(3) …Ma, se la coscienza non è intenzionale, come vuole Pippin, allora può essere soltanto abito: l’intenzionalità della coscienza ci direbbe che essa ha un oggetto senza il quale non può essa stessa sussistere (per quanto sia il modo in cui l’oggetto viene ad essere, non il contrario, da una prospettiva idealista). Tuttavia, questo sembra il caso dell’autocoscienza immediata, quella che ha la coscienza come oggetto, o non sarebbe autocoscienza. Quindi, appare che l’abito, conformandosi ad uno statuto normativo, possa spiegare la pseudo intenzionalità della coscienza: esso è tale per cui il giudizio è possibile se viene per così dire colmato, non differentemente dallo scultore che osserva non solo un blocco di marmo, ma ogni possibile blocco di marmo in quanto ne trarrebbe una statua (si tratta del suo sapere intorno al concetto di “blocco di marmo”). Fatta questa precisazione è importante sottolineare che solo lo statuto normativo della coscienza può garantire che le norme dell’appercezione, fino alle norme dell’azione, possano essere efficacemente cambiate. Inoltre, è bene sottolineare il carattere normativo del termine “negazione” in questo contesto: Hegel vuole dire che la coscienza ingloba l’oggetto determinando “what is the case”. Ma allora, questo è anche il caso della autocoscienza: la coscienza elevata ad oggetto viene negata nella misura in cui è inglobata determinando “what is the case” nell’autocoscienza. Il passo ulteriore è evidentemente quello di dirimere cosa comporta per una essenza essere per sé stessa, nel linguaggio hegeliano. A prima vista, sembra che per Hegel ciò implichi semplicemente l’unità della autocoscienza con sé stessa. Ma come si ottiene tutto ciò? Come può l’autocoscienza non dividersi in una infinita negazione come se di fatto regredisse? È qui che Hegel produce l’affermazione definitiva dell’autocoscienza, che essendo l’autocoscienza essenzialmente una, allora essa è “desiderio”. Dopo una lunga premessa, è questa affermazione che deve essere tratta in tutta la sua verità. L’unità dell’autocoscienza con sé stessa, anche in questo caso, deve essere ottenuta al prezzo di qualcosa, e ciò è quantomeno un primo indizio. Secondo Pippin assistiamo in questo passaggio alla posizione di un problema pratico, non teoretico. È inoltre attraverso la negazione che la coscienza di un oggetto diventa vita, e dunque disponibile a quella torsione pratica che riposa nella autocoscienza. Come nota Pippin però, “rather than being the subject of my desires, I am subject to my desires”. In altri termini, per la coscienza, non sono ancora quell’individuo che davvero desidera, quanto piuttosto un’ombra sostanziata dai desideri che mi comandano (al fine della mia preservazione). Cosa comporta ciò per l’autocoscienza? Come può la vita elevarsi al desiderio senza che il desiderio la comandi? Di quale desiderio sta qui scrivendo Hegel?

 

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