(4) …Sembra che la vita sia quello sforzo, rispetto all’oggetto, di tenersi in vita, investendo quell’oggetto di desiderio: e pertanto niente che sia realizzato una volta per tutte. Come se, ricorda Pippin, il Dasein debba congiungersi sempre alla Sorge, l’esserci alla cura, dove la seconda appare come il vero movente del primo. Qui entra in gioco la negazione che include o sussume l’oggetto, la vera relazione che la coscienza, rispetto a ciò di cui per lei è il caso, stabilisce con un oggetto che non è mai intenzionalmente neutro. È piuttosto l’oggetto ad essere, per ciò che può diventare, unicamente in virtù della coscienza: e dunque l’ombra gettata del desiderio. Ma il desiderio non è la caratteristica solo animale di ogni ente che sia capace di relazionarsi a sé stesso, dando luogo con ciò a quel tipico ciclo di negazioni successive che sono la vita animale. Secondo Hegel, l’aspetto decisivo è che l’autocoscienza non trova soddisfazione appropriata in questa negazione, bensì perché riconosciuta da un’altra autocoscienza, che appare per sé stessa elevarsi ugualmente dal livello della vita puramente animale: “l’autocoscienza sussiste in quanto riconosciuta”. Per quanto essa sia già cosciente, è di un’altra sussistenza che Hegel sta scrivendo, precisamente quella sociale di ogni atto e proponimento, fino alla lotta intorno alla morte. È evidente che per Hegel, se volessimo darne una lettura heideggeriana, la vita non può essere l’esserci e nemmeno la tensione ad un suo puro darsi, perseguito quasi gli si attribuisse un carattere salvifico e immanente: sacrale come lo è ogni fenomenologia del distacco. L’esserci è da subito la cura, e dunque il mondo, inclusi quei soggetti che mi danno soddisfazione, quelle coscienze cioè la cui autocoscienza mi legittima.

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