alterate? Per concludere, si provi a pensare che lo scultore vede un blocco di marmo in modo diverso da chi non è scultore, perché sta già seguendo una regola nell’ambito apparentemente neutrale dell’appercezione. Infine, l’autocoscienza riflessiva sarebbe probabilmente superflua se noi non sapessimo discriminare tra il “noi” che include sia l’altro che me e un “me” interamente assorto, come due realtà irriducibili e incomunicabili.

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