Nella conversazione con una amica ci siamo chiesti se la poesia consista nel contare le allitterazioni, e dunque se il poeta non sia in realtà un ingegnere. Abbiamo concluso invece che lo choc di una illuminazione (rivelazione) deve immediatamente pervenire alla coincidenza del piano formale, a scapito di quest’ultimo, o nessuna voce poetica potrebbe innovare nel significante. Tempo fa pubblicai due poesie, senza essere sicuro che avessero altro valore che per la mia biografia, e noto adesso, rileggendole, che il ricordo è vivo, ma quello della rivelazione, mentre il piano formale è del tutto occasionale e irriflesso: sintomo genuino di una voce poetica. Pertanto, pur non essendo un poeta, lo sono eccome, ma sotto la mia tenda, con la quale continuo nomadicamente ad esplorare il deserto. Mesi fa pubblicai anche la traduzione di un verso di Rimbaud in cui avevo soppresso un aggettivo, e adesso vorrei anche sopprimere un articolo: ‘il poeta dice che sotto le stelle vieni la notte a cercare i fiori colti, di aver visto sull’acqua, stesa nelle sue lunghe frange, fluttuare come grande giglio la bianca Ofelia’… Eppure il verso suonerebbe così, avvicinando il piano formale alla rivelazione: ‘il poeta dice che sotto le stelle vieni la notte a cercare i fiori colti, di aver visto sull’acqua, stesa nelle sue lunghe frange, fluttuare come giglio bianca Ofelia.’ Il piano formale tende a sussurrare ciò che manca, è spirito e dunque sospiro, concluso nel verso eppure bisognoso, fino alla rottura radicale di una totale autonomia di senso che cancella piuttosto che aggiungere. Da tenere a mente se volessi interrompere il vivere alla giornata con qualche verso.

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